Il giorno della memoria: ancora, perché e come occorre ricordare la Shoah. Di Matteo Scannavini

È di nuovo il 27 gennaio. È di nuovo il momento in cui la comunità internazionale si raduna per commemorare il genocidio della popolazione ebraica perpetrato dal nazismo.  Un momento che si esprime nelle scuole con progetti, nei media con articoli, documentari e film e nelle amministrazioni con iniziative pubbliche. L’ultima tra queste è la recente posa delle pietre d’inciampo per le strade di Bologna davanti alle abitazioni di cittadini deportati ad opera dell’artista tedesco Gunter Demnig. Ma il 27 gennaio è anche un momento che tanti percepiscono come un rituale sempre più vuoto e ridondante, una commemorazione dei morti eccessivamente piegata all’emotività e alla retorica dell’autocommiserazione. È di questo duro avviso Elena Loewenthal, scrittrice ebrea autrice del discusso saggio “Contro il giorno della memoria”, in cui disconosce il valore del 27 gennaio e delle sue modalità di celebrazione. Eppure, a seguito dell’inquietante ritorno di episodi come quello di Mondovì, si fa evidente la necessità di riaffermare il significato del giorno della memoria per far sì che non resti un prodotto di uso e consumo privo di utilità pubblica.

Era il luglio del 2000 quando il governo Amato istituì una giornata in ricordo delle vittime della Shoah nel 27 gennaio, la data in cui l’Armata Rossa aprì i cancelli di Auschwitz. Cinque anni dopo, il giorno della memoria divenne una ricorrenza internazionale in seguito ad una risoluzione dell’ONU. Quella scelta derivava anche da un contesto politico ed assumeva un particolare significato per la giovane UE: fondare un’identità culturale sopra un calendario civile condiviso, quell’insieme di date che riflettono determinati significati e valori di una società rispetto a un dato evento storico. Per l’Europa si trattava di definirsi per contrasto, riaffermando le distanze dal nazifascismo che aveva perpetrato il genocidio all’interno del vecchio continente. Un’unità culturale edificata sulla consapevolezza dell’errore passato e che risponde a quella filosofia riassumibile in 2 parole in ogni lingua: mai più. A questa necessità si sommava la volontà di restituire alla comunità ebraica quello che per decenni era stato taciuto perché troppo scomodo e vicino da affrontare: il riconoscimento della tragedia.

Erano fini nobili. L’esigenza di costruire una coscienza civile comune europea, stabilmente basata sul valore dell’antifascismo, resta ancora incompiuta e richiede anzi risposte più forti oggi che 15 anni fa. L’antisemitismo non è più diffuso, ma nemmeno sconfitto. Quanto al secondo obiettivo, raccontare ciò che prima era stato nascosto, si può dire che sia stato sicuramente superato: la comunità internazionale, grazie a testimonianze, libri, film, documentari, iniziative pubbliche e didattica scolastica, oggi conosce la Shoah. Conosce i lager, i forni e le marce della morte, anche se, fortunatamente, non può davvero sapere cosa siano. A questo proposito, Elena Loewenthal, figlia di deportati sopravvissuti ad Auschwitz, ribadisce che tra lei e i genitori esiste una distanza di vissuto minima ma insormontabile, che non può essere colmata da alcun sforzo di immedesimazione empatica, per quanto spontaneo e volenteroso. Per la scrittrice, ne consegue che la risposta migliore davanti a una tragedia umana di tali proporzioni sia il rispettoso silenzio. L’esatto contrario della commemorazione e commiserazione di vittime, ridondante e ai limiti dello stucchevole, che il 27 gennaio ha spesso rappresentato. La posizione di Loewenthal è indubbiamente estrema, ma solleva una questione percepibile e da affrontare, ovvero che senso dare al giorno della memoria.

Perché un senso ci sia, nella memoria della Shoah, come suggerisce il nome dell’opera di Demnig, è necessario inciamparci. Un ritorno all’oblio non è fortunatamente possibile, né auspicabile. Quei fatti sono noti e la loro memoria va tenuta viva come cemento per le coscienze civili delle nuove generazioni. Ma perché il messaggio del 27 gennaio sia di utilità pubblica, e non un appuntamento annuale in cui tv e giornali propongono nuovi speciali e contenuti dedicati, la narrazione e la didattica della Shoah devono essere svolte criticamente e focalizzata sui giusti punti.

I particolari più violenti e struggenti dei campi di sterminio sono sicuramente d’impatto emotivo, ma, oltre che impressionare e commuovere, bisogna sensibilizzare i cittadini sul percorso che ha portato a quei tragici esisti: i meccanismi di insinuazione, persistenza e diffusione del razzismo, l’indifferenza delle persone, e persino il loro partecipato sostegno, alle Leggi Razziali. In altre parole, occorre studiare, meditare e raccontare come la Shoah è iniziata, piuttosto che come è finita.

Riflessioni critiche su questa linea esistono già in alcuni contesti didattici e possono portare risposte preziose alla diffusione di odio e intolleranze nel nostro presente. Perché è vero che non siamo neanche vicini al ritorno del nazismo e del fascismo, ma è altrettanto vero che queste ideologie e il loro operato violento sono nate e si sono sviluppate qui, in Europa, poco più di un secolo fa. Come scrisse Levi, “è accaduto, quindi può accadere di nuovo”.

Vox Zerocinquantuno, 27 gennaio 2020


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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