Il mercato del lavoro italiano: uno sguardo alla Nota congiunta, di Michele Sogari

Il 27 giugno 2017 è stata diffusa la “Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione”, frutto del lavoro congiunto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Istat, Inps e Inail. L’uscita di questo documento è importante per due di motivi: innanzitutto permette di avere uno sguardo complessivo sul mercato del lavoro grazie alle elaborazioni congiunte su diverse banche dati. In secondo luogo, per quanto riguarda il primo trimestre del 2017, offre dei dati sicuramente curiosi e interessanti da leggere.

La Nota, come ogni documento descrittivo che elenca dei dati, si presta a varie interpretazioni, e può venire facilmente “tirata per la giacchetta” a supporto o meno delle proprie interpretazioni, in modo non sempre limpido o complessivo. Occorre innanzitutto sottolineare come questo documento permetta di cogliere dei miglioramenti del quadro complessivo nel Mercato del Lavoro italiano.

La prima dinamica su cui intendiamo porre l’attenzione è quella rispetto al calo del numero di inattivi (-0.3% rispetto al trimestre precedente e -3.4% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente), definiti come “persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ovvero le persone non classificate come occupate o in cerca di occupazione (disoccupate)”: uno studente, se non in cerca di lavoro, è quindi considerato un inattivo per i dati ufficiali sul mercato del lavoro. Questa precisazione è importante, perché nella fascia 15-34 anni il tasso di inattività è sempre molto alto, proprio a causa della presenza degli studenti. Il tasso di attività nel I trimestre del 2017 raggiunge il punto più alto dal 1992, anno in cui è iniziata la serie storica, con un 65,3%.

Il dato sulla contrazione degli inattivi è da accogliere come positivamente, perché può indicare una rinnovata fiducia da parte dei lavoratori potenziali rispetto alla possibilità di trovare lavoro, e quindi il fatto che ci sia disponibilità nella popolazione a cercare un lavoro.

Netturbini al lavoro

Altro fattore positivo da sottolineare è l’incremento del tasso di occupazione, che cresce congiunturalmente (quindi rispetto al trimestre precedente) dello 0,2% e tendenzialmente (quindi rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente) dello 0,9%. Benché la disparità di genere sia ancora forte (il tasso di occupazione maschile è del 66,8% mentre quello femminile è del 48,5), il dato positivo che traspare maggiormente è quello rispetto alla classe di età 15-34 anni, che fa registrare: un aumento dei tassi di occupazione, sia congiunturali (0,4%) che tendenziali (1%); una diminuzione dei tassi di disoccupazione, sia congiunturali (-1%) che tendenziali (-0,7%); un calo tendenziale del tasso di inattività (-0,8%), benché il dato congiunturale sia lievemente in aumento (0,1)%.

Nota preoccupante è il calo demografico di questa fascia di popolazione e della fascia di popolazione successiva, quella 35-49, che sta ad indicare un invecchiamento della popolazione italiana che (probabilmente) risente anche del fenomeno dell’emigrazione da parte dei membri di queste classi per la ricerca di una migliore occupazione all’estero. Questa è la classe di età con la maggiore contrazione che segna un -2% di variazione.

Questi cambiamenti fanno supporre un leggero miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro giovanile, anche se rimane totalmente aperta la questione legata alla qualità del lavoro che si trova in questa fascia di età.

Un’altra dinamica interessante è quella riguardo ai voucher, con l’eliminazione del dispositivo dal 18 marzo 2017 ed il conseguente aumento di attivazione di contratti a chiamata (o di lavoro intermittente), che fa registrare un +2,5% nel trimestre precedente ed un roboante +13,1% in questo trimestre. Dato che rafforza e conferma la tesi secondo cui i voucher da lavoro fossero entrati in competizione con altre forme contrattuali, andando non tanto a far emergere del lavoro sommerso, ma piuttosto a mascherare con lavoro accessorio delle prestazioni di vero e proprio lavoro dipendente, con conseguente frammentazione e “precarizzazione” del lavoro.

Facciata di un cantiere edile

Per ultimo, affrontiamo il tema delle posizioni lavorative, che possono essere a tempo determinato oppure a tempo indeterminato. In questo ambito, la nota precisa il ruolo decisivo della de-contribuzione: infatti, dal primo trimestre 2015, la crescita delle posizioni dipendenti era dominata dal tempo indeterminato. Con lo scadere della de-contribuzione, invece, è il tempo determinato che diventa la fattispecie trainante, con un incremento costante negli ultimi quattro trimestri, a fronte di un rallentamento costante delle posizioni a tempo indeterminato. Solamente il trimestre attuale riporta un numero di attivazioni di tempo indeterminato superiore a quello del tempo determinato.

Questa informazione ci permette di azzardare un’interpretazione: ciò che in questo momento regola fortemente la scelta della tipologia di contratto è un calcolo economico nonostante la richiesta di dipendenti a tempo indeterminato, nel mercato del lavoro, esista. Semplicemente, la differenza di costo tra l’indeterminato ed il determinato non è sufficiente per spostare la scelta verso un contratto non a termine, anche nel caso in cui questo fosse quello maggiormente rispondente alle caratteristiche d’impiego richieste. Questo porta le aziende a scegliere una posizione lavorativa meno vincolante anche se leggermente più costosa, a fronte dell’imprevedibilità e volatilità del quadro economico generale. La coscienza di ciò può permettere diverse scelte di politica economica: aggredire il costo del lavoro per il dipendente indeterminato, ad esempio, permetterebbe di esaurire le richieste di mercato per quella specifica tipologia di posizione; richieste che attualmente vengono coperte da tempi determinati “forzati”. Il tempo determinato resterebbe comunque un’opzione percorribile per far fronte alle volatilità del quadro economico, ma solamente nel caso in cui fosse effettivamente necessario.

I dati contenuti nella Nota, se letti complessivamente, possono comunque essere di conforto: grossomodo la salute del mercato del lavoro italiano è in miglioramento, soprattutto dal punto di vista dei dati tendenziali. Questa è, dopo lungo tempo, una notizia positiva e benché i problemi in generale rimangano, aiuta a sollevare il morale generale…almeno un po’.

Vox Zerocinquantuno, n 13 agosto 2017


Michele Sogari è uno studente di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Bologna. Le sue aree di interesse riguardano lo studio del mercato del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori, nonché lo studio delle disposizioni politiche che regolano questi ambiti.

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