I vuoti a perdere dell’emergenza abitativa, di Sara Del Dot

A Bologna ci sono più di 5mila famiglie che aspettano di ricevere una casa popolare. Cinquemila famiglie. Lo stesso numero degli abitanti di un qualsiasi paese di provincia. Come se questo qualsiasi paese di provincia si spargesse all’interno di una metropoli, in tante piccole unità. Tutte in una sola città, tutte in attesa di una casa.
Il nuovo presidente dell’Azienda Casa Emilia Romagna (Acer), Alessandro Alberani, ha voluto far sapere che entro la fine del 2017 la sua intenzione è quella di assegnare ben cinquecento alloggi popolari. Il che sarebbe un ottimo traguardo, soprattutto considerato il pugno duro adottato nella lotta all’abusivismo e la decisione di mettere (finalmente) da parte la pratica di murare gli accessi e rompere i sanitari degli appartamenti sgomberati, sostituendola con porte blindate che non dovrebbero danneggiare l’immobile, abbassando quindi la cifra necessaria per la loro riqualificazione in vista di una ri-assegnazione. Basti pensare che solo in un unico stabile in via Gandusio ce sono circa trenta, e gli alloggi popolari presenti nel Comune sono più di 12mila.

Una scritta sul portone di via Irnerio 13, a 10 mesi dallo sgombero (foto di Sara Del Dot)

Il futuro di Acer vede meno vuoti, quindi. E più persone nelle case.
Ma ci sono anche altri vuoti in città, che vanno considerati sotto una luce diversa.
Sono meno delle case popolari, più grandi, e Acer non c’entra niente. Sono quei posti che molte volte vedere pieni, anche se non legittimamente, fa un po’ meno male. Spazi autogestiti, quindi. Che non hanno mai vita facile. Ma se non fossero occupati, quale sarebbe il loro destino? E dopo essere sgomberati che ne è di loro? Ci sono dei progetti in corso, o almeno pronti per un futuro più o meno prossimo?
Al momento non sembra essere così per la palazzina in via Irnerio 13, che, prima di essere sgomberata lo scorso maggio, era da due anni la casa di decine di persone. Di proprietà del Policlinico Sant’Orsola, quell’edificio in pieno centro, da anni vuoto prima di essere occupato, è tuttora sigillato e gli oltre venti appartamenti che vi si trovano all’interno sono in stato di abbandono. Inoltre, in seguito allo sgombero sono state inoltrate 32 denunce per occupazione e resistenza, sia ad alcuni attivisti sia agli stessi occupanti. Occupanti che erano tali perché non avevano altro posto in cui andare, e ora in molti si trovano in dormitori.
Un altro esempio può essere l’ex Telecom, in cui fino al 20 ottobre 2015 vivevano ben 280 persone. Dopo lo sgombero e il suo clamore mediatico, molte di queste sono state spostate all’Ex Residence Galaxy, da cui ora però probabilmente a breve dovranno uscire perché tuttora non hanno possibilità di pagare il canone che, seppur esiguo, rimane proibitivo per chi non ha un lavoro e figli a carico. E l’ex Telecom se ne sta lì, acquistato da una catena alberghiera, in attesa di essere trasformato in un hotel per studenti.
E se invece di un tale dispiegamento di forze si fosse scelto di dare una regolarizzazione a tutte quelle persone? A quelle che era con il tempo e con l’impegno erano diventate delle vere e proprie comunità, autogestite e organizzate da persone consapevoli del fatto che non avrebbero potuto fare passi falsi e proprio per questo molto attente? Cosa sarebbe successo? La pubblica amministrazione avrebbe perso credibilità? Si sarebbe sentita sconfitta? Sarebbe esplosa l’anarchia e tutti avrebbero improvvisamente cominciato ad occupare qualsiasi stabile vuoto? Forse. Forse, invece, semplicemente ci sarebbero state 300 persone in meno su una lista ancora troppo lunga.

Vox Zerocinquantuno n 10, Maggio 2017


Sara Del Dot viene da Trento si è laureata in Lettere moderne e poi in Scienze della Comunicazione pubblica e sociale a Bologna, per poi spostarsi a Milano, dove vive tuttora, per frequentare la Scuola di Giornalismo Walter Tobagi e fare il lavoro dei suoi sogni. Ama follemente la musica e la letteratura europea.

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