Il nodo alla cravatta della comunicazione odierna, di Luca Ghiselli

Un astronomo turco scopre l’esistenza di un nuovo pianeta nella galassia. Entusiasta, decide di comunicare il risultato al mondo intero. Viene organizzata una conferenza pubblica: sulla lavagna lo scienziato illustra i calcoli che lo hanno portato alla sensazionale scoperta.

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Nessuno dei presenti, però, si dimostra interessato. Il nuovo pianeta rischia di rimanere nell’anonimato, ma l’astronomo non si perde d’animo e organizza una seconda conferenza. Prende la lavagna e ripropone i calcoli . Fine della conferenza. Applausi a scena aperta dalla platea: l’astronomo è stato ascoltato e il nuovo pianeta potrà essere battezzato.

Qualche tempo dopo, l’asteroide B612 darà i natali al Piccolo Principe. Qualcuno avrà già riconosciuto la fonte di questa breve storiella: “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupèry, appunto: stupendo libro per bambini e per adulti che vogliono tornare bambini. Storia semplice, ma foriera di un significato non banale.

Perché la prima volta l’astronomo non è stato ascoltato? E come ha fatto invece a strappare l’applauso del pubblico, la seconda volta? Per un unico, semplice motivo: s’è cambiato d’abito: nella prima conferenza infatti indossava gli indumenti tipici del suo paese, un po’ stravaganti, quasi clowneschi, nella seconda, invece, sfoggiava giacca e cravatta, elegantissimo. Tutto qui dunque: un veloce rinnovamento di guardaroba e l’astronomo turco ha guadagnato la fiducia del pubblico.

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Se, infatti, il completo elegante indossato nella seconda conferenza conferiva all’astronomo autorevolezza e ispirava fiducia in chi lo ascoltava, al contrario, gli abiti inusuali della prima conferenza rendevano le persone, magari anche solo inconsciamente, diffidenti verso le parole dello scienziato, a prescindere dal loro contenuto. Semplicemente, si tratta di una questione di comunicazione: a chi credereste se doveste valutare l’eventuale esistenza di un nuovo pianeta: a un bizzarro personaggio, con abiti stravaganti, che sembra uscito da un cartone animato, o a una figura elegante, autoritaria, con la giacca doppiopetto e le scarpe lucidate? E’ chiaro che la fiducia penda, molto spesso, verso la seconda opzione. Proprio questo è successo all’ astronomo uscito dalla penna di Saint-Exupèry : una volta cambiato vestito, è cambiato al contempo il suo modo di comunicare e perfino i numeri dei calcoli sulla lavagna apparivano più corretti agli occhi della gente.

Tutto ciò non è valido solo nella malleabile giurisdizione dell’immaginario favolistico, ma anche nelle ferree leggi del mondo reale: anche qui infatti, nel quotidiano, è tutto(o quasi) una questione di comunicazione. Dallo studente che tenta di elemosinare un 18 all’università, al manifestante che scende in piazza per denunciare il precariato, dal figlio che cerca di convincere i genitori a comprargli il motorino, al neonato che piange per chiedere il latte: tutti loro devono sapere comunicare. Talvolta infatti il successo dipende solo da un nodo ben fatto alla cravatta. Chiedete all’astronomo.

I politici questo lo sanno bene e non hanno bisogno di chiedere. Ogni singolo comizio elettorale, ogni stretta di mano o strizzata d’occhio è un filo di quella fitta ragnatela della comunicazione che i politicanti quotidianamente tessono, chi meglio, chi peggio. La chiave di volta di ogni comunicazione efficace sta nel comprendere l’interlocutore e trovare il modo di far breccia nella sua psiche: la platea cui si rivolgeva l’astronomo era internazionale e composta di scienziati: veniva quindi richiesto un certo tipo di comunicazione.

Oggi, nel mondo della rivoluzione digitale e di internet, le parole chiave della comunicazione politica ( e non solo) sono tre, interrelate tra loro: velocità, sintesi, semplicità.

Velocità: gli strumenti tecnologici a disposizione permettono una repentina e massiccia circolazione di informazioni. Non siamo più abituati ad aspettare: vogliamo tante cose e le vogliamo subito.

Sintesi: l’idea che vogliamo comunicare deve essere sintetica, il più possibile ridotta all’osso e facilmente digeribile. Si mostra solo la punta dell’iceberg del duro lavoro (ammesso che ci sia) che giace sotto un’idea da comunicare al pubblico.

Semplicità: il linguaggio della comunicazione deve essere facile, comprensibile ai più ( anche perché sono proprio quei “più” che affollano i seggi elettorali). Osservate un comizio elettorale o un dibattito televisivo: vedrete le tre parole chiave in azione. Insomma, il linguaggio della comunicazione odierna è mutato rispetto al passato: non è più il tempo di una sintassi articolata, di una retorica prolissa e magniloquente. Pensate a Twitter, il mezzo di comunicazione utilizzato anche da Trump e Papa Francesco: i “tweets” hanno un numero limitato di parole. Brevità, ancora una volta. Qualcuno storce il naso: la fiumana del progresso digitale lascia relitti lungo la scia.

La comunicazione è cambiata, la mentalità è cambiata: qualcosa abbiamo perso, qualcosa guadagnato. Velocità, sintesi, semplicità richiedono sacrifici. E’ un bene o un male? Non lo sappiamo ancora: come per ogni rivoluzione occorre tempo per esprimere un giudizio definitivo. Per il momento limitiamoci ad osservare e capire. Il vestito elegante dell’astronomo infatti non è “meglio” di quello clownesco, ma semplicemente risalta di più sotto la luce di un determinato palcoscenico.

Vox Zerocinquantuno n.32, Aprile 2019

Foto: Luca Ghiselli


Luca Ghiselli, studente di Filosofia presso l’Universitá di Bologna. Coltiva la passione per la scrittura, intende proseguire il percorso di studi filosofici in ambito accademico.

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1 thought on “Il nodo alla cravatta della comunicazione odierna, di Luca Ghiselli”

  1. Bellissimo articolo chiarito il primo punto sull’ abito sarebbe interessante un approfondimento che sviluppi la comunicazione politica in termini di quanto è cosa dice il politico attualmente rispetto ad uno specifico argomento. Per l efficacia della comunicazione Bravo complimenti

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