“Il grande gioco dell’Afghanistan” all’Arena del Sole, di Giacomo Bianco

Con il supporto di accattivanti contributi audiovisivi (video: Francesco Fongia) che introducono le scene facendo il punto della situazione storica, Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, in un’Arena del Sole piuttosto gremita, mettono in scena quello che è stato il ruolo dell’Afghanistan nello scacchiere mondiale negli ultimi due secoli.
Dalle guerre contro l’Inghilterra alla fine del presidente Najibullah, dai regni più liberali alle restaurazioni più conservatrici, lo spettacolo è un grande affresco storico-politico di un Paese che, pur sperduto nei reconditi confini del mondo e nascosto tra le sue alte montagne, è spesso stato al centro di dispute politiche e commerciali.
I primi 5 episodi fanno parte de “Invasione e indipendenza 1842-1930” e “Il comunismo, i Mujaheddin e i Talebani 1979-1996”, e partendo dalla prima guerra contro i britannici ci consegnano l’Afghanistan in mano agli integralisti islamici, agli sgoccioli del ventesimo secolo.

Si inizia con “Trombe alle porte di Jalalabad” di Stephen Jeffreys dove quattro trombettisti dell’esercito inglese, infreddoliti sui bastioni, scrutano l’orizzonte in cerca di superstiti dopo la rovinosa disfatta dei propri connazionali. Quando qualcosa si muove sulla neve non è una giubba rossa dell’esercito di Sua Maestà ma un uomo del luogo che inizia un provocante scambio di battute con il piccolo drappello.

Scena da “La linea di Durand” (foto di Laila Pozzo da Gagarin magazine)

La seconda scena è quella più ricca di contenuti e spunti di riflessione: “La linea di Durand”di Ron Hutchinson nella quale Massimo Somaglino nei panni di Sir Henry Mortimer, Segretario degli esteri dell’India Britannica (1885/1894) e Hossein Taheri in Abdur Rahman, emiro dell’Afghanistan dal 1880 al 1901, si superano nel drammatico incontro volto a delimitare “con un tratto di penna” un confine fra Pakistan e Afghanistan che avrebbe trasformato il Paese afgano in uno Stato cuscinetto per limitare le mire espansionistiche sovietiche. Incontro rappresentato anche in chiave ironica -come quando l’emiro propone di segnare una linea tra Galles e Inghilterra e di dividere la Scozia in due- ma che regala soprattutto grandi spunti di filosofia politica. Essenziale anche il contributo di Michele Radice nella veste di Thomas Salter Pyne, l’ingegnere inglese al servizio dell’emiro che fa da contorno, non sempre marginale, ai due protagonisti.
Segue “Questo è il momento” di Joy Wilkinson che chiude la prima parte. Forse la scena meglio riuscita, sicuramente quella che ha riscosso più applausi. Sotto una fitta nevicata il Re Amanullah Khan, insieme alla moglie e al suocero, tentano la fuga dal Paese tra accesi litigi, gravi accuse e addirittura un colpo di pistola.
Dopo la pausa scorrono una serie di sequenze veloci che vedono impegnato il direttore della CIA Owens e l’ISI Pakistana. Quindi “Legna per il fuoco” di Lee Blessing dove Karen, l’assistente di Owens, come fosse la commessa di un negozio di giocattoli fa l’elenco delle armi che gli USA doneranno al Pakistan mentre al di là del tavolo il generale Akhtar, direttore dell’Isi Pakistana, fa festa come un bambino per i regali ricevuti.
Infine l’ultima suggestiva scena “Minigonne di Kabul” in cui i rumori della guerra all’esterno ( suono: Giuseppe Marzoli ) sono così tremendamente realistici al punto che, ad ogni boato anche il pubblico in platea sobbalza. Nascosto all’interno di un Compaund allestito dall’Onu a Kabul, l’ormai ex presidente Najibullah si confessa ad una scrittrice, trovando anche il tempo di fare delle avances alla donna.

Buoni i costumi, ottimi i suoni e i video, essenziali invece le scenografie, quasi scarne.

Enzo Curcurù (foto da Linkartsrl.com)

È piaciuta la performance degli attori, Enzo Curcurù su tutti. Esordisce nella prima scena nelle vesti semplici di Afzal, un afgano che sbuca dalle neve e va incontro ai trombettisti inglesi sui bastioni provocandoli con le sue domande. Poi è il re in fuga in “Questo è il momento” che deve convincere moglie e suocero delle sue oneste intenzioni. Infine è il Presidente rifugiato in “Minigonne a Kabul”che flirta con la scrittrice alla quale confessa le sue efferatezze.
Pochi minuti per la bella Emilia Scarpati Fenati che interpreta magistralmente Soraya, moglie del Re Amanullah Khan in “Questo è il momento”. Avrebbe forse meritato più spazio.

“Afghanistan, il grande gioco” viene dall’espressione con cui un ufficiale dell’esercito britannico, Arthur Conolly, ha definito il conflitto tra Regno Unito e Russia in Medioriente e in Asia fatto di diplomazie e attività di servizi segreti, per quasi tutto il XIX secolo. Definizione rispolverata anche negli anni 2000 a causa delle tensioni nate tra gli USA e la Russia per il controllo delle giovani repubbliche nate dall’ex Unione Sovietica e del Pakistan e dell’Afghanistan. La rappresentazione teatrale cerca di fare luce, specie nella seconda parte, su questi giochi di potere, sugli incontri segreti e sugli accordi diplomatici, ma anche sulle battaglie che tanto sangue e distruzione hanno provocato al Paese, trasformando gli Afgani in un popolo di profughi e rifugiati, mostrando agli spettatori il motivo per cui così in tanti sono fuggiti per sbarcare nelle nostre città.

Vox Zerocinquantuno n 12, luglio 2017

#In copertina la locandina dello spettacolo

#Foto nel testo da Gagarin magazine (13/06/17)

#Foto n2 nel testo da Linkart srl


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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