Il legittimo atto politico della NBA, di Matteo Scannavini

Il mondo dello sport professionistico statunitense ha aggiunto la sua forte voce alle proteste di Black Lives Matter. Le tre giornate di stop della NBA hanno avuto un forte impatto mediatico e sono state seguite da analoghe interruzioni nei campionati statunitensi di baseball, basket femminile, calcio e tennis. A seguito del tragico evento di Kenosha, i giocatori dei Milwaukee Bucks, seguiti a ruota del resto dalle altre squadre, hanno deciso di non scendere in campo, mettendo i piedi in un territorio di protesta ben più insidioso. Si è parlato di boicottaggio e sciopero, due termini in realtà inesatti che non identificano il significato ultimo di queste proteste sportive: un atto politico, contro il razzismo e per un cambiamento culturale da ottenere anche attraverso le elezioni.

Non è la prima volta che la National Basketball Association fa notizia per questioni extra cestistiche. La lega sportiva ha sempre lavorato per costruirsi un’immagine di azienda etica, sia con l’impegno nel volontariato e la presa di posizione su temi progressisti, sia lasciando ai dipendenti libertà di espressione, anche politica. Fanno esempio la nota campagna di Lebron James contro Trump o le dure critiche rivolte ad Erdogan dal giocatore turco Enes Kanter. Questo ruolo di impresa socialmente responsabile, conveniente da esibire in termini di marketing, si è talvolta rivelato un’arma a doppio a taglio, come nel caso Morey dello scorso autunno, quando il twit di un general manager a favore delle proteste di Hong Kong valse alla NBA una perdita multimiliardaria dei profitti del mercato cinese. Nessuna sorpresa quindi per il sostegno della lega alle proteste di Black Lives Matter, data anche l’altissima componente di afroamericani tra gli atleti. Tuttavia, quella che all’inizio sembrava un’adesione più superficiale ha preso una svolta in parte inattesa.

Sospeso a causa della pandemia, il campionato era ripreso a fine luglio grazie alla costosa soluzione della “bolla di Orlando”, un complesso di proprietà Disney che sta ospitando partite, giocatori e staff, con famiglie annesse, fino al termine della stagione in ottobre. In accordo coi giocatori, lo spazio della bolla è stato usato anche per fare informazione sulle problematiche razziali e sostenere  BLM attraverso degli slogan su parquet e divise. Il caso Blake ha però riacceso i timori di molti giocatori restii alla ripartenza che pensavano di non star facendo abbastanza per la propria comunità. Senza alcun preavviso, la squadra di Milwaukee, città del Wisconsin, lo stato di Kenosha, si è rifiutata di scendere in campo, aprendo un fermo alle partite durato tre giorni. Nonostante si trattasse di un’iniziativa non concordata al di fuori dello spogliatoio, la NBA ha scelto di assecondare e aderire da subito alla protesta.

Nonostante le etichette usate da giocatori e giornalisti, come ha correttamente sottolineato l’esperto analista di basket e cultura americana Flavio Tranquillo, non si è propriamente trattato né di boicottaggio né di sciopero: nel primo caso, perché l’azione delle squadre non era volta ad isolare o compromettere l’attività commerciale della NBA; nel secondo, perché i dipendenti, pur scegliendo di non giocare, non hanno protestato contro i propri datori di lavoro, ma anzi sono stati da questi assecondati e sostenuti. Si è trattato invece di un atto politico, nel senso ampio e non deleterio del termine, come indicano anche i risultati centrati della protesta: l’uso delle arene NBA come sedi aggiuntive per le elezioni, per colmare la scarsità di seggi amministrativi di alcuni territori; la creazione di un fondo da minimo 500 milioni di dollari stanziato dai proprietari dei team a favore delle comunità indigenti, soprattutto afroamericane, per pagare istruzione, cibo, tutela legale e assistenza medica; la trasmissione di spot di sensibilizzazione alle discriminazioni razziali durante le partite; l’impegno di ciascuna squadra in iniziative di sensibilizzazione su tematiche sociali nella propria città.

Anche se, come ritengono molti scettici, il vociferato annullamento del campionato non è mai stato una vera opzione per nessuno, i risultati restano significativi. Chi accusa gli atleti di ipocrisia sulle questioni sociali e pretende da loro il solo shut and dribble, sbaglia. Essere privilegiati non rende i giocatori cechi ai problemi della comunità nera, anche perché molti di loro, prima di diventare milionari, hanno vissuto di persona in strada il pregiudizio razziale e la violenza di molti poliziotti. Sport e politica sono sfere separate, ma la libertà di parola è universale. E, per quanto non piaccia e comporti numerosi rischi, i personaggi pubblici godono fattualmente di maggior visibilità nelle loro esternazioni, anche se diverse dall’ambito per cui sono celebri. Nel caso di BLM, avere grandi leghe sportive a veicolare il sostegno alle proteste è un segnale positivo.

Non c’è slogan o stop per quanto lungo che da solo fermi il razzismo, sarebbe sciocco per i giocatori illudersi del contrario. Come ha ben sintetizzato Doc Rivers, allenatore dei Los Angeles Clippers, “non è compito della NBA risolvere i problemi del mondo. Casomai il suo dovere è esser una piccola parte del globo”. Se storicamente l’umanità farà altri passi in avanti contro le discriminazioni razziali, sarà grazie alla somma dell’impegno di tantissimi soggetti, sportivi compresi.

Vox Zerocinquantuno, 31 agosto 2020


Foto: pagina Instagram di Marco Belinelli

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