Il manuale e il senso della storia di Giacomo Bianco

Cos’è un manuale di storia e soprattutto cosa ci si attende da un testo di questo genere?
Il manuale fondamentalmente è un catalogo da consultare e come tale richiede per prima cosa la capacità, da parte degli studenti, di non perdersi all’interno delle sue pagine, di riuscire a trovare l’argomento di cui si ha bisogno velocemente…sapere dove cercare, insomma. Dunque se consideriamo questa la funzione principale del manuale è chiaro che convenga, prima di tutto, studiare l’indice e solo successivamente il suo contenuto.

Scrivere un manuale non si riduce solamente ad una semplice raccolta di avvenimenti e date rivolta ad un pubblico scolastico, per lo più disinteressato, ma in realtà è compito più arduo di quello che possa sembrare .
All’inizio del loro lavoro i manualisti devono fare delle scelte importanti. Innanzitutto l’autore è messo davanti alle grandi carenze della propria preparazione che, fondata sugli specialismi, non consente la conoscenza completa della materia. Si può infatti essere specializzati in una decina di filoni di ricerca ma certamente non in tutti, quindi ecco già la prima scelta da compiere, cioè se intraprendere, o meno, la scrittura insieme ad altri coautori. Dunque se è vero che la scrittura a più mani colmerebbe questa carenza di preparazione assegnando appunto ad ogni autore la compilazione della parte di manuale dedicata al suo campo di ricerca, è altresì vero che procedendo nella scrittura solitaria, si garantirebbe una continuità di ragionamento, il mantenimento di un unico filo logico dall’inizio alla fine dell’intero volume, che consentirebbe una fruizione più semplice da parte dello studente.

E ancora. Spesso gli autori cadono in due grandi tentazioni. La prima consiste nel volere inserire tutto quello che dovrebbe esserci in un manuale di storia ma, essendo cosa impossibile da compiere, finiscono per prediligere solo quello che, diciamo così, ha “diritto di presenza”. Spesso, in realtà, sono gli editori che inducono i propri manualisti a scivolare in questa tentazione. La seconda è quella di volere scrivere un vero è proprio libro e non un semplice catalogo, con il risultato che l’opera sarà più rivolta ai colleghi (docenti e studiosi) che agli studenti, perché sarà composta di analisi e discussioni sulle varie storiografie o proposte di metodi di ricerca innovativi.

Un altro tema di fondamentale importanza è senza dubbio la scelta del linguaggio. Un vocabolario più semplice potrebbe sicuramente aiutare la scorrevolezza del testo e agevolare i giovani studenti alla lettura e quindi alla comprensione.
È opportuno a tal proposito menzionare l’opera di Gabriella Piccinni “I mille anni del Medioevo ” come esempio di manuale dal linguaggio chiaro e immediato, rivolto davvero agli studenti, che si adatta alle loro esigenze comunicative senza tuttavia mai rinunciare a termini tecnico-specialistici. A dimostrazione della difficoltà di tale operazione, la stessa docente ha dichiarato di aver impiegato un anno intero, dopo aver terminato la stesura del libro, a lavorare su questo aspetto.
Come contraltare invece uno dei manuali “più difficili” è sicuramente “Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana” di Domenico Musti. Questo si presenta con uno stile sovrabbondante che conta quasi mille pagine e una sezione sull’Ellenismo davvero di faticosa lettura. Si tratta tuttavia di un testo degli anni novanta e con il sollievo degli studenti di storia, negli ultimi anni sono state pubblicate delle introduzioni a manuali di questo genere che, anche se di indubbia valenza, non rendono semplice la fruizione della materia.
Infine, completando il piccolo ventaglio di esempi, è doveroso segnalare “Storia Romana” di Giovanni Geraci e Arnaldo Marcone che possiamo definire “essenziale”, quello che, racchiudendo nelle sue poche pagine (meno di 300) l’intera storia romana, più si avvicina ad un vero e proprio catalogo da consultare.

Un manuale tuttavia dovrebbe anche avere il compito di offrire, oltre all’elenco di avvenimenti e date, anche una simulazione della ricerca storica. Cioè spiegare allo studente “come si fa la storia”, abituarli a fare domande all’insegnante, al professore o al docente, riguardo la fonte dell’avvenimento, l’origine della conoscenza del fatto storico, dovrebbe cioè indicare loro la strada verso il metodo critico.
Questa rimane però una pratica di difficile attuazione, se non addirittura un utopia, non solo a causa dell’inadeguatezza degli strumenti a disposizione, ma anche perché la maggior parte dei professori ha una preparazione letteraria, umanista, cosa che li rende poco avvezzi ai metodi della ricerca storiografica. Certo, con tutti i limiti del caso, si potrebbe sopperire a tale carenza compiendo metodicamente delle “gite” nei luoghi che hanno ospitato eventi storici e quindi, facendo presa sulle emozioni che possono suscitare luoghi come possono essere ad esempio i campi di sterminio degli ebrei nella prima metà del novecento, stimolare lo studente/spettatore ad approfondire sui testi quello che li ha emozionati durante l’ escursione.

Purtroppo i ragazzi di nuova generazione, anni novanta e duemila, non hanno il senso della storia, non hanno le conoscenze storiche “certe” delle precedenti generazioni. Questo in parte perché il XXI secolo è molto più dinamico del precedente, dal momento che non si ha il tempo di soffermarsi ad analizzare gli eventi che già si deve guardare ad un altro cambiamento che incombe, in parte a causa dell’obsoleto programma scolastico che, terminando quasi sempre attorno al periodo della Seconda Guerra Mondiale, taglia fuori una fetta di storia che ormai (nel 2016) è divenuta davvero consistente.
Se il fine ultimo della storia è quello di formare il cittadino, inteso come cittadino politico, sarà necessario introdurre questa parte mancante. Il periodo di disaffezione dalla politica che stiamo vivendo oggigiorno è la diretta conseguenza di tale mancanza. Sarebbe di primaria importanza che i professori e le professoresse delle scuole superiori dedicassero parte del loro monte ore, anche se purtroppo ridimensionato ulteriormente da tre a due ore alla settimana, allo studio del contemporaneo, creando una sorta di affaccio al presente, una finestra temporale che consenta di ragionare sui meccanismi del potere della storia attuale. Prendere spunto dai grandi avvenimenti del passato e metterli in relazione con il nostro Presente.

Se proposte di questo genere non prendono piede velocemente nelle nostre scuole, lo studente, il giovane cittadino, verrà lasciato sempre più solo di fronte alle scelte politiche attuali al quale è chiamato a rispondere tramite il proprio voto e mai riuscirà a colmare il vuoto causato dagli ormai superati programmi scolastici.

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

 

Festa della storia Bologna 2016

Interventi di Scipione Guarracino, Marco Lunari, Gabriella Piccinni, Sebastian Molina Puche, Vittorio Vidotto. Coordinatore Rolando Dondarini.


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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