Il paradosso del decreto sicurezza, di Matteo Scannavini

Il decreto sicurezza è diventato realtà. Nonostante le ultime settimane abbiano visto sprecarsi numerose polemiche sull’incostituzionalità del decreto e sul metodo con cui è stato portato avanti, Salvini è comunque riuscito a realizzare la propria sventagliata promessa elettorale: cambiare l’approccio italiano al fenomeno dell’immigrazione. Su questa sfida, venduta come prioritaria per le vite degli italiani, la Lega ha fondato il proprio consenso, destinato a crescere ulteriormente quando le strade diventeranno ancora più pericolose a causa dell’aumento di immigrati irregolari. E questo, paradossalmente, avverrà proprio per effetto diretto della legge che invoca la sicurezza nel proprio nome.

Per introdurre un’analisi sull’attuale questione migranti, occorre precisare che il numero degli sbarchi era già stato drasticamente ridotto da Minniti. Nonostante la situazione più semplice lasciata silenziosamente dal proprio predecessore, Salvini è comunque riuscito a ricreare un clima di agitazione sul tema della lotta all’immigrazione, bandiera della propria campagna elettorale.

Tra le principali novità introdotte dal DL vi è abolizione della protezione umanitaria, che dal ‘98 rappresenta in Italia la principale fonte di concessione dei permessi di soggiorno. Per esempio, nel 2017 sono stati registrati 81000 richiedenti asilo: la protezione umanitaria è stata loro riconosciuta nel 25% dei casi, ovvero più della metà delle richieste convalidate, circa i quattro decimi del totale. In sua sostituzione saranno istituiti una serie di sei casi speciali che rendano accettabile la domanda, come sfruttamento lavorativo, violenza domestica o particolari atti di merito civile.

Il decreto stabilisce inoltre l’estensione del periodo di trattenimento negli hotspot e nei centri di rimpatrio, raddoppiato da 90 a 180 giorni, una riforma delle norme relative alla lotta al terrorismo e alla cittadinanza, che ne complicano il riconoscimento e ne facilitano la revoca. Nel mentre il sistema di accoglienza SPRAR gestito dai comuni sarà ridimensionato e sarà investito un milione e mezzo in rimpatri, una cifra comunque insufficiente rispetto alle roboanti promesse elettorali di rincasare mezzo milione di irregolari.

A generare polemiche è stato il particolare percorso legislativo del decreto: posto come prioritario, ha ottenuto il favore unanime in consiglio dei ministri ed è stato poi profondamente modificato in senato da un maxiemendamento. L’emendamento interamente sostituito rende ancora più restrittivi i criteri d’accoglienza, con l’obiettivo di stilare una lista di paesi di origine sicuri, da cui la richiesta di asilo possa essere processata per manifesta infondatezza, e introduzione del volo interno, ovvero il rimpatrio in una zona interna del paese di provenienza ritenuta stabile. A seguito delle aggiunte a Palazzo Madama, l’iter del dl sicurezza è stato senza intoppi: l’esame della commissione per gli Affari Costituzionali è durato un solo giorno e ha respinto tutti i 600 emendamenti proposti e alla discussione generale della Camera hanno partecipato in massa i soli leghisti, accompagnati da qualche simbolico deputato di rappresentanza PD e 5s. Il 27 novembre è immediatamente seguita la scontata fiducia, con 336 sì.

Una maliziosa lettura dei fatti, sostenuta dagli avversari della Lega, suggerisce che l’approvazione del decreto, comprese molte delle variazioni in senato, sia stata una decisione ai vertici, un patto stretto in partenza tra Salvini e Di Maio e avente come moneta di scambio il via libera al decreto anticorruzione caro ai grillini. Questo scenario spiegherebbe come il testo del decreto più veloce del governo Conte sia stato ‘blindato’ dopo il passaggio in senato e perché i parlamentari PD e dei 5s ribelli abbiano rinunciato a combattere per un’inutile opposizione.

Che la strategia a monte sia vera o meno, l’aspetto più preoccupante resta un altro: secondo più analisti, i provvedimenti introdotti dal decreto in materia di immigrazione causeranno per assurdo un notevole aumento di irregolari: l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) stima che entro il 2020 in Italia saranno presenti 60000 nuovi irregolari, calcolati al netto dei rimpatri. Questa previsione fonda sul presupposto, non improbabile, che attraverso i nuovi criteri di valutazione moltissime richieste di asilo verranno respinte e i permessi di soggiorno per protezione umanitaria non saranno rinnovati. Il ritmo e i costi delle procedure di rimpatrio non potranno sostenere questo aumento esponenziale di clandestini, dal momento che già oggi non sono sufficiente ad espellerli tutti. La conseguenza più plausibile sarà quindi un affollamento delle strade di irregolari, che ovviamente, esclusi da processi da integrazione e dal mercato del lavoro legale, andranno incontro a vite disperate e saranno più propensi a delinquere.

È un pericolo reale e, trattandosi di stranieri, è e sarà percepito in modo ancora più allarmante. Nuova benzina sarà gettata sul fuoco della causa leghista, che troverà ulteriori legittimazioni ad adottare misure ancora più restrittive verso i migranti.

Un’altra strada sarebbe possibile, ma questa volontà oggi non è quello che i risultati elettorali hanno espresso. L’Italia si assume così la responsabilità di coprire un nuovo ruolo nella storia, rifiutando l’integrazione di coloro che sono colpevoli di essere nati dall’altro lato del Mediterraneo.
     

                   Vox Zerocinquantuno n.29, Dicembre 2018


Matteo Scannavini, 18 anni, studente. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

 

Foto Agenzia Dire

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