I pirati della Silicon Valley: Jobs VS Gates di Alessandro Romano

Siamo nel novembre dell’83. In un ufficio della Apple Ind. è seduto Bill Gates, impassibile, immobile. Di fronte a lui, in piedi, c’è Steve Jobs, il viso rosso e le vene del collo gonfie di rabbia, gli sta urlando le cose peggiori, dall’accusa di plagio alle minacce di cause legali, fino ovviamente agli insulti personali, in pieno stile “jobsiano”. Attorno a loro, è schierata tutta la squadra del Mac, che guarda il suo mentore, convinta che darà una lezione a quel giovane “ladro di idee” e che infine lo farà sprofondare su quella sedia. E invece Bill Gates resta lì, impassibile, aspetta che Jobs smetta di parlare e gli dice: “Be’, Steve, penso che ci sia più di un modo per guardare alla faccenda. Io penso che entrambi abbiamo questo ricco vicino di casa, un certo Xerox, e io sono entrato di nascosto in casa sua per rubare il televisore. Ma mi sono accorto che l’avevi già rubato tu”.
Se ha un torto “I Pirati della Silicon Valley” (1999), è quello di descrivere un Bill Gates in maniera un po’ goffa e di fare intendere che “è diventato quello che è diventato” più per meriti degli altri che propri. Parliamoci chiaro, Bill Gates era un genio dell’informatica tanto quanto Jobs lo era nell’intenderne il potenziale e il saper rivenderlo. I due si rispettavano, potevano essere tanto arroganti da auto-ergersi a divinità terrene, ma vedevano l’uno nell’altro, un punto di riferimento da superare, una perfetta nemesi, il degno rivale potremmo dire.
Steve Jobs nella sostanza ha sempre considerato il limite della Microsoft il non sapersi evolvere, una società che lanciava un prodotto scadente e passava gli anni successivi a migliorarlo, era più l’interesse per il profitto che per la qualità. Dall’altro lato, Gates accusava il rivale di fornire solo sistemi chiusi in cui era impossibile l’accesso esterno e di proporli a prezzi troppo elevati.
Per anni c’è stata la diatriba, che coinvolgeva gli adepti di uno o dell’altro schieramento: la perfezione, ma pagata a care cifre, o la copia, un pò approssimativa, ma accessibile a tutti?

Ritornando alla scena iniziale, questa pellicola ci racconta un nodo cruciale sull’evoluzione del computer da congegno di nicchia a strumento presente in tutte le case.
Nel film la scena è descritta in maniera diversa, ma le parole sono quelle. E’ vero, l’idea dello schermo bitmappato – che segna il passaggio da uno schermo che mostra strisce di parole e numeri ad una finestra che ci consente di prendere e spostare cartelle, copiare immagini, aprire documenti ecc… semplicemente spostandoci col mouse da una parte all’altra dello schermo – era dello Xerox. Così come il primo mouse, anch’esso della piccola casa californiana (che di lì a poco smetterà di produrre computer dedicandosi esclusivamente alle stampanti).
Steve Jobs ha preso questi prototipi ancora approssimativi e di difficile utilizzo e li ha resi fluidi e accessibili a tutti; Microsoft ha “copiato” le evoluzioni di Apple e le ha rese accessibili a tutti anche in termini economici.
Proprio come voleva dimostrare la frase di Gates, “ci sono diversi modi di guardare alla faccenda”. Qualcuno dirà che Jobs ha rubato le idee della Xerox, qualcun altro dirà che le ha migliorate; qualcuno dirà che Microsoft ha rubato a Apple, mentre qualcun altro sosterrà che Bill Gates ha permesso l’utilizzo del sistema bitmappato anche a chi non poteva permettersi un Mac. E a proposito del rubare “chi a chi?”…ai posteri l’ardua sentenza.

La pellicola è un film per la televisione diretto da Martyn Burke con Noah Wyle e Anthony Michael Hall, rispettivamente nel ruolo di Steve Jobs e Bill Gates.
Un film difficilmente consigliabile ai non appassionati, ma che ha comunque il pregio di restituire il fascino di due ragazzini che, armati di sogni e determinazione, sono diventati colossi mondiali dell’informatica; e ci dà un’idea di quello che accadrà dopo, e cioè il fatto che Microsoft e Apple troveranno un accordo e convivranno ognuno nel suo ruolo, nell’eterna diatriba tra il lusso e l’accessibilità.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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