Il dopolavoro. Tempo libero e fascismo di Giorgia Rossi e Giovanni Zucchero

È ormai noto che la chiave del successo dei regimi totalitari stia nell’ottenimento del consenso tramite grandi opere di propaganda. Non basta più controllare gli spazi della politica, del lavoro e della cultura ma è necessario imporsi anche all’interno della vita privata dei singoli cittadini, mirando a cancellare ogni separazione tra stato e società.

Il 10 marzo 1923 viene varata la legge che riduce a 8 le ore lavorative degli operai e nasce quindi l’esigenza di organizzare e gestire attività dedicate al popolo, che contribuiscano alla costruzione di “quell’ italiano nuovo” a cui l’ideologia fascista mirava. Nasce a questo scopo l’Opera Nazionale Dopolavoro (OND).

Questo programma è rivolto soprattutto agli ambienti urbani ed industriali; evento significativo è la nascita, nel 1929, del dopolavoro agricolo, le cui finalità sono quelle di “non distrarre dalla terra” i contadini. Alla fine degli anni Venti viene poi messo a punto un programma ricreativo femminile, che comprende un accurato addestramento per “l’elevazione morale” delle donne nella società fascista, corsi di pronto soccorso, igiene ed economia domestica. Il tempo libero delle donne, che per la maggior parte di esse coincide anche con la loro occupazione, è legato alle faccende casalinghe, ai rapporti di parentela, alla formazione domestica e alla crescita dei figli. Questa elevazione morale nel dopolavoro viene affiancata anche ad un’elevazione fisica. Vengono promosse attività che coniughino istruzione (cultura popolare e insegnamento professionale) ed educazione artistica (teatro, musica, cori, cinematografia, radiofonia, folclore) all’attività fisica (calcio, tiro alla fune, ginnastica ed esibizioni pubbliche)

 

Altrettanto importante è l’istituzione del “sabato fascista”: la giornata lavorativa termina prima per dedicare il pomeriggio prevalentemente all’addestramento di carattere premilitare.

Il successo di questo programma è evidente osservando il numero di iscritti all’OND nel 1940: i circa quattro milioni tra operai, artigiani, salariati e contadini hanno fatto del movimento dopolavoristico la più grande tra le organizzazioni di massa fasciste, nonché la più diffusa sul territorio nazionale ed internazionale; viene infatti preso come modello dal regime nazista.

Il PNF (Partito Nazionale Fascista) si insinua anche nel tempo delle vacanze. Nell’agosto del 1931 vengono inaugurati i treni popolari: vagoni di terza classe messi a disposizione dello Stato, vengono sfruttati per gite giornaliere al mare, in montagna e nelle città d’arte. Vengono poi incentivati soggiorni nelle grandi città d’Italia, dove sono mostrate le grandi opere architettoniche fasciste.

In poco tempo, i treni popolari iniziano ad essere argomento di canzonette, scritte e celebrate dal ceto basso della popolazione che mai in precedenza aveva preso il treno per divertimento.

 

Il fascismo, tramite la concessione di svaghi ed escursioni, offre l’illusione alle varie categorie di lavoratori che la divisione classista sia finalmente finita o, meglio, è l’idea che vorrebbe radicare nei ceti più popolari con risultati che negli anni della guerra si sarebbero dimostrati molto deludenti.

Vox Zerocinquantuno n.22, Maggio 2018

In copertina: Befana fascista Stipel pacchi dono del dopolavoro aziendale per i figli dei dipendenti, 1930. Foto da archiviostorico.telecomitalia.com

(13)

Share

Lascia un commento