Il caso Minzolini: cronaca di un salvataggio, di Jacopo Bombarda

È di queste settimane il cosiddetto “caso Minzolini”, ossia il voto del 16 marzo scorso con cui il senato ha “salvato” dalla decadenza il Senatore eletto nelle file del PDL, oggi Forza Italia.
Brevemente, occorre dare un significato alle espressioni “salvataggio” e “decadenza”.
Augusto Minzolini è stato condannato, in via definitiva con sentenza della Corte di Cassazione del 12 novembre 2015, per il reato di peculato a due anni e sei mesi di reclusione: un reato cd. “proprio”, che cioè può avere come autore solo soggetti che ricoprono una determinata qualifica.
Nel caso di specie, il peculato integra la medesima condotta dell’appropriazione indebita, e ricorre quando il suo autore (il cd. “soggetto attivo del reato”) riveste la qualifica di pubblico ufficiale.
Per l’appunto, Minzolini è stato condannato per avere trattenuto indebitamente determinate somme di denaro nell’esercizio del suo mandato da Direttore del TG1 (durante il quale peraltro si era esposto a critiche molto dure a causa dei contenuti e dell’impostazione generale data al TG).
La condanna subita da Minzolini, rientra nel novero di quelle per le quali la legge Severino prevede la decadenza del condannato dalla carica elettiva che egli (eventualmente) ricopra. Essendo il condannato in questione un membro del parlamento della Repubblica, organo per cui vale la cd. “autodichia”, deve essere il parlamento stesso a votare la decadenza di un suo membro: un noto precedente riguarda il voto, sempre del Senato, che sancì la decadenza da Senatore di Silvio Berlusconi.
Come noto, il senato ha votato contro; occorre però chiedersi se poteva farlo oppure no.
Alcuni commentatori (vedasi ad esempio un articolo di Ugo Magri su “La Stampa” del 17 marzo 2017) puntano il dito su una presunta irrazionalità della legge Severino, sostenendo, in estrema sintesi, che non si può attribuire al parlamento un potere di voto senza garantire ad esso la pedissequa libertà di esprimersi in un modo o nell’altro.
Tuttavia, l’obiezione è superabile, in quanto non è certo questo l’unico caso in cui al parlamento è attribuito un potere di voto “vincolato”: si pensi ai casi in cui il Parlamento è chiamato a “recepire” le direttive comunitarie non immediatamente applicabili, al fine di trasporle nell’ordinamento nazionale con vincoli non solo di contenuto, ma anche di tempo (infatti, più di una volta l’Italia è incappata in procedure di infrazione per non aver recepito una Direttiva con la dovuta tempestività).
Nel caso di specie, si trattava di prendere atto della decisione di un altro potere dello Stato, deputato a tali funzioni, con l’aggravante che la sentenza in questione era ormai definitiva.
Per questo suonano prima di tutto sconfortanti le difese di alcuni senatori che affermano di aver “salvato” il collega dopo aver “esaminato le carte”, di fatto sindacando l’azione dei giudici non solo non essendo giudici, ma addirittura rappresentando un potere diverso e concorrente.
Anche le modalità del salvataggio meritano di essere ricordate: mentre poco meno di venti senatori della maggioranza votano con l’opposizione, un’altra ventina circa invece si assenta dal voto, riequilibrando numericamente le forze in campo.
Tutto ciò non può non far venire il sospetto che il voto sulla decadenza di Augusto Minzolini, in spregio a una corretta (ma anche solo ragionevole) interpretazione della normativa vigente, sia stato la contropartita data dall’attuale maggioranza al partito di cui il senatore è membro per avere, solo pochi giorni prima, votato contro la mozione di ritiro delle deleghe presentata da un’altra forza di opposizione (il neonato Movimento Art. 1 D.P.) contro il ministro Luca Lotti, oggi indagato.
Ce n’è abbastanza per concludere che quanto avvenuto il 16 marzo scorso, oltre a rischiare di costituire un pericolosissimo precedente parlamentare, non rappresenta certo una bella pagina nella storia della nostra assemblea (ormai non più) elettiva.
E’ da precisare che la decadenza prevista dalla legge Severino non è da confondersi con l’interdizione dai pubblici uffici, pena accessoria prevista da diversi reati fra cui anche il peculato.
Infatti Minzolini ha presentato le sue dimissioni nel momento stesso in cui questo pezzo viene scritto: ma occorre ricordare che, per prassi, le dimissioni di un parlamentare vengono sempre respinte al primo scrutinio dall’aula di appartenenza.
Insomma, può darsi che Minzolini terminerà (immaginiamo serenamente) il suo mandato, e solo nel 2018, alla scadenza naturale della legislatura, uscirà dal parlamento e non si potrà ricandidare.

Vox Zerocinquantuno n 9 aprile 2017


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge.

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