Il castello di vetro: storia di una famiglia americana non convenzionale, di Fabio Bersani

È previsto per questi giorni l’arrivo in Italia del film The Glass Castle, ispirato alla vita di Jeannette Walls. Il lungometraggio è basato sui racconti di vita riportati dalla stessa Walls interpretata da Brie Larson. Il lavoro di Destin Daniel Cretton ricostruisce nel dettaglio l’insolita adolescenza dei figli dei coniugi Walls, distaccandosi nettamente dagli stereotipi legati alla classica famiglia americana.

Il cast presenta grandi nomi, tra questi quelli di Naomi Watts, nei panni della madre di Jeannette Walls, e Woody Harrelson nel ruolo del padre di famiglia.

Il regista utilizza sapientemente la tecnica del flashback per raccontare la storia di Jeannette. La narrazione è resa più realistica e permette di lasciare libero il flusso di coscienza della protagonista intenta a vivere la sua vita presente, senza mai mettere da parte i ricordi del suo passato. Inoltre il gioco di luci, con la contrapposizione tra colori grigi e colori caldi, si sposa perfettamente con l’umore della scrittrice dal torbido passato.

Il film non è soltanto una splendida trasposizione cinematografica della storia di una famiglia non proprio qualunque, ma è un vero e proprio racconto intimo animato con immagini e suoni mai banali. Un ritratto di vita privata condiviso sul grande schermo, per narrare le vicende di un padre oppressivo ma dall’animo nobile. Il castello di vetro analizza intimamente il rapporto tra un padre ed una figlia, tra delusioni e ricordi incancellabili. Tuttavia il messaggio che emerge dalla visione della pellicola va oltre gli affetti familiari e crea una riflessione nello spettatore sul concetto di felicità e di autorealizzazione in un mondo dove i valori sono imposti dalla società e non dalle volontà personali.

Se nei flashback in gioventù della giovane Walls risulta facile per il grande pubblico distinguere tra giusto e sbagliato, e tra libertà e oppressione, non altrettanto semplice sarà alla fine del film. Così come Jeannette nella vita reale, Cretton ci invita a riflettere sulla moralità e sulle dinamiche che intersecano da un lato il valore del denaro e dall’altro il valore degli affetti famigliari.

Un altro elemento ricorrente nel lungometraggio è il viaggio. Il significato di mettere le radici in un posto chiamato casa viene completamente stravolto all’interno del film. La famiglia Walls viaggerà spesso per tutto il Paese in cerca di un posto da chiamare casa. Jeannette soltanto da adulta riuscirà a trovare il luogo dove stabilirsi, ma potrebbe non essere questo il giusto finale per un percorso lungo una vita. Il viaggio viene usato dal regista come una metafora che vede il perpetuo movimento come segno di vita e al suo opposto la fissa dimora come simbolo della fine.

La storia di una famiglia non convenzionale e il racconto di una donna dalla grande forza interiore. Una ragazza che deve affrontare grandi decisioni legate ai suoi affetti, in cerca di uno spazio nel mondo. Una intensa storia di una famiglia americana atipica ma anche una bellissima riflessione sulla ricerca della felicità.

Vox Zerocinquantuno n.29, Dicembre 2018


Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

 

In copertina foto da meerdanvijftig.nl

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