Il Neonazismo raccontato in tre pellicole, di Alessandro Romano

Quando si parla d’indottrinamento ciò che fa più paura è vedere la manipolazione delle menti più giovani. Ragazzini che ancora devono formarsi una propria idea di mondo vengono direzionati verso i binari dell’odio e dell’inutilità della lotta razziale.
Già ai tempi del nazismo si parlava di “Giovani Hitleeriani”, i ragazzi entravano nei centri di addestramento all’età di 10 anni e seguivano un percorso di 8 anni, così che raggiunta la maturità l’esercito tedesco potesse disporre di forze fresche completamente devote alla causa.
Oggi il nome è neonazismo e le idee Hitleriane sono state aggiornate ai giorni nostri. Il mito non è più della razza ariana ma della razza bianca, il nemico comune non son più soltanto gli ebrei, ma gli immigrati in generale. In America – dove il fenomeno nasce alla fine della seconda guerra mondiale – l’odio era rivolto agli immigrati che “invadevano“ i quartieri e negozi delle città, in particolare verso la popolazione afroamericana.

Ma che cos’è oggi che spinge i giovani a seguire le orme di un’ideologia così radicale e violenta?
Abbiamo provato in questo numero di CineVox a mettere in relazione due pellicole che possono aiutarci a trovare la risposta: American History X
del 1998 diretto da Tony Kaye, e The Believer del 2001, diretto da Henry Bean.

In American History X, il protagonista (uno straordinario Edward Norton) si rifugia nel nazismo per scappare dal dolore provocato dall’omicidio del padre, un poliziotto assassinato in servizio. Fu proprio il padre a inculcargli le prime idee razziste, identificando nell’invasione degli immigrati l’origine dei mali della società americana. Il dolore può essere così sfogato nell’identificazione di un nemico da odiare. Sarà l’esperienza in carcere a fargli capire l’assurdità di classificare come “nemico” qualcuno solo per il colore della pelle o la provenienza etnica.

Da beyondthefilmblog

In The Believer invece il personaggio principale (un giovane e ispirato Ryan Gosling) è proprio di origini ebraiche ed è lo studio della Torah a sollevargli dubbi sulla reale esistenza di un Dio e soprattutto sulla sua effettiva bontà. Il rifiuto della sua stessa religione lo porterà a compiere la scelta più estrema, diventare un naziskin. Solo al termine di un lungo percorso con se stesso cercherà una riconciliazione con le proprie origini, come una sorta di richiamo primordiale a cui gli è impossibile fuggire.

Possiamo dire che entrambi i giovani vivano un conflitto interiore, in American History X il discorso è più lineare, le ragioni dell’odio sebbene ingiustificabili risultano maggiormente comprensibili, in The Believer invece ritroviamo un disagio interiore più contorto e complesso, un caso estremamente singolare in cui l’odio non è scatenato da ragioni esterne ma da riflessioni interne a cui né libri né professori riescono a dare le giuste risposte.

Ad accomunare i due ragazzi sono le capacità intellettive, sono entrambi estremamente brillanti con un quoziente intellettivo superiori alla media, ottimi voti a scuola e capacità dialettiche da giovani leader; il che da un lato sconforta maggiormente, certificando che “l’odio nasce dall’ignoranza” sia una frase non sempre veritiera, ma che può essere generato anche da una presa di coscienza lucida, maturata con lo studio e profonde riflessioni su un determinato argomento.

Ma in fondo sono anche le storie di due adolescenti confusi che trovano risposte nell’odio. L’odio verso il diverso, come se trovando un nemico la vita cominciasse ad avere uno scopo. Come se “eliminando” il nemico si risolvessero i problemi, e come se lasciando in vita i solo appartenenti alla razza bianca ci si ritrovasse di colpo in un mondo migliore.

A completare il quadro di questo numero abbiamo deciso di recensire anche il film Diario de un skin (2005) di Jacobo Rispa. Per una volta ci spostiamo da Hollywood per arrivare in Spagna, direttamente nella capitale, Madrid, per seguire la vera storia di un giornalista che per risolvere il caso di omicidio di un suo amico nonché collega, veste i panni di uno skinhead e si infiltra nella pericolosa struttura neonazista madrilena.
E’ importante questa pellicola per capire la diffusione del fenomeno anche in Europa, in cui viene osannata la razza bianca e, esattamente come in America, vengono organizzate ronde per colpire la popolazioni immigrate. A questo punto però viene anche da domandarsi, nel caso in cui quegli stessi skinhead decidessero di trasferirsi in America, da quale parte della barricata verrebbero visti: alleati o invasori?

Tutti i film di cui abbiamo parlato sono inevitabilmente saturi di violenza, il sangue è protagonista, insieme alle mazze da baseball per colpire le persone e gli esercizi commerciali, nonché le sinagoghe, fino alla follia degli omicidi. Ma sono anche pellicole piene di spunti interessanti, le ideologie deviate innescano nello spettatore una serie di riflessioni sul disordine sociale e sull’inutilità della violenza che pervade certe anime. Ci viene insegnato che il fenomeno del neonazismo non proviene solo da delle cosiddette teste calde, ma ha delle trame molto più complicate che sono radicate anche nei piani alti della società, con una struttura elaborata e gerarchica, così da rendere più difficile l’arginamento del fenomeno e la possibilità di diffondere una reale cultura della tolleranza e della non violenza.

Vox Zerocinquantuno n 8, marzo 2017


Alessandro Romano ha conseguito la laurea in Sociologia presso la Facoltà di “Scienze Politiche” di Bologna. Dopo un breve periodo di lavoro in Irlanda torna in Italia e si laurea al Corso Magistrale di “Scienze del Lavoro” all’Università degli Studi di Milano con la tesi: “Mercato del Lavoro e Immigrazione: un confronto tra Italia e Spagna negli anni della crisi economica globale”.

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