Il PD a Zingaretti, c’è vita nuova nel centro sinistra? Di Jacopo Bombarda

Finalmente si sono svolte, lo scorso 4 marzo, le primarie per la Segreteria del Pd e il risultato uscito dalla consultazione non lascia adito a dubbi: una larghissima maggioranza di votanti ha scelto Nicola Zingaretti.
Le domande riguardano dunque altre questioni.
Come interpretare la partecipazione alle primarie, ben più alta rispetto alle attese e anzi in linea con quella delle precedenti primarie che incoronarono per la prima volta Matteo Renzi?
Che tipo di segnale hanno inteso mandare gli elettori scegliendo in massa Zingaretti?
E soprattutto, dalle prime mosse del neo segretario è dato rinvenire o no un segnale di discontinuità col passato?
Si tratta di tre quesiti impegnativi a cui si cercherà brevemente di dare risposta.

Quanto al primo, la partecipazione di un buon numero di elettori alle consultazioni nonostante il momento di estrema difficoltà del Pd non deve essere letta né in modo troppo entusiastico né d’altro canto ignorata del tutto.
Se ne deve ricavare che il Pd, per quanto in difficoltà, conserva un nucleo duro di simpatizzanti “attivi” pochi dei quali ormai iscritti e che non di meno continuano a partecipare attivamente alla vita del partito: una condizione necessaria, affinchè un partito viva e sia anzi degno di essere chiamato con questo nome, e tuttavia non sufficiente per far sì che lo stesso goda di piena salute.

Quanto al secondo quesito, è evidente che la larghissima maggioranza dei più fedeli fra gli elettori del Pd ha inteso chiudere con la ormai lunga e buia stagione renziana: se non proprio con molti contenuti della stessa, almeno con i più controversi, e soprattutto con certi toni, certe modalità comunicative, certi personaggi che non hanno fatto il bene della sinistra con le loro manifestazioni di arroganza, incompetenza, moralità non sempre specchiata (e potrà rivelarsi un peccato mortale che diversi di essi si siano prontamente riconvertiti e intruppati nelle file di Zingaretti).

Infine, la terza e più importante domanda: sarà in grado Zingaretti di interpretare la “voglia di cambiamento” dei suoi elettori?
A giudicare dalle sue prime mosse, c’è di che esserne tutt’altro che convinti.
Il primo atto da Segretario di Zingaretti è stato andare a visitare i cantieri del T.A.V., opera della cui utilità tutt’altro che certa si discute da anni, bloccata da altrettanto tempo, relativamente alla quale esperti di chiara fama non si stancano di segnalare il possibile dannosissimo impatto ambientale.
Opera inoltre che “fa gola” a molte imprese spesso invischiate in vari guai giudiziari.
Sarebbe servita insomma una certa prudenza, e una ben diversa attitudine al dialogo con i cittadini della Val Susa, magari per ascoltarne una buona volta le ragioni per troppo tempo ignorate.
Così non ha fatto Zingaretti, non differenziandosi di una virgola dal vecchio corso renziano.

Quanto poi, alle politiche migratorie, non ben chiara pare la posizione del nuovo Segretario: contro Salvini, certo, ma accettando senza battere ciglio, anzi con favore, il sostegno di Marco Minniti che quelle politiche ha preparato e anticipato, senza una minima parola di condanna contro la scelta dell’ex Ministro dell’Interno di stringere accordi con le più sanguinarie tribù libiche affinchè tenessero segregate decine di migliaia di persone in campi che non ci sembra esagerato definire “di concentramento”.

Niente di concreto finora, tantomeno una qualche salutare ammissione di responsabilità, nemmeno sulle politiche per la scuola, caratterizzate dal discutibile metodo di assunzione e formazione delle graduatorie pensato da Valeria Fedeli e dall’altrettanto discutibile sistema “alternanza scuola-lavoro”, esso pure un parto della stessa ex Ministra.
Ultime, ma prime per importanza, le politiche sul lavoro, campo nel quale, con gli insuccessi del “job act” sotto gli occhi di tutti, diritti ridotti al minimo in cambio di nessun aumento dell’occupazione, vi sarebbero praterie per ripensare una nuova visione politica chiudendo con gli errori del passato.
Eppure, nemmeno con riguardo a un terreno così cruciale si è finora espresso il nuovo Segretario, il quale dunque, allo stato dei fatti, marca la differenza con Renzi solo sul piano umano – arrogante e “divisivo” l’uno, conciliante e “unitario” l’altro” – e conseguentemente per quanto attiene le alleanze e le mosse di natura squisitamente tattica.
Un po’ poco, dunque, ma si spera che il tempo sia galantuomo.

Vox Zerocinquantuno n.32 Aprile 2019

Foto:Liguria Business Journal

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