Il giro del mondo ai tempi della pandemia, di Chiara Di Tommaso

Sono passate appena due settimane da quando l’Organizzazione mondiale per la Salute ha dichiarato il Coronavirus pandemia, e da allora la situazione in tutti i paesi del pianeta si è evoluta, è cambiata rapidamente, si è differenziata ed aggravata in modo incontrollabile. Sono più di 400 mila i contagiati, circa 20 mila i morti, e più di un miliardo di persone sono coinvolte in misure di quarantena, anche se è difficile restare al passo con numeri che purtroppo crescono così velocemente. Ormai la totalità degli stati sta facendo i conti con l’emergenza sanitaria, ma ognuno di essi si trova davanti situazioni e contesti completamente diversi, e allo stesso modo differiscono i provvedimenti presi e le loro conseguenze.

 

Siamo abbastanza aggiornati su quel che succede ai nostri vicini europei, che hanno guardato la crisi italiana e poi si sono visti improvvisamente travolti anche a casa loro. La Spagna è il secondo paese più colpito dopo il nostro, che in una settimana ha già quasi raggiunto i livelli dei contagi italiani e superato il bilancio di morti cinesi. La situazione è drammatica e il governo ha affermato di essere consapevole che il peggio non è ancora arrivato, anche a causa del ritardo con cui sono state messe in atto le misure di contenimento, solo 9 giorni fa.

La Germania, terzo paese per numero di contagiati in Europa, ma con un tasso di mortalità decisamente più basso rispetto ad Italia e Spagna, si è distinta per le eccezionali decisioni in campo economico, in quanto la cancelliera Merkel ha per la prima volta sospeso le limitazioni costituzionali sul pareggiamento del bilancio e ha approvato un piano di centinaia di miliardi di euro per far fronte alla situazione.
In Francia, Macron è stato pesantemente accusato per aver rimandato l’inizio delle restrizioni a dopo le elezioni politiche, permettendo il pericoloso assembramento nei seggi elettorali, per poi chiudere il paese lunedì scorso, annunciando un periodo previsto di allerta sanitaria di due mesi.
L’Inghilterra di Johnson, dopo aver fatto dietrofront rispetto alla decisione iniziale di non adottare provvedimenti restrittivi, ha seguito l’esempio degli altri paesi membri anche se in misura più moderata, evitando la chiusura totale e imponendo la quarantena obbligatoria solo alle persone più vulnerabili.
Molte meno informazioni si hanno sulla Grecia, che si trova però ad affrontare due emergenze contemporaneamente, la crisi migratoria si somma infatti a quella sanitaria con il rischio di moltiplicarne e aggravarne gli effetti. Sono quasi 40.000 i migranti che si trovano nei sovraffollati Centri di Accoglienza ed Identificazione nelle isole dell’Egeo, e le ONG denunciano le condizioni di non rispetto dei diritti umani che si stanno verificando a causa del numero troppo elevato e della minaccia del coronavirus. Se il contagio dovesse arrivare nei Cai si rischierebbe grosso: le scarse misure igieniche, l’assenza di personale sanitario e l’impossibilità di applicare distanze di sicurezza e misure di isolamento porterebbero a conseguenze drammatiche.
Fuori dall’Europa le situazioni sono le più disparate, gli Stati Uniti, che hanno il maggiore focolaio a New York con più di 15.000 contagiati, quasi la metà dell’intero paese, vedono scontrarsi il sindaco della capitale finanziaria De Blasio che chiede al presidente Trump misure ulteriori, e quest’ultimo che dichiara che “l’America non è fatta per essere chiusa”.
L’India ha istituito prima un coprifuoco parziale e poi dal 23 marzo misure di confinamento, nello stesso giorno anche paesi come Bolivia, Colombia e Thailandia che registrano un numero di vittime ancora relativamente basso, hanno attivato il contenimento della popolazione. Drammatico il caso dell’Iran che secondo i dati ufficiali ad oggi conta circa duemila vittime, ma secondo altre fonti esse sarebbero sottostimate di almeno quattro volte.
Preoccupa la situazione del continente africano, come spiegano i membri della Cuamm medici per l’Africa, fare tamponi è inutile perché non ci sono abbastanza laboratori per analizzarli, e anche se venissero effettuate diagnosi di positivi al Covid-19 non ci sarebbero i posti e i mezzi per curarli, che sono presenti solo in alcune capitali: su una popolazione di quasi un miliardo e mezzo ci sono 270 posti in terapia intensiva, dato che esprime chiaramente il pericolo che si corre in questi paesi se si dovesse diffondere l’epidemia.

 

Il virus sta mettendo a dura prova tutti gli stati e sta mietendo moltissime vittime, minacciando la salute pubblica mondiale, i sistemi sanitari nazionali, l’economia. Al tempo stesso bisogna ricordare che la drammaticità della situazione, come sempre, accentua le profonde disuguaglianze tra i paesi. La falsificazione o l’impossibilità di raccogliere dati, l’instabilità politica, la povertà, le guerre, rendono ancora più pesante l’impronta che questo virus lascerà dopo il suo passaggio e gli effetti anche a lungo termine che sarà in grado di provocare. Mentre il nostro sistema sanitario rischia il collasso, ci sono altri popoli che purtroppo rischiano ancora di più.

 

Vox Zerocinquantuno, 25 marzo 2020

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