Il 2 giugno della Terza Repubblica, di Matteo Scannavini

In continuità con le recenti interpretazioni del 25 aprile, anche la Festa della Repubblica è diventata l’ennesima occasioni di polemiche e strumentalizzazioni. Le tensioni istituzionali del giorno hanno coinvolto il ministro della Difesa Trenta e le forze armate, così come il presidente della Camera Fico e Salvini. Insieme a queste storie tese, è arrivato anche il più diplomatico, ma comunque perentorio, discorso di Mattarella, che ha ricordato con fermezza verso quale orizzonte debba muoversi la Repubblica, giunta alla terza versione in 73 anni di vita. Un anniversario che vale sempre la pena celebrare, nonostante sia oggi occasione di esprimere divergenze, che sono del resto succo della democrazia, com’è stato bene visibile fin dall’esito del referendum del ’46.

“Libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti, con chi punta a creare opposizioni dissennate tra le identità, con chi fomenta scontri con la continua ricerca di un nemico da individuare, con chi limita il pluralismo.” Queste le parole del discorso del Presidente della Repubblica, riferite, neanche troppo indirettamente, a Salvini, che, dopo le europee, è a tutti gli effetti il primo ministro d’Italia.
Chissà cosa ne avrà pensato Salvini, che era intanto impegnato a rispondere alla provocazione “dell’alleato” di governo Fico. Il Presidente della Camera ha infatti dichiarato di voler dedicare la festa della Repubblica non solo a tutti gli italiani, ma anche alle comunità minori di migranti, rom e sinti presenti sul territorio. Come da copione, Salvini ha rimarcato l’appartenenza della festa ai soli connazionali e ha inoltre mandato un ulteriore frecciata ai 5stelle, esprimendo solidarietà verso gli ex generali che hanno disertato la parata ai Fori Imperiali per protesta contro la ministra Trenta. I 3 ex capi di Stato Maggiore hanno usato la visibilità del 2 giugno per portare l’attenzione sulle inadempienze verso l’esercito da parte del Ministero della Difesa, contestato per tagli ai bilanci, trascuratezza e per la campagna demagogica lanciata contro le pensioni doro dei generali. A far discutere è stato inoltre il tema scelto da Trenta per la parata delle Forze Armate: l’inclusione, considerate dai detrattori troppo peace & love per i canoni dell’esercito.

Questi richiami e screzi tra le alte cariche dello stato sono stati protagonisti del 73esimo anniversario della Repubblica, non che primo compleanno del governo gialloverde, nato dalla “fusione a freddo” tra due forze politiche geneticamente diversissime ma accomunate sotto il religioso giuramento al contratto di governo. Nonostante la maggioranza stia gradualmente realizzando gli obiettivi preposti, le sue profonde incompatibilità interne emergono ogni giorno, così che anche nel 2 giugno, al di là dei tanti eventi ufficiali e sorrisi di facciata, l’Italia è riuscita a mettere in mostra le proprie divisioni.

Anche le europee, pur avendo sancito l’assoluto trionfo della Lega, hanno anche dimostrato come il favore dell’elettorato sia umorale e volubile: da un anno all’altro può riversare milioni e milioni di voti sull’eroe popolare del momento, salvo poi distruggerlo quando le sue facili ricette non funzionano. E di sostanza, nelle attuali ricette del governo, se ne trova davvero poca, anzi, nel caso della Lega, è mancata proprio la ricetta: come alcuni, non abbastanza, hanno notato, Sono Salvini si è presentato alle europee e ha stravinto senza nemmeno un programma; un fatto che dovrebbe far riflettere sul significato dell’esercizio della democrazia che festeggiamo il 2 giugno.

Anche se il quadro generale non è certo confortante, non è tuttavia il caso di abbandonarsi ad eccessivi allarmismi: non ci sarà alcun ritorno al fascismo e la democrazia non è in pericolo, resta tale, in tutti i suoi limiti che la rendono una gara di propaganda tra partiti e, ancor di più, tra leader carismatici. Queste europee, che apparivano a molti come lo scontro finale tra sovranisti ed establishment, hanno invece prodotto risultati molto frammentati, da cui alla fine riemerge la precedente maggioranza centrista parlamentare. Salvini e Le Pen, pur avendo brillato, non avranno abbastanza peso nella nuova legislatura dell’Unione, la loro vittoria è tale solo se considerata entro i rispettivi confini nazionali. Inoltre, Italia esclusa, i verdi hanno fatto incoraggianti passi avanti, dato più che positivo.

Salvini in cattedra non piace a tanti, ma non è certo la fine della Repubblica, per ora nemmeno dell’Unione Europea, forse lo sarà presto per il governo del cambiamento. Il consenso di massa di cui gode e che spaventa, costruito su un’abilissima propaganda, sembra destinato a crollare a picco al varo della prossima manovra economica, che probabilmente imporrà una stretta fiscale asprissima agli italiani. Alla fine, come ha ricordato Mattarella insieme ai doverosi moniti al vicepremier, le elezioni europee sono state un grande esercizio di democrazia. Una democrazia realizzata con il suffragio universale del 2 giugno, che, al netto di tutti i problemi, è sempre bene festeggiare.

Vox Zerocinquantuno n.34 Giugno 2019


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

Foto: Matteo Scannavini 

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