Il Colibrì di Sandro Veronesi. Recensione di Riccardo Angiolini

Non servono troppi fronzoli per introdurre il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, affermato scrittore italiano ormai da record. Col suo Il Colibrì si è aggiudicato infatti il Premio Strega nella sua edizione del 2020, premio già vinto anche in passato grazie al libro, Caos calmo.

Ne Il Colibrì bellezza e orrore, memoria e oblio, movimento e immobilità sono elementi dicotomici che riescono a fondersi dando vita a un romanzo pregno di pura, per quanto dolorosa, umanità.

Le vicende del racconto riguardano principalmente Marco Carrera: figlio, fratello, padre e amante fiorentino che, proprio a causa dei suoi più cari affetti, soffrirà alcune fra le peggiori tragedie che la vita può riservare. Il percorso di Marco infatti, oftalmologo di professione ma tennista e incostante giocatore d’azzardo per hobby, viene segnato per lo più dal dolore e dalle piaghe inflittegli dall’esistenza. Un uomo che nei successi, negli amori e nelle passioni trova una scialuppa di salvataggio: una vera e propria ancora di salvezza per aggrapparsi alla vita e non sprofondare negli abissi della sofferenza. Sfortune e fatalità costellano l’esistenza di Marco e ne definiscono i contorni, ma proprio grazie a questa sua perenne condizione di travaglio egli sviluppa un’attitudine alla vita che giustifica appieno il suo soprannome infantile, “Colibrì”.

Ad onor del vero quel nomignolo glielo aveva dato la madre in tenera età a causa dell’accentuata minutezza fisica di Marco che appena approdato all’adolescenza sfiorava appena il metro e cinquanta d’altezza, risultando dunque piccolo, svelto e aggraziato come un colibrì. Se la cura ormonale a cui lo sottopose forzatamente il padre produsse un notevole mutamento nell’aspetto di Marco Carrera, portandolo a raggiungere un’altezza di ben un centimetro superiore alla media italiana, il suo temperamento rifletterà sempre la natura di quella creaturina che, in maniera piuttosto casuale ma azzeccata, lo rappresentava. L’oftalmologo protagonista della storia possiede infatti la capacità di restare immobile di fronte al cambiamento del mondo, di ricercare con tutte le sue energie la stabilità in un oceano perennemente agitato.Così come il colibrì impiega settanta battiti d’ali al secondo per rimanere fermo a mezz’aria e godere del dolce nettare floreale, allo stesso modo Marco impiega ogni mezzo e sforzo a sua disposizione per assaporare al meglio la sua piccola oasi di consolazioni e certezze.

Un’attitudine che lo caratterizza fin dall’inizio e che lo accompagnerà fino al termine della sua vita, vissuta è vero da immobilista ma che, proprio a causa dello procedere del mondo al di sotto dei suoi piedi, lo ha portato ben più lontano di dove avrebbe potuto sperare. L’infelicità del nido familiare, l’inspiegabilmente competitivo rapporto col fratello, la scomparsa della sorella, la dolorosa esperienza coniugale e un amore tanto eterno e potente quanto mai realizzato saranno alcuni dei cardini che, piuttosto che definire, salteranno per aria e faranno deviare il “volo immobile” di Carrera. A questi se ne aggiungeranno di altri, talvolta ancor più sconvolgenti e dolorosi, ma che in ultima istanza concederanno a Marco un privilegio riservato a pochi uomini sulla terra: uno scopo per cui vivere, nonché una profonda realizzazione di quanto variabile sia questo misterioso percorso che accomuna gli esseri umani.

L’impalcatura stilistica su cui si regge questo costrutto narrativo è forse la risorsa più preziosa dell’intero romanzo, la scelta vincente dell’autore per imperniare alla storia le sue costellazioni di eventi. Le vicende di Marco Carrera e dei suoi cari vengono infatti narrate al lettore mediante una mistione di espedienti e forme letterarie. Ci sono capitoli affidati all’insondabile voce del classico narratore esterno, altri formati da una serie di botta e risposta quali sono gli SMS, altri ancora sono tracciati dalla nostalgica stilografica autrice di lettere su lettere, sia inviate che ricevute da Marco Carrera. Una serie di scritti e testimonianze più o meno personali, risalenti a tempi ben differenti e non collocati in ordine cronologico, per cui il passaggio da un capitolo all’altro corrisponde a un balzo temporale più o meno ampio. Un salto che spesso però, pur trasportando il lettore in realtà differenti, atterra quasi sempre sul duro terreno battuto da Marco Carrera che, per quanto a pezzi possa essere, ritroveremo fermo sui suoi piedi.

Il Colibrì è un romanzo che difficilmente mancherà di emozionare, commuovere e far riflettere. Un libro che nella sua comunissima umanità, per quanto sfaccettata ed eterogenea possa questa essere, suggerisce significati e visioni differenti di quel “più grande” che sovrasta tutti noi. Perché in fondo anche il più lieve battito d’ali di un colibrì può dar vita a un uragano.
Vox Zerocinquantuno, 29 luglio 2020

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