Il Kung Fu spiegato da Claudio Cremonini, di Riccardo Angiolini

L’occidente alle prese con l’oriente: sintomi ed effetti di un’incomprensione culturale

Nel corso degli ultimi due secoli, soprattutto grazie allo sviluppo intensivo dei trasporti e delle comunicazioni, pare che il mondo si sia, per così dire, rimpicciolito. Con l’avvento dei media e delle grandi fonti d’informazione, la popolazione mondiale è stata indissolubilmente legata ed interconnessa, intensificando così un processo, già in moto da tempo, di costante scambio culturale.
Naturalmente l’Italia non è stata esclusa da questo fenomeno e l’interesse verso culture diverse dalla nostra ha riguardato tutti gli strati della popolazione, e i segni di questo continuo avvicinamento sono tangibili e di stampo quotidiano. Tuttavia non sempre gli strumenti e gli schemi mentali che caratterizzano la nostra mentalità ci permettono di comprendere a fondo culture così lontane dalla nostra, e da profonde incomprensioni derivano inevitabilmente interpretazioni scorrette e convinzioni infondate.

Abbiamo intervistato qualcuno molto vicino a questa tematica, che vive a stretto contatto con alcuni aspetti della cultura cinese. Claudio Cremonini, trentaduenne residente a Bologna, sin dalla tenera infanzia è stato appassionato di Kung Fu, iniziando a praticare questo tipo di arte marziale e arrivando oggi, dopo anni e anni di impegno, a fondare un’associazione sportiva e a tenere corsi propri. Si è dedicato completamente al Kung Fu e, come è facile intuire, ci ha confermato che il raggiungimento dei suoi recenti traguardi rappresenta il coronamento del sogno di una vita.
Grazie alla sua conoscenza e alla grande competenza per quel che riguarda il Kung Fu, non solo è stato in grado di fornirci dettagli molto interessanti riguardo quest’arte marziale, ma ci ha aiutato ad analizzare più a fondo il complicato rapporto fra alcuni aspetti della cultura orientale (nello specifico quella cinese) e la nostra occidentale.

La traduzione del termine Kung Fu è letteralmente “duro lavoro” e non si limita alla sola arte marziale che ne viene individuata, ma è un tipo di disciplina e attitudine che si estende all’interezza dell’esperienza di vita. Come afferma Claudio, la comprensione e lo studio del Kung Fu non si esauriscono mai, ma affiancano il corso di un’esistenza intera. Ovviamente per chi desidera applicarvisi.
I concetti di rigore, disciplina, equilibrio e umiltà che lo caratterizzano sono da ricercarsi e da allenare tanto nella sfera fisica quanto in quella mentale e psicologica, fattori che coesistono e collaborano all’unisono all’interno della persona. Se per il “mens sana in corpore sano” la dimensione fisica e quella psicologica dovevano svilupparsi parallelamente al fine di mantenere un equilibrio, per il Kung Fu sono aspetti fusi in partenza, anche se per carpire compiutamente questo concetto, almeno all’inizio, è necessario distinguerli come separati. Per giungere alla comprensione di questa condizione serve, per l’appunto, tanto duro lavoro.
Con molta pazienza Claudio ha cercato di renderci il più possibile chiaro il fondamento di questa disciplina, ribadendo come l’aspetto fisico del Kung Fu sia assolutamente presente e concreto al pari di quello psicologico, tant’è che si riverbera nell’omonima arte marziale. Un concetto dunque imparagonabile a gran parte delle filosofie del “vecchio continente” come, ad esempio, un platonismo.

Queste pillole di Kung Fu che Claudio ci ha offerto profilano immediatamente le difficoltà d’approccio che possono riguardare i più inesperti. Spesso infatti tendiamo ad identificare questi tipi di discipline orientali come vere e proprie filosofie, correnti di pensiero spiritualistiche e metafisiche che rappresentano esotiche astrazioni di pensiero. Ma se ci dedicassimo ad un esame più attento di queste culture, ci accorgeremmo che siamo piuttosto noi occidentali ad intenderle (erroneamente) in questa prospettiva, raffigurandocele in modo analogo a come i grandi pensatori europei facevano filosofia.
Una concezione di questo tipo tende perciò a dirigerci verso una percezione confusa e inesatta delle culture che non appartengono al nostro retaggio, privandoci sia della possibilità di interpretarle in maniera corretta sia di arricchire il nostro bagaglio di conoscenze che sta alla base dell’apertura mentale.

Questa mistificazione porta con sé un altro rischio ed un’altra degenerazione tipica dell’Occidente quando si confronta con ciò che non comprende, ma arriviamoci per gradi.
Quando si parlava del percorso che implica studiare e dedicarsi al Kung Fu, Claudio ha messo in evidenza con rammarico come troppo spesso il pubblico si approcci a questa disciplina. Con impazienza, con la sola volontà di imparare qualche mossa per autodifesa, ignorando completamente tutto ciò che quest’arte marziale si porta appresso e senza nemmeno la volontà di scoprirlo. Tale fatto non lo si deve solo alla frettolosità e alla frenesia che distinguono ormai il nostro stile di vita, ma proprio a come corsi del genere vengano proposti al pubblico. Perciò la parte che dovrebbe occuparsi di educare e di provvedere al corretto insegnamento di questa antica disciplina cede alle esigenze di mercato e alla prospettiva di un facile profitto, negligendo (o forse ignorando) quelli che sono i principi su cui si fonda il Kung Fu. Si viene meno alla radice stessa della disciplina, ossia il duro lavoro, trascurato e nascosto dietro la promessa di un progresso immediato.

Un circolo vizioso che provoca e continuerà a provocare un alone di ignoranza di fondo riguardo al Kung Fu e non solo, poiché questo schema è rintracciabile in tutti gli elementi che la nostra cultura non è disposta o non ha tempo di stare ad ascoltare. L’ignoranza porta alla confusione, la confusione all’incomprensione, l’incomprensione al disinteresse di approfondire e alla strumentalizzazione finalizzata al profitto.
Una povertà culturale e cognitiva partorita dallo spirito capitalista della nostra società, che certamente ci ha dato tanto ma allo stesso tempo ci limita enormemente. Talvolta senza che nemmeno ce ne si accorga.
L’infertile mentalità del “tutto subito” ci preclude reali possibilità di conoscenza, del mondo e di noi stessi. L’illusione di sapere ci rende delle “scatole vuote”, coniando un termine utilizzato da Claudio, incapaci di trasmettere nient’altro che il nulla o la finzione, poiché vuote esse stesse.
Il primo passo sta comunque nell’individuare il problema, nel saper essere autocritici nei confronti del proprio retaggio culturale e nello sforzarsi di comprendere che, al fine di raggiungere qualsiasi tipo di obiettivo nella propria vita, il duro lavoro è una costante imprescindibile. E che giunga da oriente o da occidente, è sempre necessaria una buona dose di umiltà, il “sapere di non sapere” e che c’è sempre tanto da imparare.

Vox Zerocinquantuno, n.29 Dicembre 2018


Per info: claudio.cremonini@live.it

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