Il bello della migrazione. Arricchimento umano e culturale, di Lella Di Marco

Oggi 27 maggio 2017, mentre  tento di scrivere le presenti note, il telegiornale mattutino annuncia:
140 sbarchi a Lampedusa  altri 600 dirottati  in Calabria  e altre centinaia di  MINORI  non accompagnati  e di DONNE  incinte o che hanno appena partorito, a Crotone .

Si prevedono  per il 2017   più di 200 mila arrivi di profughi contro i 183 mila del 2016. Si pensa che questo sia soltanto un inizio e che milioni di esseri umani siano pronti a partire dall’Africa … continente, da sempre, oggetto di “rapina” da colonizzatori invisibili e indisturbati.

Si è “antichi” mentre il mondo cambia  e si conta di risolvere “il dramma storico –umano” leggendo l’emergenza,  riducendo  gli eventi totali a puro fatto di cronaca . Tra  mediazioni giornalistiche  che mirano a creare opinioni, tra sfogo di istinti bassi sui social SI INVOCANO LEGGI SPECIALI, PAESE MILITARIZZATO, MAGGIORI  CONTROLLI  DI POLIZIA … e dire che l’Italia in questo non può vantare idee geniali e risolutive. Nel ’38 le leggi razziali  hanno scatenato quello che sappiamo sugli ebrei, con la loro demonizzazione e le conseguenze cultural-fasciste che ancora -a tratti- esplodono, con l’ebreo diverso da eliminare.
Pensiamo che eliminare  chi uccide in nome di Allah da solo basti ?

Sui migranti e la loro conoscenza forse oggi chi riesce ad avvicinarsi alla verità sono gli antropologi. Se la ricerca è reale, sincera, autentica.
Facciamo tesoro  di chi vive un rapporto di “fisicità” con loro, ed ha strumenti  culturali  per approfondire analisi per conoscere e per cercare un cambiamento. Senza ambiguità o bulimia di parole.

La nostra esperienza ventennale con le donne migranti, con musulmane velate e svelate, con i loro figli e figlie, con le loro  abitazioni, problemi ma anche gioie, con il territorio  ci ha portate a forme di relazioni intense, affettuose, sincere, di stima reciproche. Interessanti anche da divulgare come  frammenti di analisi etno-antropologica.

Ne abbiamo conosciute a centinaia. In Italia per un progetto economico ma anche  per un bisogno di libertà, per cogliere le opportunità culturali e di “ visibilità” che  la migrazione può offrire, con la voglia di rispettare le tradizioni ma di afferrare anche  la modernità. Sia in loro che nei loro figli , è  sentito il fascino dell’occidente.
Le abbiamo viste determinate,  rispettose dei genitori, con apprezzamento della nostra scuola PUBBLICA, DELLA SANITA’, DI QUEL CHE RIMANE DEL WELFAR, fiduciose   per un futuro migliore per i loro figli. Le abbiamo viste crescere nella presa di coscienza, mentre noi facevamo tesoro dei loro insegnamenti. Del loro senso della famiglia.
Sono entrate nelle nostre case per “lavori servili” come pulizie, accudimento bambini e anziani. Azioni sulle quali subito c’è stata attenzione culturale e politica da parte delle femministe, quando si scriveva per esempio LA SERVA SERVE con attenta analisi dell’uso del capitale di questa forza lavoro e del sostituire  i servizi tanto richiesti con lotte, con altro lavoro domestico  – femminile. Le abbiamo viste lavorare a bassa retribuzione, a chiamata, anche 16 ore al giorno. Senza diritti e senza contratto.
Le abbiamo viste in piazza a manifestare   per la liberazione della Palestina,  organizzare  solidarietà per i bambini siriani  o semplicemente in  micro-progetti di solidarietà per lo sviluppo di zone dimenticate del loro paese. Le abbiamo sentite   in imprecazioni rabbiose contro il dominio americano e la colonizzazione francese o inglese… con strascichi sempre attuali. Le abbiamo sentite chiedere  di lasciare in pace l’Africa. Di non portare “aiuti fasulli” ma evitare di  continuare a  “rapinare” quella terra ricca di materie prime e sventurata. Le abbiamo sentite invocare aiuto  ai governanti, alle moschee, ai capi religiosi, per gestire l’educazione dei loro figli, stretti fra due culture ma spesso rifiutati perché stranieri   sia in Italia che nel loro paese di provenienza .
Le abbiamo viste  in aiuto a cosidetti “irregolari “ ammalati, assistendoli e conducendoli negli ospedali, dando loro garanzie.

Hanno resistito e continuano a fare RESISTENZA, loro con i loro corpi e la loro forza. Sottraendosi spesso al potere dei patriarchi  e rifiutando quello dei nuovi padri, spesso coniugi italiani chiamati da Allah. Loro, spesso, donne sole con figli, senza sottrarsi a lavori umili e cogliendo ogni opportunità che  l’Italia porge loro.

Ma noi  non siamo  un’altra cosa . Siamo uguali nella diversità.
Da loro una lezione  LA RESISTENZA NELLA DIFFERENZA.
Resistere al dominio  mettendo  in gioco la propria forza senza temere che questo significhi contraddire la  femminilità ma anche cercare di capire, uomini e donne, a che punto siamo nel nostro processo continuo di trasformazione. Nella nostra identità sempre in transito. Nelle nostre molteplici appartenenze.

Vox Zerocinquantuno n 11, giugno 2017


Lella Di Marco, Ass.ne Anassim donne native e migranti attiva a Bologna con il Centro Interculturale M.Zonarelli

*In copertina foto tratta da http://www.unosguardoalfemminile.it/wordpress/?p=2505

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