Il Movimento in cerca d’autore

Non deve essere facile essere Luigi Di Maio oggi. Almeno non quanto doveva esserlo il 4 marzo 2018, quando i 5stelle vinsero le nazionali con il 32% dei voti, massimo storico del movimento. Era l’alba della III Repubblica, segnata dall’ascesa del partito che sembrava destinato a farle da protagonista. Ma, a fronte di ripetute sconfitte regionali, matrimoni sperimentali con Lega e PD, continue defezioni ed espulsioni (Fioramonti e Paragone i nomi illustri più recenti), quei consensi si sono dimezzati. Il rocambolesco salto dall’opposizione al governo è stato così traumatico da rendere prossimo al collasso il partito che prese 11 milioni di voti due anni fa. In tanti hanno già abbandonato il potenziale Titanic, ma Di Maio continua a tenere il timone, smentisce le indiscrezioni sulle dimissioni e propone una ristrutturazione interna del partito. Il tutto mentre sul panorama internazionale si accendono i fuochi di trame ben antiche e complesse, in cui, da ministro in carica per gli Esteri, Di Maio sarebbe chiamato ad avere ruolo con l’Europa. Ma, se già pare difficile risolvere le diatribe di partito, agire secondo una visione e un progetto consapevole in Libia e Iran appare, da Di Maio a Conte fino all’UE, oggettivamente fuori portata.

A due settimane dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, i 5stelle si preparano ad incassare l’ennesimo colpo, da cui, com’è ormai noto, potrebbero dipendere le sorti dell’intero governo. Le magre soddisfazioni elettorali dei pentastellati si riassumono nei numeri delle regionali 2019: 20.20% in Abruzzo, 11.18% in Sardegna, 20.32% in Basilicata, 13.61% in Piemonte e 7.41% in Umbria, raccolto all’interno dell’inedita coalizione di fortuna con il PD, sconfitta con uno schiacciante 20% di distacco dal centrodestra. A seguito di questi risultati, lo scorso novembre il Movimento propose agli elettori una “pausa riflessiva”, un periodo da dedicare alla riorganizzazione della struttura del partito e senza scendere in campo alle regionali di gennaio. La ritirata preventiva venne votata e bocciata su Rosseau, in parallelo all’avvio della ricostruzione: in dicembre, Di Maio presentò a Roma il “Team futuro”, la nuova segreteria del partito formata da 18 “facilitatori” incaricati di aiutare il leader della Farnesina a rilanciare il movimento con nuove proposte.

Il domani, in termini di identità, temi e programmi del partito, verrà deciso tra il 13 e il 15 marzo a Torino, agli Stati Generali del Movimento 5 stelle. Nonostante goda ancora della benedizione del massimo garante Beppe Grillo, la continuità della leadership di Di Maio sarà un tema caldo del congresso: le indiscrezioni esclusive pubblicate in settimana dal Fatto Quotidiano, secondo cui l’ex vicepremier avrebbe intenzione di dimettersi prima delle prossime regionali per schivare il flop annunciato, sono state immediatamente e duramente smentite dallo staff del ministro. Ma in tanti ormai sentono cigolare quella sedia: è davvero possibile attuare il completo rilancio di un partito senza sostituire chi ne era alla guida durante la decadenza?

Sarebbe tuttavia scorretto scaricare l’intera colpa del collasso del M5s sul solo Di Maio, che, per quanto non abbia certo dato prova di competenza come leader, resta il capro espiatorio delle tante contraddizioni di un’animale politico dalle fin troppe anime, che, nato in piazze ruggenti, ha accusato dolori di crescita nel suo percorso di istituzionalizzazione, e continua a pagare l’assenza di robuste radici a livello locale. In altre parole, poca esperienza e tante idee, anche molto diverse tra loro. Il movimento è infatti talmente poliedrico che un elettore potrebbe ritrovarsi o disconoscersi completamente a seconda della luce sotto cui lo voglia guardare: c’è l’essenza più sovranista, incarnata da Di Battista e dall’ex Paragone, molto più vicini alla Lega, c’è la corrente di sinistra di Fico, più affine per temi al PD, e infine c’è l’ambiguità democristiana di Conte, ancora inintelligibile sotto all’elegante e rassicurante aplomb da uomo delle istituzioni. Il presidente del consiglio, pur non essendo iscritto al partito, rappresenta per altro un’ulteriore personalità scomoda che mina l’autorità di Di Maio.

E dire che i due, oltre alle sempiterne tensioni della maggioranza, dovrebbero avere le mani impegnate nei dossier esteri. Per ora, sulla questione iraniano-statunitense, l’Italia si è limitata a fare eco al tiepido appello dell’UE alla calma e alla diplomazia. Ennesimo esempio di come l’Unione non sia capace di avere una forte voce unitaria sullo scacchiere geopolitico internazionale, men che mai l’Italia con Di Maio agli Esteri. Quanto al fronte libico, dopo la gaffe diplomatica italiana che aveva portato il premier Sarraj a cancellare la visita a Roma perché offeso dall’incontro tenuto a sua insaputa tra Conte e Haftar lo stesso giorno, i dialoghi con il governo di Tripoli sono ripresi. Le risoluzioni sembrano tuttavia lontane e l’assenza di una linea d’azione chiara, italiana quanto europea, verso la Libia è evidente a tutti. In politica internazionale come nel microcosmo dei 5stelle, lo smarrimento regna sovrano, in attesa di un qualche barlume a illuminare una strada di dubbi, finora percorsa per inerzia. Forse qualche risposta arriverà, rispettivamente, dalla Conferenza di Berlino e dagli Stati Generali.

Vox Zerocinquantuno, 12 gennaio 2020

 

Foto: pagina Facebook Luigi Di Maio


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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