Identità Perdute, Colin Crouch di Chiara Di Tommaso

Dove porterebbe l’inversione del processo di globalizzazione?”. Con questa domanda comincia il libro, pubblicato da Laterza, Identità perdute di Colin Crouch, professore emerito inglese e sociologo di fama internazionale, che affronta i temi centrali del dibattito politico contemporaneo e propone ai lettori riflessioni illuminanti e quesiti irrisolti, spiegando con la geniale semplicità, propria degli scrittori anglosassoni, concetti estremamente complessi e attuali.

 

L’autore parte dall’idea che in questi anni sia in atto “uno scontro tra titani: la globalizzazione e il nazionalismo”, due realtà che per definizione non possono coesistere. Ipotizzando la sconfitta della prima, spiega Crouch, i danni per la società tutta sarebbero enormi: “il mondo diventerebbe più piccolo e perderemmo tutti i vantaggi che questo processo ci ha dato”. È da tempo infatti che il fenomeno ha oltrepassato la sfera economica, invadendo quella sociale, culturale, politica, creando una “società miscelata” e una cultura globale, grazie ai continui e sempre più facili scambi, interazioni e contatti. Inoltre, rompendo gli equilibri che si sono venuti a creare, si metterebbe a grave rischio la pace.

Ci troviamo insomma, in uno stadio talmente avanzato di tale processo da poterlo definire quasi irreversibile e inevitabile. Eppure, sembrerebbe, che il fronte opposto non sia mai stato tanto forte quanto lo è ora. È stata proprio “la minaccia alle identità” e la paura di poter perdere la propria in un modo così mescolato, a generare come reflusso il rafforzamento di movimenti politici nazionalisti, che difendono l’integrità e la sovranità dei propri stati. In un mondo che è cambiato così velocemente, è nato un nuovo disagio e nuove paure verso ciò che è diverso e sconosciuto, e si è trovato facilmente rifugio nella protezione offerta dalle forze conservatrici, che promettono di mantenere ciò che è noto, familiare e quindi sicuro.

Ma in un mondo in cui la globalizzazione è già parte determinante delle nostre vite quotidiane, come risultato di un percorso secolare, questo tentativo di bloccarla è secondo Crouch invano, bisogna solo rendersene conto. Ad esempio, racconta, la tifoseria inglese che raccoglie un target molto nazionalista della popolazione, in uno dei suoi cori usa una parola indiana che indica un tipico cibo asiatico per fare un doppio senso con la formazione della squadra del cuore. Andando ancora più indietro, basta pensare che “il pomodoro oggi è l’ingrediente base della cucina italiana, eppure Dante non ne aveva mai visto uno”. Il multiculturalismo è già una realtà, la società futura è destinata all’integrazione, ma serve tempo affinché tutti capiscano e possano godere dei vantaggi che essa porta.

È solo con questa consapevolezza, afferma l’autore, che si può procedere ad una necessaria sostituzione delle istituzioni nazionali con nuovi organi internazionali e transnazionali. Il sistema statale infatti è diventato oggi un microsistema, obsoleto e non adatto al controllo di un economia e di una società mondiale. “La globalizzazione produce anche effetti negativi e va controllata. Ma è possibile darle delle regole solo attraverso sistemi più ampi”.

I principali problemi attuali infatti trascendono i confini nazionali: l’immigrazione, l’inquinamento, sono sfide impossibili da gestire per un singolo paese. “L’esperimento più riuscito ad oggi e senz’altro quello dell’Unione Europea”, risultato di lunghe contrattazioni, ancora incompleto e oggi attaccato da tutte le parti a causa delle nuove tendenze politiche. Ma non bisogna sorprendersi, sostiene il sociologo britannico, delle difficoltà che si incontrano e si incontreranno nella realizzazione di queste nuove istituzioni: “anche la creazione degli stati-nazione fu lenta e dolorosa, e causò diverse guerre”.

Lungi dall’auspicare nuovi conflitti, Colin Crouch propone di impegnarsi nella “costruzione di legami, per la creazione di una società comune, attorno a quello che già è un mercato comune”. Con il suo punto di vista critico, ma senza dubbio ottimista, auspica la nascita di un “senso di appartenenza sovranazionale”. E tornando agli esempi concreti, spiega che gli inglesi hanno sempre rifiutato dell’Europa questo tentativo di creare una comunità e per questo hanno deciso di uscirne: “ma a parte il vantaggio di poter scegliere il colore del loro passaporto e di poter stagliare la loro libera e sola bandiera, non ne avranno altri, in quanto perderanno ulteriormente la loro capacità di influire sule dinamiche globali.”

Quel che è sicuro è che l’esito di questo scontro titanico determinerà il futuro delle prossime generazioni e segnerà l’inizio di una nuova fase storica: se sarà finalmente il momento della cooperazione internazionale e dell’integrazione culturale, o se sarà di nuovo la volta del conflitto tra stati chiusi e rivali, al momento, è difficile stabilirlo.

Vox Zerocinquantuno

 

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