Il dovere di dire la verità, di Jacopo Bombarda

Pericolosi giochi di parallelismo giornalistico.

Il dibattito sulla libertà di stampa e sulle minacce vere o presunte delle quali sarebbe fatta oggetto, è ancora oggi particolarmente di attualità, anche se ormai sono datate le esternazioni dei più importanti fra gli esponenti del M5S, di ancora fresca conquista del potere.
Orbene, un dibattito serio – al netto dell’ovvia condanna per i toni e i concetti espressi dai vari Di Maio e Di Battista – non può non affrontare una questione cruciale come la qualità dell’informazione in questo dato contesto storico.

Riportare notizie non vere o ancor peggio dipingere un quadro generale in termini diversi da quelli reali non solo non è consono ai doveri ai quali dovrebbe sottostare la categoria dei giornalisti, ma nemmeno fa un buon servizio a quella parte politica alla quale alcune testate in particolare cartacee (quelle, per semplificare, che fanno riferimento al Gruppo Gedi, in primis La Stampa e La Repubblica) si richiamano.

Gli esempi sono molteplici.
Viene in mente di primo acchito la recente manifestazione “Sì Tav” di Torino, descritta come un moto spontaneo, popolare e “dal basso”, capitanato da sette coraggiose cittadine che hanno avuto l’ardire di mettersi in gioco sfidando il potere.
Nella realtà, si scopre che all’organizzazione di quella manifestazione (a cui ha aderito un arco partitico che va da Casa Pound al Pd passando per Lega e Forza Italia) non sono estranei esponenti politici sconosciuti a livello nazionale ma molto importanti a quello locale.
Mentre le sette “madamin” che hanno prestato il volto e il nome all’impresa, nei giorni – addirittura nelle ore – successive alla “mobilitazione” si sono concesse alle telecamere in spregio a ogni prudenza esibendo classismo e incompetenza a dosi tanto massicce e a livelli tanto caricaturali da far sfigurare financo la satira più corrosiva.

Nelle stesse giornate la Sindaca di Roma Virginia Raggi veniva assolta con formula piena in un processo per un reato peraltro di scarsa importanza, dopo che per molti mesi la condanna era stata data come sicura e la stessa Raggi dipinta ora come una “Candide” alla mercè di un qualsiasi boiardo del Comune di Roma, ora come una mangia uomini amante di questo e di quello.
Arrivata l’assoluzione, c’è anche chi ha avuto l’ardire di paragonarla all’“assoluzione” di Tiziano Renzi, senza sapere di cosa stava parlando: infatti per Tiziano Renzi il P.M. ha solamente richiesto l’archiviazione (su cui il G.I.P. deve in ogni caso ancora pronunciarsi) poiché, pur sottolineando le contraddizioni e incongruenze nelle dichiarazioni dell’indagato, non si ritiene l’impianto accusatorio abbastanza solido da reggere in giudizio – ove la prova deve formarsi.
Di qui la richiesta di archiviazione delle indagini, che si possono sempre riaprire ove emergano nuovi elementi, mentre un’assoluzione passata in giudicato implica che il soggetto non potrà più essere processato per il medesimo fatto in virtù del principio del “ne bis in idem” (con buona pace di chi ritiene l’archiviazione un provvedimento “ancora più favorevole” dell’assoluzione).

Del pari improprio è accostare la vicenda (gravissima) riguardante il padre di Luigi Di Maio a quella che ha coinvolto il padre di Maria Elena Boschi.
In questo caso, le condotte del genitore dell’attuale Vice Premier, pluriministro e “capo politico” sono state consumate quando il figlio era ancora ben lontano dal diventare uomo di potere.
Nell’altro, si assistette alla promozione del padre a vicepresidente del consiglio di amministrazione di una banca quando la figlia divenne Ministro delle Riforme e “numero 2” del Governo Renzi.
La stessa figlia che poi le provò tutte per evitare che la Banca venisse dichiarata fallita, essendo il fallimento condizione di procedibilità per il reato di bancarotta fraudolenta (scomodando importanti banchieri come Federico Ghizzoni affinchè si adoperassero per far “assorbire” da Unicredit la banca a rischio fallimento e interessando il Presidente di Consob, evidentemente senza sapere che l’Autorità Indipendente che si occupa della vigilanza sulle banche non è Consob ma Banca d’Italia).

Un conflitto di interessi palese e del tutto assente nella “vicenda Di Maio” la cui gravità è invece lampante dal punto di vista umano e antropologico, quello di un piccolo imprenditore già membro locale di MSI che si muove disinvoltamente, in spregio totale di quelle regole e di quella legalità di cui si fa paladino il Movimento guidato – con la carica di “capo politico” – dal figlio.
Insomma, la situazione è già abbastanza grave com’è, pertanto bene sarebbe raccontarla e descriverla nelle sue esatte dimensioni, senza lanciarsi in parallelismi, insinuazioni e ardite supposizioni destituiti di un qualsivoglia fondamento.
Perché altrimenti si perde credibilità, e chi non è credibile rischia con molta più facilità di sentirsi dare della “puttana”, senza poi trovare troppe persone disposte a difenderlo.

Vox Zerocinquantuno n.29, Dicembre 2018


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

 

In copertina foto della piazza di Torino per la manifestazione “Sì Tav” da La Stampa 

 

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