Il fenomeno delle Social Street: una risposta innovativa al bisogno di socialità di Niccolò Morelli

Da molti anni sentiamo parlare di un disgregamento della società, di un sempre più incalzante affermarsi dell’individualismo e della disaffezione alla dimensione territoriale. Questi fenomeni sono stati studiati con interesse e preoccupazione da autori come Robert Putnam in Bowling Alone (2000) e da Zygmunt Bauman nello studio sulla modernità liquida (Modernità Liquida, 2000; The individualized society, 2001).
Essi sembrano concordare sul fatto che la direzione intrapresa nella nostra epoca stia portando ad una società di individui soli, slegati tra di loro e con il territorio che li circonda, in continuo movimento ma senza una vera direzione, in un flusso vorticoso. Questa visione apocalittica ha avuto successo nel dibattito sociologico anche perché sviluppa tematiche affascinanti e, leggendo le notizie di attualità, non del tutto improprie. Tuttavia, non si può negare che ci siano dei segnali che vanno invece in direzione contraria a questa tendenza: se ne potrebbero citare molti, ma in questo articolo ci si soffermerà in particolare sul caso delle Social Street.

( foto da Inliberauscita.it)
( foto da Inliberauscita.it)

Le Social Street sono strade sociali 2.0, in cui i vicini di casa coltivano la socialità di prossimità utilizzando Facebook come strumento di comunicazione (Pasqualini, 2016). Nate nel settembre del 2013, da un’idea di Federico Bastiani in via Fondazza, a Bologna, ad oggi le Social Street in Italia e nel mondo superano le 454 unità, 73 solo a Bologna e 65 A Milano. La prima Social Street è nata da un’esigenza molto banale, la volontà di Federico (non bolognese, trasferitosi a Bologna nel 2004), di far giocare il proprio figlio con i figli dei vicini di casa, che però non conosceva. Così, ha deciso di creare un gruppo su Facebook, residenti in via Fondazza, e di invitare, con un messaggio lasciato nella buchetta delle lettere, i residenti della via. Due settimane dopo, partiva ufficialmente l’esperimento delle Social Street. L’idea è quella di utilizzare il social network come strumento di comunicazione, per organizzare poi dei momenti di convivialità tra vicini reali, trovando il coraggio di incontrarsi in strada e creando dei legami che vadano oltre quel singolo momento, nell’intento di passare dal virtuale al reale, al virtuoso, come ha affermato con uno slogan lo stesso Federico. Il bisogno di socialità che egli sentiva, è lo stesso che tante altre persone hanno avvertito decidendo di ispirarsi a via Fondazza e creando la Social Street nella propria via, quartiere, città o piccolo paesino.

Queste iniziative hanno attirato subito l’attenzione dei ricercatori, in particolare della prof.ssa Cristina Pasqualini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che nell’ottobre 2014 ha lanciato la prima ricerca autofinanziata su questo tema, creando successivamente l’Osservatorio sulle Social Street, composto da ricercatori, dottorandi e studenti. In particolare, lo studio si è concentrato sulla capacità di questo fenomeno di rispondere, attraverso una nuova modalità, a due bisogni, quali il bisogno di socialità e quello di rigenerazione urbana.
Le Social Street sono la dimostrazione che la voglia di riunirsi non si è mai sopita, semplicemente non ci si sentiva più rappresentata dalle ormai inefficaci vecchie modalità di creazione di socialità (l’associazionismo e la politica in primis). Non è un caso che nel questionario online autocompilato da oltre 700 utenti delle Social Street di Milano e provincia, oltre il 60% abbia dichiarato di non far parte di associazioni o partiti. Sulla questione della rigenerazione urbana, alcuni dati risultano particolarmente significativi. Sia a Milano che a Bologna, la grande maggioranza delle persone attive sui gruppi Facebook delle Social S. risiede nella via o nel quartiere da più di 5 anni, ma non sono sempre originari di quella zona. Gli studi condotti da Barry Wellman confermano l’elevata mobilità nella società globalizzata (Wellman, 1996). Egli conclude il suo ragionamento affermando che è impossibile ricreare legami di comunità e senso di appartenenza in un territorio non tuo. Questo fenomeno sociale sembrerebbe confermare l’elevata mobilità, ma al tempo stesso scongiurare il disinteresse al luogo in cui si abita. Infatti quelle più attive si interessano direttamente del territorio che le circonda, occupandosi delle aree verdi, della pulizia della strada, della presentazione della via con decorazioni o poesie che accolgono i pasanti. I questionari raccolti evidenziano proprio questo: chi fa parte di una Social Street si interessa maggiormente al proprio quartiere.

pittura su vetro Silvia De Simone
pittura su vetro Silvia De Simone

Il cuore del progetto rimane comunque la (ri)creazione della socialità tra vicini, di cui la rigenerazione urbana può essere un efficace espediente. Le Social Street sono de-strutturate, per cui non hanno un capo né delle linee guida stringenti, nonostante i fondatori siano comunque delle personalità riconosciute e rispettate dagli streeters (gli utenti delle Social Street). Questa sua natura informale e plastica permette al fenomeno di adattarsi bene dovunque esso si trovi, dalle strade della zona entro-mura di Bologna, a Luminasio nel Comune di Marzabotto sull’Appennino bolognese, anche se non garantisce ovunque la creazione di legami virtuosi, che spesso si fermano al livello virtuale. Le Social sfuggono ai legami della politica, opponendosi alla registrazione degli utenti come le altre associazioni.

Come possiamo quindi definire le Social Street? L’eccezione alla tendenza dell’individualismo? Innanzitutto bisogna ricordare che questo fenomeno intercetta ancora una netta minoranza della popolazione delle nostre città. E’ prematuro rispondere a una domanda di questo tipo, in quanto queste rappresentano ancora i caratteri di un fenomeno emergente, ma anche la dimostrazione della crisi dell’associazionismo “pesante” inteso come fortemente impegnato e responsabilizzante.

Concludendo. Ciò che questa ricerca e questo articolo hanno provato ad evidenziare è che la sociologia probabilmente ha bisogno di nuove “lenti” di osservazione del mondo: le potenzialità del fenomeno sono difficilmente comprensibili con quelle del capitale sociale inteso alla Putnam: partecipazione politica, associazionismo, reti di prossimità. (Putnam, 2000). E’ ora invece di concentrarsi sulle pratiche, come la partecipazione a eventi, attività, progetti che non implicano un “federarsi” a una realtà ma che contribuiscono a produrre un miglioramento della persona, della sua comunità e di ciò che la circonda.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Bibliografia
Augé M., Pasqualini C., Habiterlesvilles-monde. (Non/Virtuels/Noveaux) Lieux et relations sociales, Studi di Sociologia, 4/2016, pp. 303-313.

    Bauman Z., Modernità Liquida, 2000, Laterza Editore.
Bauman Z., The individualized society, 2001, John Wiley & Sons.

   Pasqualini C., «Il quartiere del Terzo Millennio”: le social street a Milano e provincia, in Fondazione Feltrinelli (a cura di), Milano Innovazione e inclusione, forthcoming.

   Pasqualini C., Una nuova cultura della socialità: la sfida delle social street a Milano, in Fondazione Ambrosianeum (a cura di),

   Rapporto sulla città di Milano 2016, Franco Angeli, pp. 191-206.

   Putnam R, Bowling Alone, 2000, The collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, New York.

   B. Wellman, 1996, Are personal communities local? A Dumpatarian reconsideration, Social Networks, 18, pp 347-354


Niccolò Morelli è un dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università di Bologna. E’ membro dell’Osservatorio sulle Social Street fondato da Cristina Pasqualini nel 2014. Le sue aree di interesse riguardano la metodologia della ricerca sociale, gli studi politico-elettorali, la sociologia urbana e gli studi sul consumo alimentare.

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