Il politico influencer: quando la cronaca diventa politica, di Matteo Scannavini

Il sistema di affidi illeciti di minori a Bibbiano. L’assassinio del carabiniere Mario Rega Cerciello. Il caso Sea Watch. Sono tre tra le notizie più chiacchierate dell’estate, sia per il peso dei fatti che rappresentano, sia grazie alla strumentalizzazione fatta dalle varie bandiere politiche. La cronaca sta diventando sempre più un bacino di risorse di propaganda, una gallina dalle uova d’oro da sfruttare per soddisfare l’incessante fabbisogno quotidiano di consenso elettorale. Tragedie e indagini si sporcano per bocca degli stessi politici di interpretazioni faziose, combustibili di una macchina del fango che non rispetta né il dovuto silenzio ai cari delle vittime, né i il lavoro della magistratura nello stabilire colpevoli e pene. Come si spiega questa dinamica di continua intromissione nella cronaca?

A dare man forte alla seccante pratica vi è indubbiamente l’intenso uso dei social e sarebbe lecito chiedersi in che misura questi ne siano generatori o semplici amplificatori. Insieme a loro, di certo concorre alla paternità del fenomeno l’inettitudine diffusa della classe politica, che con scioltezza e consapevolezza intermittente si lancia nel dare opinione su questa e quella notizia. Ma nell’attribuzione di colpe non è infine da sottovalutare la stessa complicità dei media, che si nutrono delle sparate dei politici, sempre buone per riempire una pagina, e presentano talvolta resoconti faziosi degli eventi. In questi casi, l’ambita imparzialità del giornalismo degrada in un’arena di scontri verbali tra squadre, dove ogni partito e le testate del rispettivo orientamento politico giocano insieme.

I primi imputati, come detto, sono i social, o, per non demonizzare la categoria, il loro moderno uso estremo. Questo canale, sfruttato al meglio dai gialloverdi, permette un contatto più diretto e continuo con l’elettorato, che instaura a tutti gli effetti col politico una relazione follower-influencer. Per risultare popolare ai propri seguaci, il politico deve catturarne in ogni momento l’attenzione attraverso un’attivissima produzione di brevi post che toccano, senza trattarli, molteplici temi, che, il più delle volte, fuoriescono dalla propria area di competenza.
L’odierno ruolo di rilievo dei social suggerisce quindi, se non impone, alla classe dirigente di comunicare anche, sarebbe meglio non solo, secondo modalità più rapide e superficiali per avere l’ascolto di una vasta platea.

La necessità di sapersi vendere non basta tuttavia giustificare le sconsiderate e ormai abituali dichiarazioni che molti politici fanno sui propri account. Queste derivano invece da un misto, diversamente bilanciato a seconda del caso, di arroganza, faciloneria e malizia. Atteggiamenti che idealmente non dovrebbero addirsi a un leader politico, ma che lo fanno proprio nella misura in cui egli è rappresentante del suo popolo, in particolare di un popolo iracondo e dall’indignazione facile come quello del web.

Il caso di Bibbiano fa scuola. Il blog collettivo la Valigia Blu ha pubblicato un articolo che rendiconta l’insieme dei post di sciacallaggio con cui politici, pagine di partito e utenti vari hanno storpiato e strumentalizzato il caso di cronaca. La ricostruzione, che documenta tutti i momenti di massima demenzialità della vicenda, è consigliabile per chi voglia un’approfondita lettura di come sono stati letti quei fatti, a patto di avvertire che, a seconda delle inclinazioni d’animo, leggerla può provocare profonda ira o depressione. Dai 5stelle alla Lega, passando per Casapound e per gli attivisti ProVita, in poco tempo è rimbalzata un’enorme quantità di commenti, hashtag e fake news che hanno fatto propaganda sulla vicenda. Sintetizzandoli, se ne evince che l’intero organico del PD sia dedito al traffico e alla tortura con elettroshock di bambini al fine di smembrare il nucleo tradizionale della famiglia mentre tiene omertosamente tutto all’oscuro puntando l’attenzione sul caso Rackete, altro tema caldo di quei giorni. C’è una lunga lista di ragioni per cui i dem non sono visti come una valida alternativa per il paese ma così si esagera. Proporre così composte tutte le nefandezze pronunciate sul caso Bibbiano suona tragicomico. Il problema è che non si tratta di uno scherzo. Sono idee vere condivise da reali individui, tra cui alcuni nostri rappresentanti. La colpa non è quindi dei social in sé, che risultano tuttavia il campo ideale per questo pericoloso gioco.
Il caotico turbinio di speculazioni su Bibbiano è prosperato infine, fatto assai grave, anche sulla mala informazione dei media, concentrati dall’inizio nel diffondere gli aspetti più drammatici e morbosi legati ai capi d’accusa. Basta infatti che un giornale pubblichi un articolo non rigoroso per innescare un circolo vizioso in cui ogni imprecisione o falsità fa da fonte a quella successiva. E se la cronaca nasce viziata, per noncuranza o malafede del cronista presunto autorevole, sarà ancor più facile oggetto di strumentalizzazione per i politici.
Eppure, a fronte di un panorama così deprimente, basterebbe rifarsi alla vecchia lezioncina del tacere quando si ignora. Il mondo ne guadagnerebbe molto in silenzio.

Vox Zerocinquantuno n.36 agosto 2019


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa.

Foto: Instagram

 

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