Il calcio in Italia dalla nazionalizzazione fascista ai liberi gruppi ultras, di Giacomo Bellini e Stanislav Saka

A partire dal 900’ lo sport inizia ad occupare all’interno della società italiana un ruolo fondamentale per la creazione di un’identità nazionale. Ed è esattamente tra le due guerre mondiali che esso diventa un efficace mezzo di propaganda politica, al fine di valorizzare e rafforzare il regime fascista.

Il Regime vuole sin dall’inizio assegnare ai successi sportivi l’immagine della sua potenza politica e profonde un considerevole impegno nell’educazione e nell’addestramento fisico dei giovani. In poco tempo l’Italia diventa protagonista a livello mondiale conseguendo rilevanti successi sportivi negli anni 30’.

Nonostante il forte interesse del Regime verso gli sport individuali (boxe, scherma, automobilismo ecc..) che potevano servire all’addestramento militare, viene capita presto la potenzialità socialmente aggregante di uno sport come il calcio, collettivo e praticato da persone provenienti da ogni angolo della penisola.

Passando da un’analisi di tipo strettamente politico ad una più sociale, vediamo l’altro fenomeno che il calcio introduce nella società, ovvero il tifo.

Oltre al grande affetto verso la propria nazionale, vi è presente anche il tifo locale, indirizzato alle squadre delle varie città italiane, il che porta a riaccendere rivalità locali radicate fin dal medio evo in Italia.

Dopo il ridimensionamento subito durante la seconda guerra mondiale la passione calcistica si riaccende. Già dalla seconda metà del 1945 vengono fondati nuovi club, indice della volontà di lasciarsi alle spalle la tragedia degli anni passati. Con la ripartenza dell’economia riparte anche il tifo organizzato, che subirà una grande trasformazione alla fine degli anni Sessanta. Negli stadi ormai si vedono gruppi di sostenitori sempre più attivi, più rumorosi, che provocano una certa inquietudine. Questi prendono il nome di ultras.

Formati prevalentemente da persone di età compresa tra i 16 e i 21 anni, i movimenti ultras nascono come “squadre di sostegno” ai club delle proprie città. Purtroppo quasi sempre il sostegno verso le proprie squadre si traduce anche nell’ostilità verso gli altri club e le loro tifoserie, sentimento che sfocia molto spesso in veri e propri scontri sia all’interno che al di fuori dello stadio. L’intero fenomeno viene trattato dai mass media come “teppismo calcistico”, che fa risultare gli ultras come “teppisti che non meritano di essere chiamati tifosi”. Presto, tramite i mezzi di comunicazione si instaura l’idea che essi abbiano un’origine indefinita e che ne facciano parte solamente giovani devianti, appartenenti ad una bassa classe sociale, largamente dediti alla droga e all’alcol, emarginati ma desiderosi di un’affermazione che troverebbero nel tifo.

Cerchiamo di chiarire la questione prendendo come riferimento gli ultras del Bologna F.C senza farci condizionare acriticamente da un simile giudizio.

Innanzitutto bisogna tenere presente che tra le fila degli ultras, più del 15% sono ragazze, e questo è un fenomeno presente anche in altre città italiane. Vi fanno parte sia ragazzi provenienti dalla città che dalla periferia. La maggior parte lavora, solo pochi studiano.

Il gruppo più antico sono i Forever Ultras che nasce nel 1974 dalla fusione di due formazioni preesistenti. Questi possiedono un luogo di ritrovo nel centro della città, dove si discute l’organizzazione, ma anche come finanziare le proprie iniziative. I primi problemi riguardavano il reperimento dei materiali per la coreografia, cosa non per niente semplice. Si faceva ricorso alle donazioni volontarie e talvolta entrava in scena la società proprietaria della squadra che partecipava all’acquisto dei materiali per gli striscioni, i tamburi, le trombe, i fumogeni e all’affitto dei mezzi di trasporto per le trasferte.

A Bologna oltre ai Forever Ultras, erano presenti anche i Mods, i Total Chaos ed i Freak Boys. Tra questi i più aggressivi erano i Mods, che godevano della fama di ”duri” in quanto sempre pronti agli scontri.

Gli scontri fra tifoserie potevano avere motivi diversi: innanzitutto una diversa fede calcistica, ma anche questioni di tipo politico, come l’essere di sinistra o di destra.

Con il tempo i gruppi delle tifoserie si sono sempre più trasformati in fenomeni sociali: i giovani vivono la loro appartenenza negli ultras come all’interno di una comunità esclusiva, e la loro anomalia, il cosiddetto ”teppismo calcistico”, non è molto diverso da altre forme di disordine pubblico provocato da altre aggregazioni giovanili.

In base all’orientamento che si voleva prendere, si poteva scegliere tra le diverse identità comportamentali dei gruppi presenti. Chi voleva utilizzare lo stadio ed i momenti di libertà che esso concedeva per stare insieme sceglieva i Freak Boys; chi invece desiderava un gruppo propenso allo scontro fisico, optava per i Mods; chi oltre allo scontro fisico si preoccupava anche delle manifestazioni scenografiche, si orientava verso i Total Chaos; chi, infine, era alla ricerca di un organizzazione che contenesse al suo interno gruppi più o meno grandi e che fungesse loro da coordinatore, entrava nei Forever Ultras.

Per entrare all’interno di un gruppo, prima si passava attraverso una selezione che i membri più anziani facevano nei posti di ritrovo, per individuare i nuovi ”validi elementi”. Una volta entrati bisognava seguire un iter per poter scalare la gerarchia all’interno del gruppo, svolgendo man mano incarichi sempre più importanti. Questi incarichi permettevano di acquisire una nomina che godeva di un prestigio, cosi i partecipanti si sentivano apprezzati per gli sforzi compiuti.

Questa complessità dimostra che il fenomeno degli ultras, non può essere categorizzato come negativo a prescindere, e che bisogna capirne i motivi della sua esistenza e della sua diffusione.

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

In copertina foto da

Calcio. Bologna, Rossettini completa l’opera

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