I giovani nel XIX secolo: la comparsa di un nuovo soggetto: Il Rapporto Fra Genitori e Figli di Dario Ralletti. Liceo Sabin e Istituto Parri.

 

Per quanto riguarda il rapporto tra genitori e figli, l’età del Risorgimento ha rappresentato una fase di passaggio: al tradizionale modello patriarcale, basato sul ruolo dominante del padre e sulla sua autorità, progressivamente si affiancava, presso le classi alte e medie urbane, un nuovo modello di matrice romantica basato sulla centralità dei sentimenti e la cura dei figli. Il clima e la cultura del romanticismo, insieme ai principi liberali in rapida diffusione, avevano favorito l’affermarsi di una nuova etica e di nuovi comportamenti basati appunto sull’importanza dei sentimenti. Ma quel clima e quella cultura alimentavano anche inclinazioni e valori di tipo individualistico, che spingevano molti giovani allo scontro con la famiglia se questa ostacolava le loro scelte affettive oppure la loro vocazione professionale o artistica. I protagonisti di questo scontro erano prevalentemente i figli maschi, vista la posizione largamente subordinata occupata allora – e ancora per molto tempo – dalle figlie femmine. Un’eccezione tra le più note è rappresentata dalla vicenda di Enrichetta Di Lorenzo che, dopo aver subìto, non ancora ventenne, il matrimonio combinato per lei dai genitori, alcuni anni dopo lasciò marito e tre figli per fuggire assieme a Carlo Pisacane, suo grande amore di gioventù. Per lui venne composta la poesia di Luigi Mercantini “ la spigolatrice di Sapri” in cui i giovani hanno un’importanza centrale e di cui qui di seguito vengono riportati alcuni versi famosi:

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti.

Me ne andava al mattino a spigolare,

quando ho visto una barca in mezzo al mare:

era una barca che andava a vapore;

e alzava una bandiera tricolore;

all’isola di Ponza si è fermata,

è stata un poco e poi si è ritornata;

s’è ritornata ed è venuta a terra;

sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

Al principio dell’Ottocento, la codificazione napoleonica non eliminò affatto il ruolo centrale che entro la famiglia spettava al padre nel rapporto con i figli. Con la Restaurazione il diritto di famiglia vedeva confermata, pur con le differenze esistenti nella legislazione dei vari Stati italiani, l’assoluta centralità della figura paterna. La patria potestà generalmente cessava una volta che il figlio avesse raggiunto una determinata età. Caso limite quello della legislazione piemontese, che ne disponeva la fine solo con la morte del padre. Questa centralità si rifletteva nel trattamento riservato al primogenito grazie all’istituto del maggiorascato che, per garantire l’integrità del patrimonio familiare, stabiliva che esso restasse indiviso e fosse trasmesso al figlio maggiore. Anche quando il maggiorascato venne abolito, restò comunque diffusa la tendenza a favorire il primogenito attraverso le disposizioni testamentarie.

Per quantità riguarda l’educazione nel Risorgimento, nelle famiglie nobili e borghesi si riteneva che si dovesse soprattutto abituare bambini e ragazzi alle difficoltà della vita, sottoponendoli dunque a tutta una serie di prove: di qui, ad esempio, il divieto di lamentarsi per la fame o la stanchezza durante una lunga passeggiata oppure il rifuggire da troppo esplicite manifestazioni di affetto al fine di temprare il carattere «virile» dei figli maschi. L’obbedienza costituiva il perno dei rapporti familiari tra i genitori (soprattutto il padre) e i figli.

Vox Zerocinquantuno n6, Gennaio 2017


Nella foto di copertina: ritratto di Carlo Pisacane (foto da anticafrontierabb)

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