Il pane nell’antica Roma. Approvvigionamento e distribuzione tra previdenza sociale ed evergetismo. di Giacomo Bianco

Quando si pensa al cibo dell’antica Roma, dall’immaginario collettivo prende vita la visione di ricchi romani che ingurgitano una pietanza dietro l’altra, affossati tra mille cuscini, sul triclino delle loro ville.
D’altronde l’affresco che Petronio ha dato della famosa cena di Trimalcione nel Satyricon, non fa altro che avvalorare questo cliché.
A casa Trimalcione, infatti, si era soliti dare inizio alla cena con l’offerta di un antipasto di olive nere e bianche, salsicce e prugne di Siria. Quindi si proseguiva con uova di struzzo accompagnate da un Falerno Opimiano invecchiato cent’anni e, quando gli schiavi portavano un altro vassoio sul quale erano rappresentati i dodici segni zodiacali e su ciascuno di esso vi era collocata una vivanda confacente al soggetto -per esempio sull’ariete dei ceci cornuti, sul toro un pezzo di manzo, sui gemelli testicoli e rognoni e così via- ancora non era stata servita la portata principale rappresentata da capponi, mammelle di scrofa e lepre alata.

Tuttavia, riposto il romanzo del maestro di eleganza, e messi da parte luoghi comuni e generalizzazioni per lo più hollywoodiani, sarebbe un errore guardare all’alimentazione dei Romani con superficialità. Il cibo a Roma, in realtà, rivestiva una fondamentale importanza sociale: amalgamava politica e religione, affari e spettacolo.

Il Colosseo, per esempio, ha rappresentato un fantastico punto d’osservazione della società romana per quanto riguarda l’alimentazione, anche, se non solo, per un semplice motivo: ha ospitato praticamente tutti gli abitanti dell’Urbe durante l’impero. L’anfiteatro conteneva 70 mila persone, un terzo delle quali erano poveri che venivano sistemati nei posti più in alto. Nonostante da quella posizione non si vedeva quasi nulla, si sentivano comunque parte del contesto ludico di festa e, come tutti gli altri spettatori, anche loro mangiavano durante i combattimenti gladiatori. Cucinando la puls, contribuivano decisamente all’odore acre che si respirava all’interno, oltre al tanfo delle carcasse di animali usati per i sacrifici agli Dei e l’ammassamento di così tante persone, in agitazione forsennata, con un igiene personale che rasentava lo zero. Dunque grandi inalatori di zafferano, disposti tra le gradinate, emanavano per tutto il giorno l’essenza profumata con l’intento di attenuare l’odore nauseabondo.
La puls era una sorta di pappa di farro bollito insaporito con quello che si aveva a disposizione, principalmente cipolla, cavolo, legumi: questa sorta di zuppa ha sfamato per secoli le masse plebee.

I senatori e l’imperatore occupavano invece i posti in prima fila e consumavano del cibo decisamente più sofisticato. Sono stati trovati nelle fogne dell’anfiteatro dei resti di frutti di mare, di orate e di ostriche. L’equivalente imperiale dei nostri snack alle partite di calcio.

Ma cosa mangiava un romano di classe media?
Il cittadino “rispettabile” era solito mangiare tre volte al giorno. Per colazione consumava latte, frutta e all’occorrenza anche un pezzo di formaggio. Solitamente pranzava fuori casa, in taverne o terme: per questo nei bagni di quest’ultime sono stati trovati ali di pollo e ossa di agnello. Il pasto principale era la cena che veniva vista come il momento per stare insieme: era considerato tabù mangiare da soli pertanto invitava amici e colleghi e, dopo avere offerto i primi bocconi alle divinità, si iniziava con l’antipasto, quindi il piatto principale sempre accompagnato da fichi, olive, verdure e fagioli ed infine il dessert. Di solito si mangiava presto, intorno alle 4 di pomeriggio per risparmiare sull’illuminazione.

Ma nessun romano, ricco o povero, poteva fare a meno di una cosa: il pane.
Questo alimento era tanto importante e diffuso da essere considerato dai soldati un elemento distintivo, un segno di civiltà, in contrapposizione al cibo dei barbari contro cui combattevano.

Nella Roma repubblicana esistevano fondamentalmente tre tipi di pane: il pan nero fatto con farina setacciata rada mangiato dai poveri, il panis secondarius più bianco del nero e il pane bianco dei ricchi, fatto con farina finissima. Grazie a Plinio veniamo a conoscenza anche di altri tipi, come il cibarius, e autopyrus considerati pane dei poveri, poi il siligenus, il pharticus e il furfureus. Leggiamo pure dell’osteraus, il pane che si mangiava appunto con le ostriche. Il piceno era uno di quelli più apprezzati, veniva cucinato liquido all’interno di cocci che poi venivano rotti a tavola e serviti ai commensali. Inoltre, a differenza degli altri tipi che accompagnavano sempre la portata principale, come il caso dell’osteraus, questo poteva da solo rappresentare un pasto completo. Infatti veniva spesso farcito con fichi, semi di papavero e cosparso di miele.

Il pane rappresentava la base della dieta romana. Si calcola che il fabbisogno complessivo di grano della città, che tra fine repubblica e principato contava un milione di abitanti, fosse di 250 mila tonnellate all’anno, stimato dal consumo mensile pro capite che si aggirava intorno ai 3 modi, circa 21 kg.
Questo veniva importato dai cosiddetti “granai romani” come la Campania, la Sicilia, la Sardegna e l’Africa settentrionale, di cui l’ Egitto diventerà il massimo esportatore.

L’importazione del prezioso cereale rendeva il suo trasporto a Roma un’operazione importante e complicata. Per esempio nel periodo di “mare clausum”, in inverno, le navi non compivano viaggi, e ciò comportava la concentrazione del carico nei soli sei mesi di bella stagione. Inoltre data la scarsa capienza di queste imbarcazioni, che non superavano le 200/300 tonnellate, c’era la necessità di affrontare moltissimi viaggi per trasportare le enormi scorte in grado di sfamare la popolazione. Un lavoro duro, dunque, da compiere in numerosi tragitti e in un tempo limitato.

La stessa posizione di Roma, sita su un fiume, faceva sorgere un altro problema intorno all’approvvigionamento: la Città non poteva accogliere navi d’alto mare. Neppure l’unico porto nelle vicinanze, quello di Ostia, a causa dei suoi bassi fondali, era in grado di adempiere a questa funzione. Si doveva ricorrere perciò al porto di Pozzuoli, 273 km a sud dell’urbe: qui il grano veniva in parte scaricato nei granai della città e il rimanente trasbordato in navi più piccole capaci di attraccare ad Ostia. Anche qui una parte del frumento veniva immagazzinato sul posto mentre l’altra trasaliva il Tevere, tramite barche a fondo piatto, che finalmente raggiungevano Roma.

Tutte queste azioni e soprattutto tutti questi viaggi, aumentavano i rischi della perdita del quantitativo. Il sistema era molto fragile tanto che sarebbero bastati un incendio o una tempesta per affamare l’intera città. Molti nemici usarono questa debolezza per attaccare Roma come quando Sesto Pompeo, controllando il canale di Sicilia durante le guerre civili, lascio’ per molto tempo la città senza pane. Seneca riferisce anche che, alla morte di Caligola, nel 41, la Città aveva scorte di grano solo per una settimana. Il suo successore Claudio, durante un periodo di grave carestia, rischio’ addirittura la vita, circondato nel Foro, da una folla affamata e solo a fatica riuscì a salvarsi.

Quindi se era caldamente consigliato non affamare i cittadini, diventava addirittura fondamentale garantire la sussistenza ai soldati di stanza a Roma perché, da un momento all’altro, erano capaci di organizzare una cospirazione contro l’imperatore.

Per porre un freno alla difficoltà e alla fragilità di approvvigionamento, nonché garantire la pace sociale, la classe dirigente curo’ con attenzione il problema e, con la lex frumentaria, il tribuno della plebe Gaio Gracco diede inizio ad una serie di provvedimenti per una sistematica ripartizione del grano tra i cittadini. Questa legge chiamata Sempronia (123A.C.), conseguenza di una carestia in Africa che aveva provocato disordini in città, prevedeva la distribuzione di grano a metà prezzo ai cittadini maschi adulti che abitavano a Roma. Potevano essere acquistati cinque modii al mese, un’equivalente di 35 kg. Per la prima volta nella storia di Roma una legge regolava la distribuzione del grano a spese dell’erario statale, ma segnava anche l’inizio del controllo da parte dello stato nelle pratiche di approvvigionamento, fatto che avrà conseguenze notevoli durante l’impero.

Da notare che, il prezzo ridotto e in futuro la concessione gratuita del pane, non erano considerati una sorta di elemosina, ma un indennizzo alla popolazione per la partecipazione alle assemblee, l’equivalente del misthos greco che veniva pero’ erogato tramite somme di denaro.
Nonostante questa premessa, le frumentationes diventeranno sempre di più il terreno della competizione sfrenata all’interno dell’oligarchia per guadagnarsi i favori del popolo, soprattutto in età imperiale.

Un altro effetto negativo che la classe dirigente del tempo provo’ a contrastare, fu il grande esodo dalla campagna alla città. Molti contadini lasciarono i campi e raggiunsero Roma per usufruire delle distribuzioni e nutrirsi a basso costo.

Augusto, più di tutti, ebbe a cuore la questione del rifornimento di grano separando le frumentationes dalla cura dell’annona generale, affidando quest’ufficio ad un prefetto. D’altronde il Principe sapeva bene che il giudizio su un imperatore variava a seconda della capacità o meno di approvvigionamento dell’Urbe e che “cattivo imperatore faceva rima con affamatore”.

Durante il corso degli anni questo beneficio si evolse. Sappiamo, per esempio, che sotto Settimio Severo fu concesso anche a fanciulli e a soldati e con Aureliano, invece, venne elargito non più in modii di grano ma direttamente sotto forma di pane che veniva consegnato, quotidianamente, in pagnotte di due libbre ad ognuno degli aventi diritto.

In età tardo antica infine, nonostante le distribuzioni fossero ancora attive, tuttavia, data la presenza di istituzioni di previdenza sociale come “l’arca frumentaria” -fondo destinato all’acquisto di grano in caso di carestia- si intuisce che lo Stato non potesse più contare di abbondanti granai come un tempo.

Affermare che il rifornimento di pane nella Roma antica fosse un fatto di vita o di morte non è esagerato. Gli imperatori sapevano benissimo che un suddito con la pancia piena e distratto dai giochi, non aveva il tempo o la necessità di occuparsi della Cosa Pubblica, lasciando campo libero alla classe dirigente.
E’ di Giovenale la famigerata espressione “Panem et Circenses” presente in una delle sue Satire, dove lamenta la superficialità della plebe romana e l’apatia cronica dei suoi componenti, ai quali solo due cose interessano: mangiare e divertirsi, pane e giochi.

Ad un certo punto nell’antica Roma non solo il pane veniva concesso gratuitamente, ma anche vino, olio e carne. Man mano cresceva la generosità dello stato nei confronti del cittadino sempre più sottile si andava facendo il confine tra previdenza sociale in soccorso dei più indigenti ed evergetismo mirato ad ottenere il consenso politico. Nel periodo centrale dell’impero questo equilibrio si spezzò a favore del secondo aspetto e il regno di Commodo, alla fine del secondo secolo, è il più fulgido esempio di questa tendenza, tanto che ancora oggi è ricordato come il regno del pane e del circo.
Lentamente, ma in maniera costante, la cittadinanza perdeva la propria libertà e le soddisfazioni materiali, come le frumentationes e gli spettacoli, la distoglievano sempre più dalla lotta contro le diseguaglianze.

 

Vox Zerocinquantuno, n.2 Giugno 2016

Bibliografia

_ Jerome Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Laterza, Roma-Bari, 1993.
_ Antonio Saltini, I semi della civiltà. Frumento, riso e mais nella storia delle società umane, Nuova Terra Antica, Firenze, 2010.
_ L. Cracco Ruggini, L’annona di Roma nell’età imperiale, in Misurare la terra: centuriazione e coloni e nel mondo romano, Modena, 1985.
_ A. Giardina, Le distribuzioni alimentari per la plebe romana in età imperiale, in L’alimentazione nel mondo antico. I Romani. Età imperiale, Roma, 1987.
_ Catherine Virlouvet, L’approvvigionamento di Roma imperiale: una sfida quotidiana, in Roma imperiale. Una metropoli antica, Carocci, Roma, 2002.
_ Petronio, Satyricon, a cura di Mariangela Scarsi, Giunti editore, Firenze-Milano 2004, pp 47-75.
_ Gaio Plinio Secondo, Storia Naturale, Vol. III botanica, libro 18 par. 70-123, I Millenni Einaudi.
_ G. Geraci – A. Marcone, Storia Romana, Le Monnier Università/Storia, Firenze, 2004, pp118-119.


Giacomo Bianco, laureato in Storia del mondo antico e specializzato in Scienze storiche presso l’Università di Bologna, ha discusso la tesi di laurea in Storia del Risorgimento, tema sul quale ha dedicato e sviluppato la riflessione volta a chiarire le ombre del movimento unificatore italiano, oggetto della maggior parte degli studi successivi.

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