I tortellini antifascisti del primo maggio, di Riccardo Angiolini

Aneddoti e storie riguardo le celebrazioni del 1° maggio italiano

Fra le celebrazioni laiche più sentite nel nostro Paese vi è senza dubbio il 1° maggio: la Festa dei Lavoratori. Fin dalla sua nascita le celebrazioni di questo evento sono state accompagnate da scioperi, manifestazioni e contestazioni da parte del mondo dei lavoratori salariati (operai in particolare).
I governi italiani di inizio Novecento tuttavia erano maldisposti a riconoscere ufficialmente i festeggiamenti del primo maggio, specialmente a causa delle tensioni e degli scontri che minavano la sicurezza e l’ordine pubblico. Data inoltre la sua matrice fortemente legata all’universo socialista, questa ricorrenza non poteva che generare acute diffidenze e mettere in guardia sia gli ambienti lavorativi che quelli istituzionali.
Durante il Ventennio fascista ogni tipo di manifestazione in questi termini (di scioperi neppure si poteva parlare) doveva essere repressa con spietata solerzia. Il regime del Duce abolì la festività, vietò ogni sorta di celebrazione e si dimostrò assolutamente intollerante nei confronti di chi avesse trasgredito tali direttive.

La stigmatizzazione del primo maggio assunse alcune connotazioni piuttosto specifiche e curiose proprio in Emilia-Romagna, dal bolognese fino alle province della Romagna “profonda”. Lungo buona parte del perimetro regionale il simbolo dei festeggiamenti, e di conseguenza delle repressioni, coincise con uno dei più tipici prodotti del territorio nonché immagine dell’identità culturale emiliana: il tortellino.
I tortellini, assieme ai cugini cappelletti, preparati e consumati il primo maggio furono a loro tempo il simbolo degli oppositori al totalitarismo fascista. Le famiglie i cui membri “si ostinavano” a gustare tali pietanza, tradizionalmente associate alle festività, venivano automaticamente bollati come sovversivi. Per identificare e sanzionare i nuclei di presunti riottosi si verificava annualmente una caccia all’uomo, o per meglio dire al tortellino, le cui modalità avevano dell’incredibile.

A raccontarcele nel dettaglio è il professore e storico Luciano Casali, che ci spiega come, nel momento fra fine aprile e inizio maggio, ogni attenzione delle forze dell’ordine venisse rivolta a possibili segnali di esuberanza festiva. Non a caso nei giorni antecedenti il fatidico 1° maggio Carabinieri, milizie fasciste e ogni genere di polizia era incaricato di controllare che non si distribuissero clandestinamente volantini, non vi fossero riunioni sospette o non si lasciassero scritte di contestazione in luoghi pubblici, come sugli orinatoi lungo i viali di Bologna. Ai controlli e alla sorveglianza doveva essere parallelamente attuato un processo per cui la Festa dei lavoratori non fosse più percepita come festività in assoluto, estirpando da essa ogni associazione reale o mentale che rimandasse al concetto stesso di festa.

Ecco dunque dove venivano colte in fallo le preziose perle di pasta all’uovo così care agli emiliani, simboli della ricchezza e dell’opulenza gastronomica di questo territorio. Tortellini o cappelletti erano entrambe pietanze che comportavano un notevole esborso economico e, oltre agli ingredienti assai cari a reperirsi, necessitavano di una lunga preparazione. Per questo motivo il loro consumo era limitato alle occasioni di festa.

Da questa associazione di idee scattavano immediati e violenti i provvedimenti. Le famiglie che, per caso o per qualche genere di soffiata, fossero state colte in flagrante nella giornata del 1° maggio sedute a tavola attorno a questi piatti, sarebbero stati vittima di sicure punizioni. Se le botte e l’olio di ricino erano ormai una consuetudine, potevano seguire castighi più deleteri: l’incarcerazione, l’allontanamento dal posto di lavoro, il ritiro della patente di guida e, come spesso è accaduto fra le mura felsinee, la relegazione dei sovversivi presso veri e propri manicomi.

Il presunto antifascismo degli individui che, in occasione della Festa dei lavoratori, si azzardavano a consumare le “pietanze rosse” veniva così smorzato a suon di manganello. Neanche a dirlo, i tortellini destinati a galleggiare sul brodo di cappone venivano distrutti anch’essi o preventivamente requisiti.
I romagnoli li chiamavano “stanga caplèt”, i bolognesi magari sostituivano “turtlèin” in coda all’affermazione. A prescindere dall’epiteto assegnatogli, questi rimanevano pur sempre uomini che denunciavano, picchiavano e punivano loro compatrioti per aver mangiato un particolare piatto di pasta.

L’assurdità dell’aneddoto non dimostra solo come un simbolo di unità culturale possa esser trasformato nell’immagine della resistenza ad un potere oppressivo, ma rappresenta davvero l’assurdo di ogni regime totalitaristico.
Cerchiamo di considerare dunque questo 1° maggio come un’occasione per sentirci liberi, per celebrare i diritti che le generazioni passate hanno ottenuto per noi e quelli che noi possiamo ottenere per quelle future, non solo per il lavoro. Festeggiamo la nostra fortuna e ricordiamo chi ha lottato perché potessimo beneficiarne, perché no, gustandoci un piatto fumante di tortellini in brodo.

Vox Zerocinquantuno n.33 Maggio 2019


Si ringrazia il prof. Luciano Casali per la gentile consulenza

 

Per saperne di più:

Partigiani a tavola, Lorena Carrara ed Elisabetta Salvini, Fausto Lupetti Editore, 2015

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