Il cinema e il dietro le quinte della comunicazione politica, di Alessandro Romano

Brillanti, colti, super-preparati e incredibilmente appassionati del proprio lavoro. E’ così che Hollywood descrive gli uomini che lavorano al servizio dei politici per organizzarne le diverse strategie di comunicazione. In una perenne corsa contro il tempo, osservano e analizzano le variazioni nei sondaggi come i trader studiano le oscillazioni di mercato per prevedere e pianificare le prossime mosse. Preparano i testi dei discorsi, cercano di anticipare le possibili critiche degli avversari e di prevedere le domande dei giornalisti meno compiacenti. Studiano gli slogan come se fossero dei creativi pubblicitari.


Nella realtà, perlomeno in Italia, l’idea dell’ufficio stampa è più di uno scudo, un filtro troppo stretto in cui si riesce ad accedere e comunicare con il politico solo in determinati casi e se si hanno le giuste conoscenze.
Difficile valutare positivamente anche il lavoro di preparazione all’interazione pubblica, dato che il classico “imparare la lezione a memoria” sembra più un esercizio per sviare le domande piuttosto che rispondere. I filtri paiono abbastanza deficitari anche quando si tratta di dichiarazioni pubbliche mediante i social network, più di pancia che di testa e in alcuni casi i nostri governanti hanno destato scalpore per affermazioni e “cinguettii” decisamente sopra le righe.
Di certo il lavoro-ombra c’è ed è “evidente”, soprattutto dai mille ostacoli per avvicinare i politici, ma l’impressione è che perlopiù il tutto sia affidato alle capacità naturali del candidato di riferimento.

L’istituzione dell’ufficio stampa nasce proprio al servizio della politica, precisamente qui in Italia durante il fascismo. La diffusione radiofonica aveva ormai raggiunto la massima estensione e le parole, gli slogan, i comizi potevano entrare direttamente nelle case di tutti.
Mussolini e i suoi furono i primi a capire le potenzialità del mezzo, dando vita al primo (e massiccio) lavoro di propaganda politica della storia.

Come in ogni numero la redazione propone alcuni film che possano rendere al meglio la spiegazione dell’argomento trattato.
Fabio Bersani ci parlerà de Il Candidato film del 1972 con Robert Redford, in cui un giovane avvocato della California, impreparato politicamente ma armato di buone intenzioni dovrà vedersela con un vecchio squalo della politica, all’interno di una battaglia mediatica eticamente scorretta ma cinicamente realistica.
Gli altri film scelti per questo numero hanno a che fare con la gestione del conflitto, declinata in diversi approcci e circostanze.
Ne Le Idi Di Marzo del 2011 diretto da George Clooney, ci mostra l’interazione sleale e quasi cannibalesca tra i diversi uffici stampa e ci insegna uno dei possibili risvolti di questo mestiere, ovvero, quando è il capo della comunicazione a tenere in mano il politico, ed invece di nasconderne gli aspetti più “bui” minaccia di rivelarli al mondo.
Il terzo film di cui parleremo è Game Change (2012) diretto da
Jay Roach sulla tornata elettorale delle presidenziali USA del 2008, quando il Senatore MaCain fu affiancato da una giovane e allora sconosciuta Sarah Palin. Questo è il caso in cui il conflitto nasce tra lo staff e il politico, per divergenza di idee o background politico-culturale e di quando l’ufficio stampa deve proteggere e preparare il proprio rappresentato dai feroci attacchi esterni dei media.


Altro film interessante anche se non ha trovato spazio nelle nostre recensioni è The Queen, di
Stephen Frears (2006) con Helen Mirren nei panni della Regina Elisabetta e Michael Sheen in quelli di Tony Blair. A pochi giorni dal suo insediamento come Primo Ministro britannico, l’Inghilterra e il mondo sono travolti dallo choc per la scomparsa di Lady Diana, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite in un tunnel nel centro di Parigi. Per il neo ministro e tutto lo staff della comunicazione è una prova durissima, la Regina si rifiuta infatti di rilasciare dichiarazioni pubbliche e il popolo è deluso dall’atteggiamento freddo e distaccato della loro sovrana.
In questo caso il conflitto, non è solo con il “rappresentato”, ma è anche tra gli stessi collaboratori, tra chi non crede più in una immagine buonista della sovrana e Tony Blair che invece non smette di dar fiducia e stimare una donna che è diventata regnante ancora ragazzina e che non si è mai tirata indietro di fronte alle responsabilità e alle pressioni. Non è un mistero che la Regina non vedesse di buon occhio le “esuberanze” della nuora, ma Blair cerca in tutti i modi di far sì che questi conflitti personali non ledano l’immagine pubblica di “mamma del popolo” che da sempre riveste.

Tutti questi film, nel complesso, ci rivelano il valore che può avere l’ufficio preposto alla comunicazione nel successo o nella sconfitta di un politico e di quanto sia divenuto difficile un mestiere del genere in questi anni di comunicazione “multiforme” e globale.
Possiamo asserire che l’immagine di un candidato o di un governante sia enormemente condizionata dal lavoro svolto “dietro le quinte” dagli esperti e che, se le menti non sono “brillanti” e preparate diventa improbabile competere nell’arena elettorale, aumentare consensi e garantire così la vittoria.

Vox Zerocinquantuno n 7, febbraio 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

 

(39)

Share

Lascia un commento