I giovani nel tempo: III A Liceo Sabin e Istituto Parri. La sessualità nel Medioevo di Sara Civolani

Nella nostra epoca le donne sono agiate dal punto di vista sociale, mentre nel Medioevo non avevano ne diritti né poteri. Tenendo conto dell’indice di mortalità elevatissimo e della bassa aspettativa di vita, le bambine dovevano confrontarsi ben presto con il mondo degli adulti; infatti, fin dalla puerizia, le piccole donne erano private dei momenti di svago essenziali per un bambino e affiancavano la madre in ogni lavoro. Un solo esempio: in campagna, già dai cinque o sei anni, era necessario che portassero al pascolo pecore e porci.
In città, invece, spesso potevano accedere alla scuola, anche se l’apprendimento delle prime nozioni riguardava prevalentemente i ragazzi e molto meno le ragazze, il cui grado di alfabetizzazione era di gran lunga inferiore. L’appartenere al sesso femminile comportava una drastica riduzione della libertà individuale e della possibilità di scelta.
I dipinti su tela che ci sono rimasti raffiguranti le scuole per bambine non rappresentano quasi mai le scolare che apprendono l’arte del leggere e dello scrivere, ma molto più spesso un’insegnante circondata da alunne: le più piccoline vengono iniziate alla lettura, mentre tutte le altre all’arte del cucito. In ogni caso tutto ciò che leggevano era di impronta religiosa, accuratamente censurato dagli ecclesiastici.
L’infanzia delle bambine durava meno di quelle dei maschi, i matrimoni potevano essere precocissimi, molte giovani nobili venivano addirittura allevate in casa dal promesso sposo.
Le fanciulle non potevano svagarsi e sognavano l’innamoramento gentile, descritto dalle poesie di quel tempo. Desideravano sentimenti nobili e cavalieri devoti, ma la realtà era completamente diversa da quella raccontata nei componimenti poetici.

Dopo aver analizzato le testimonianze giuridiche dal libro “Storie di ogni giorno in una città del 600” di Ottavia Niccoli, ci rendiamo conto di certe dinamiche che non sono riportate nella lirica d’amore.
Il pretendente non corteggiava la donna desiderata, ma la costringeva a sottostare alla sua volontà spesso usando la violenza. Troviamo infatti molteplici denunce per molestia sessuale negli archivi dei tribunali. Ma in realtà le molestie denunciate erano notevolmente meno di quelle attuate, poiché la giovane ragazza contadina aveva una strana concezione di amore. Infatti esse erano spessissimo vittime di violenza sessuale, ma nella loro mentalità una brutalità iniziale era sì segno di disonore, ma che non impediva, però, la continuazione dei rapporti con il violentatore, anzi ne poteva rappresentare un insolito esordio. Queste fanciulle, insomma, non sembravano conoscere, né soprattutto immaginare, altro “voler bene” da quello che si concretizzava nella violenza: una volta avvenuta non c’era motivo, nella speranza di un matrimonio promesso, di non lasciare docilmente che la storia continuasse.
A causa di tale diffuso uso della violenza sulle giovani, nel XIV secolo venne inventata la cintura di castità, un oggetto formato da una struttura di metallo con due piccole aperture che permettevano le normali funzioni fisiologiche, ma impedivano ogni tipo di rapporto sessuale. Essa successivamente sarebbe servita per evitare fosse commesso adulterio.

Cominciamo a fare chiarezza riguardo a quanto, nell’età premoderna, la sessualità non fosse affatto vissuta in maniera libera e serena.
Nonostante l’opposizione della Chiesa, in questo periodo era necessario utilizzare metodi per il controllo delle nascite, poiché le famiglie potevano mantenere solo un certo numero di figli. Qualcuno utilizzava come perfetto metodo contraccettivo l’astinenza, ma si trattava di pochi virtuosi. Già allora vi erano infatti delle tecniche per limitare il rischio di gravidanza: oltre alla pratica del coito interrotto, esisteva l’utilizzo di diaframmi fatti con cera d’api o con pezze di lino per bloccare lo sperma. Inoltre vi erano numerose superstizioni in merito ma se la donna rimaneva incinta, nonostante queste tecniche, spesso si ricorreva all’aborto, fortemente condannato dalla Chiesa. Esso veniva praticato con modalità che mescolavano credenze popolari con un “poco” di scienza medica. Anche così però non si era certi di interrompere la gravidanza: in tal caso il neonato veniva abbandonato presso una chiesa (in questi anni nascono anche i primi orfanotrofi).

Nel medioevo la vita era fortemente condizionata dalla fede. La Chiesa si prefiggeva un totale controllo sui suoi fedeli, ma non riusciva a farlo nell’ambito della sessualità. Il sesso era completamente demonizzato, inoltre le autorità ecclesiastiche credevano che gli uomini fossero animali incapaci di governare i propri istinti sessuali, per questo vennero pubblicati libri e testi in cui erano riportati i diversi peccati sessuali con le pene corrispondenti. Erano considerati peccato capitale: l’omosessualità, l’adulterio, la fornicazione, il sesso con gli animali e anche le polluzioni notturne. Addirittura nel corso dell’anno vi erano tre periodi, della durata di quaranta giorni, durante i quali, secondo i precetti della Chiesa, ci si doveva astenere dall’avere rapporti sessuali. Inoltre la copulazione era consentita solo dopo il calar del sole, in quanto il giorno doveva essere interamente dedicato al lavoro che aveva la specifica funzione di purificare il corpo. Anche la domenica era giorno di astinenza, poiché consacrata al Signore. Era credenza che il concepimento avvenuto durante il periodo delle mestruazioni portasse alla nascita di un bambino malato di peste e si vietava (o comunque si sconsigliava) l’attività sessuale durante la gravidanza e l’allattamento, per non recare danni al figlio. Dunque in verità le coppie sposate e totalmente fedeli avevano poco spazio per vivere serenamente la loro sessualità. Ovviamente l’atto sessuale, doveva essere moderato sotto ogni aspetto: una delle funzioni più importanti era la riproduzione, ma il sesso coniugale aveva soprattutto lo scopo di “arginare” l’uomo (e anche la donna), soddisfacendo i suoi bisogni carnali in modo che non fosse indotto a cercare appagamento in altri rapporti non controllati ed istituzionalizzati.

Non si poteva assolutamente dare libero sfogo alla lussuria: le donne in particolare dovevano essere totalmente passive. L’omosessualità era ovviamente uno dei peccati più gravi, colui che fosse stato scoperto colpevole di questo peccato veniva arso vivo su pire di legno e finocchio. Proprio a quest’ultimo alimento, utilizzato per “addolcire” l’odore della carne bruciata, si deve l’appellativo utilizzato in maniera dispregiativa nei confronti degli omosessuali ancora oggi.
Nella mentalità della Chiesa si diffuse sempre di più l’idea che la donna fosse tentatrice, alleata del diavolo. La donna era considerata impura, poiché colpevole di indurre l’uomo in tentazione ed in quanto causa prima del peccato originale. La colpevolizzazione della donna arrivò davvero a livelli estremi. Ad esempio sant’Agostino affermava che la donna, nel momento in cui si concedeva all’uomo nell’atto sessuale, commetteva peccato.

Nel 1563 (Concilio di Trento) viene dichiarata l’impossibilità di contrarre matrimonio in ambito ecclesiastico, l’immediata conseguenza inaspettata di questa legge fu il dilagare dell’omosessualità fra preti e monaci. Di fronte a questo grande problema la Chiesa istituì un corpo poliziesco che vigilasse sulla moralità sessuale.
Il sesso divenne così causa di oppressione oltre che di piacere.
Ma quale fu la reazione dei giovani? Il grande ‘proibizionismo’ generò nella mente dei giovani un grande desiderio. Nelle città europee in espansione iniziò ad esserci un graduale rilassamento dei costumi.
Con la diffusa urbanizzazione nacque una sessualità più ricca e diversificata. In città i giovani ragazzi cominciarono a vestirsi in modo provocante. Indossavano calzature lunghe e a punta, più queste erano lunghe più si considerava virile l’uomo, inoltre spesso imbottivano l’abito nella zona genitale, si vestivano con indumenti attillati che dovevano mostrare il più possibile e non nascondere. Invece le donne si imbottivano il ventre con sacchetti: era infatti considerato simbolo di fertilità avere un addome prominente.
Nelle città iniziò a svilupparsi un mestiere non nuovo, ma mai così vitale: la prostituzione. Le donne mettevano il proprio corpo in vendita, ma quale pensate che sia stata la reazione della Chiesa?
La Chiesa favorì questa attività pensando che essa avesse una “funzione idraulica”, addirittura incoraggiava la frequentazione di queste donne da parte dei giovani, affinché essi potessero sfogare i propri impulsi evitando la sodomia e lo stupro.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Riferimenti bibliografici
-Niccoli Ottavia, Storie di ogni giorno in una città del Seicento, Laterza
-Mitteraurer Michael, I giovani in Europa dal Medioevo ad oggi, Laterza

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