Il popolo degli elfi: alla ricerca dell’utopia, di Matteo Scannavini

Vivere in un modo diverso, o almeno provarci, è possibile. Esistono posti dove l’abbraccio alienante della moderna civiltà si fa più lento, dove è possibile respirare a pieni polmoni e non sentire così densa l’aria del sistema, del mito dell’eterno progresso, della macchina del consumismo che divora se stessa e il pianeta. Realtà del genere sono sparse numerose per il territorio italiano, si chiamano eco-villaggi e vi si pratica la vita comunitaria, condividendo gli spazi e lavorando insieme nel rispetto l’ambiente. Tra queste una delle comunità più nutrite è il Popolo degli Elfi, insediato dagli anni ’80 nelle terre e nei ruderi abbandonati dell’appenino pistoiese.

Foto Scannavini

Non si tratta di un utopico Eden dove si vive in modo gioioso, giusto e puro, ma più semplicemente di persone che hanno rifiutato un’esistenza “canonica” per sperimentare un modello di società alternativo, all’insegna della condivisione e dell’autosufficienza. Il nostro viaggio tra le loro terre non è dunque il reportage di una favola del buon selvaggio, quanto il racconto delle luci ed ombre di un’affascinante scelta di vita che nasconde insieme grande forza e paura. Ma andiamo con ordine.

Il Popolo degli Elfi annovera tra i 100 e 200 membri, quantità variabile a seconda delle stagioni, divisi tra 15 nuclei abitativi distanti anche un’ora di cammino l’uno dall’altro. Rispetto agli inizi degli anni ’80, i villaggi hanno sposato diverse modernizzazioni, mantenendo comunque immutati certi aspetti: se persiste il riscaldamento attraverso le stufe a legna, molte abitazioni sono tuttavia passate dalle candele ai pannelli solari e, mentre la televisione resta un assoluto tabù, alcuni elfi hanno accettato la “contaminazione” dei cellulari, il cui divieto d’uso è stato superato su spinta dei più giovani. Questi frequentano una scuola nel villaggio di Casa Sarti, che pur essendo autogestita mantiene la presenza di due docenti esterni e sottostà agli esami di stato.

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Nonostante 40 anni con elfi che vanno e vengono e con timidi avvicinamenti alla tecnologia, l’elemento che resta perennemente inossidabile è lo spirito di condivisione e accoglienza, vero e fondato vanto degli abitanti dei boschi del luogo. In ciascuno di questi villaggi non esiste infatti il concetto di proprietà privata, lo straniero è ospitato con calore a tempo indeterminato a patto che contribuisca ai lavori della comunità, quali l’orto, la raccolta, il taglio della legna, l’allevamento di capre e la produzione di conserve, miele e farina di castagne. Resta ovviamente la consapevolezza che la completa autosufficienza sia un’impresa nobile quanto impossibile, date le basilari difficoltà nel produrre, per esempio, un chiodo o alcuni generi alimentari di base in mezzo alla foresta. Per ovviare a queste carenze ogni villaggio dispone di una cassa comune, il cui principale introito è rappresentato dalla vendita di pizza biologica cotta in forni di argilla artigianali, considerata un vero prodotto di punta nei festival di Pistoia e dintorni. Per il resto, le comunità gestiscono il lavoro e i beni secondo la regola aurea, o meglio scarlatta, “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”.

Questo rivoluzionario modo di condividere responsabilità e risorse trova una significativa applicazione nelle Feste del Lavoro, giornate in cui un villaggio chiama a raccolta gli altri elfi offrendo cibo e posti letto in cambio della partecipazione a lavori che richiedono più manodopera, come la ristrutturazione dei ruderi. Insieme al lavoro, i villaggi si riuniscono per momenti collettivi di svago, come le feste dei raccolti o del plenilunio.

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Iniziative originali come queste non risparmiano certo gli elfi dai problemi gestionali connaturati nello spirito anarchico, secondo cui ognuno dovrebbe essere il legislatore di sé stesso. In una comunità che rifiuta ogni forma di autorità istituita, l’azione politica trova espressione nel momento assembleare del Cerchio, una riunione a partecipazione libera, aperta anche ai visitatori, in cui si discutono insieme le questioni all’ordine del giorno ricercando soluzioni comuni: l’assemblea, cui si partecipa rigorosamente scalzi, inizia tenendosi le mani e levando vocalizzazioni gutturali, poi, terminato quest’aspetto più rituale, si prende la parola uno alla volta attraverso il passaggio di un bastone. Nonostante lo spirito sessantottino misto New Age che permea l’evento, il Cerchio mostra anche nel breve periodo le sue deficienze strutturali. Quel senso comune presente nelle profondità dell’uomo di cui scriveva Jean-Jacques Rousseau come chiave per la democrazia diretta, pare tristemente assente persino in un microcosmo di una ventina di persone: dopo il consueto giro di presentazioni (chi sono, da dove vengo, come mi sento qui) nel Cerchio si comincia a parlare astrattamente di leadership, poi qualcuno racconta di grane avute coi carabinieri per le piantagioni di canapa, un altro vira il discorso sul bisogno di un prestito per un elfo ai domiciliari, altri ancora vorrebbero giocare e parlare dei propri sentimenti e qualcuno denuncia la mancanza di partecipazione degli elfi più solitari. In un tale confuso scenario i membri con maggior abilità, voglia e carisma, pur da convinti sostenitori della bontà del momento assembleare e dell’uguaglianza vigente nel Cerchio, finiscono per gestire autonomamente le iniziative della comunità e le questioni più spinose, come la contabilità o i rapporti con i proprietari dei ruderi, che, ricomparsi dopo 40 anni. stanno ora disponendo l’ufficiale passaggio di proprietà delle terre agli elfi per liberarsi dalla relativa tassazione.

Il genuino tentativo di inseguire la comune “Visione” da parte dei membri più impegnati e attivi addolcisce l’amara constatazione che l’utopia resti una parola dal significato invalicabile. Se in alcuni elfi è più percepibile l’impegno e un sereno equilibrio mentale, in altri si avverte la fragilità di un isolamento intento più a godere di piaceri dannosi alla psiche che a costruire un più equo modello di società. Del resto si parla sempre di uomini, individui con virtù e debolezze, e non di un popolo che ha magicamente trovato la ricetta della pace.

Cosa significa dunque essere elfi? È avere il coraggio di conquistare le libertà rinunciando alla civiltà di un mondo marcio? O nascondersi pavidamente tra i boschi per l’incapacità di affrontare il disagio in quel mondo? Entrambe le interpretazioni convivono nel loro affascinante isolamento, che da un lato propone un’ardua sfida, quella di provare a vivere in un mondo meno confortevole, socialmente più giusto e rispettoso della natura, e dall’altro ne rifugge una altrettanto dura, quella di affrontare il disagio e provare a migliorare il mondo che già c’è, senza scappare in un bosco.

Quella degli elfi non può essere certo definita una scelta di comodo, ma nemmeno una vera vittoria sul sistema. Senza addentrarsi in definitivi giudizi etici, si può solo immaginare che per loro andarsene anche solo per qualche anno da questo mondo così caotico fosse la miglior scelta possibile: il distacco come cura all’insofferenza.

Perché la lontananza è l’unica vendetta, è l’unico perdono.

Vox Zerocinquantuno n.26, settembre 2018


Matteo Scannavini, 18 anni, studente di quinta del Liceo Scientifico Augusto Righi. Coltiva la passione per la scrittura e la recitazione realizzando sceneggiature ed interpretando ruoli in cortometraggi prodotti insieme ad amici.

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