Il caso Bielorussia e l’insostenibilità delle democrazie illiberali, di Riccardo Angiolini

Testa a testa fra Ue e Bielorussia.
Un conflitto di luci e ombre fra democrazia e autoritarismo.

Questa del 2020 è stata un’estate rovente in tutti i sensi possibili, dalle temperature alla politica internazionale. Le diffuse tensioni legate al Covid e al suo contenimento non sono state le uniche tematiche di dibattito sovranazionale. L’ultimo avvenimento che ha suscitato enorme fermento è stata la rielezione del presidente bielorusso Lukashenko. Lo scorso 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali in Bielorussia, dalle quali è emerso nuovamente vincitore lo storico leader Aleksandr Lukashenko che ha guidato la sua nazione ininterrottamente dal 1994 ad oggi.

Non è stato tanto il risultato in sé a far discutere, per quanto un presidente in carica da oltre vent’anni sollevi leciti dubbi sull’effettiva democraticità della repubblica, quanto le modalità con cui esse si sono svolte. Pesantissime accuse di violenze, soprusi, intimidazioni, violazioni della segretezza del voto e infine di sfacciati brogli elettorali sono piovute a catinelle sull’attuale dirigenza bielorussa, infiammando così l’opposizione nazionale e l’opinione pubblica mondiale. Soprattutto nel vecchio continente questi risultati hanno destato particolare scalpore, facendo sì che anche le più alte cariche dell’Unione si esprimessero a tale riguardo.

Charles Michel, Ursula Von Der Leyen, David Sassoli: tutti i rappresentanti delle maggiori istituzioni europee si sono schierati in maniera piuttosto decisa contro l’operato dell’appena rieletto Lukashenko, non riconoscendo l’esito del voto e promettendo sanzioni da parte dell’UE nei confronti della Bielorussia. Persino dal Cremlino sono giunte voci di dissenso rispetto alle procedure elettorali da poco conclusesi, anche se la risoluzione finale della Russia putiniana è stata piuttosto sterile: si tratta di affari di esclusiva competenza nazionale. D’altronde non è certo un segreto che il Paese controllato da Lukashenko goda della protezione del Cremlino, oscillando in un orbita filorussa che pare ricordare vecchie dinamiche da “cortina di ferro”. E così la Bielorussia, destreggiandosi fra denunce di svariata provenienza e appoggi più o meno velati, prosegue lungo la strada dell’autoritarismo. Nemmeno l’esplicita presa di posizione europea pare aver sortito un gran effetto sulla leadership politica a capo della “Russia Bianca”, presa di posizione che però accende i riflettori su una serie di evidenti ipocrisie interne all’Unione.

Fra i principi fondanti dell’Europa unita vi sono infatti importanti rimandi al grado di sviluppo politico e sociale a cui gli Stati Membri dovrebbero attenersi. Fra questi spiccano la democraticità del potere, la libera partecipazione politica, l’uguaglianza di fronte alla legge, il totale rispetto per i diritti umani e per la salvaguardia di minoranze di vario genere. Poco contano le forme istituzionali e governative scelte dal Paese di riferimento: a queste condizioni, per far parte dell’UE, non si può venir meno. Eppure la realtà ci palesa circostanze ancora molto lontane da questi postulati, dimostrando che l’adempimento ad alcuni dei più cardinali principi dell’Europa contemporanea è di fatto relativo. Di ciò sono esempi perfetti l’Ungheria di Orbàn e, anche solo in parte, la Polonia nazional conservatrice di Duda, anche se alcune violazioni “minori” legate al rispetto dei diritti civili sono riscontrabili anche in altri Paesi del nucleo centro-orientale del continente. E se per la Bielorussia, nazione non inclusa all’interno del ranghi dell’Unione, l’UE non ha esitato a mostrare i muscoli viene spontaneo chiedersi come mai non si ponga in maniera analoga con altri noti inadempienti fra le file comunitarie.

Un reale confronto fra Bielorussia e la coppia Ungheria – Polonia sarebbe comunque azzardato in quanto i reali livelli di democratizzazione fra tali Paesi sono alquanto diversi. Facendo riferimento ai risultati emessi da Freedom House, autorevole fonte di studi e ricerche politologiche, la Bielorussia viene classificata come Stato “non libero”, caratterizzata da tratti di marcato personalismo politico, con un punteggio dettato dagli indicatori utilizzati pari a 14 su 100. Libertà civili e politiche sono infatti ancora trascurate, negate e fortemente osteggiate. La sempre più autoritaria Ungheria di Orbàn si ferma invece a 70 punti su 100, venendo classificata come Paese “parzialmente libero”. Tuttavia la concessione dei pieni poteri al premier ungherese, il bavaglio mediatico sfoderato contro le opposizioni, la scarsa e poco trasparente competizione per il potere politico, l’insabbiamento di traffici e affari riguardanti la gestione Coronavirus e non solo, la violenta e implacabile repressione delle minoranze etniche e sociali (come la comunità LGBT) sono tutti esempi di violazioni, denunciati peraltro da associazioni di stampo internazionale come Amnesty International, di come l’Ungheria stia rapidamente scivolando nel baratro delle cosiddette “democrazie illiberali”.

Che tutto ciò avvenga nel pieno cuore dell’Europa unita e democratica è ovviamente uno scandalo non da poco, specialmente se si considera la possente retorica di cui l’Unione spesso si avvale per scongiurare una pericolosa deriva populista e sovranista. Gli interessi che scoraggiano una più decisa presa di posizione in questi termini, a partire da quelli economici rivolti ad est fino a quelli legati alla gestione delle frontiere, non dovrebbero inibire una seria azione punitiva da parte dell’UE. Se da un lato è apprezzabile la pressione fatta dall’Europa nei confronti della Bielorussia è vero, almeno in parte, quello che ha sostenuto a propria difesa la controparte di Lukashenko: dovremmo preoccuparci di più delle strazianti ipocrisie e delle criticità presenti all’interno dei nostri confini.

Vox Zerocinquantuno, 24 agosto 2020

Foto: Kremlin.ru

CSTO Collective Security Council meeting in the Kremlin, Moscow 2012-12-19.

 

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