Il popolo di Simone, di Jacopo Bombarda

In questi giorni torna di moda un adagio retorico in realtà sempre buono: il mondo salvato dai giovani; anzi, dai giovanissimi, vista l’età dei ragazzi in questione.
Questo pezzo non si occuperà della più nota del gruppo, Greta Thunberg che, forse suo malgrado o forse no, sta già diventando un’icona pop e i cui segni distintivi – le trecce, il K-Way giallo, persino la sindrome di Asperger – le stanno regalando più notorietà di quanto facciano le cose che dice.

Non si occuperà nemmeno dei due giovanissimi che in Provincia di Milano hanno avuto la freddezza, prigionieri dell’autista della corriera su cui viaggiavano, di avvisare i Carabinieri, e che oggi sono stati giustamente riconosciuti per quel che sono, ragazzi italiani, gli italiani che verranno, ben rappresentati nel mondo della musica trap da artisti come Mahmood e, a un livello un po’ più alto, Ghali (giusto che come premio abbiano avuto l’onore, se così si può dire, di farsi fotografare con i calciatori della loro e nostra Nazionale, i quali si sono prestati con aria divertita).

Si vuole invece portare l’attenzione sul terzo “giovane”, quello di cui si è parlato un po’ di meno.
Mi riferisco a Simone, anni quindici, abitante del quartiere periferico romano di Torre Maura, nessuna paura e nessun imbarazzo a tenere testa a un neofascista muscolato, di una certa età (su questo poi si tornerà), arrogante e furbastro.
Le reazioni di quel che resta di una certa sinistra alle risposte ferme del ragazzo dinnanzi all’esponenente dell’estrema destra si dividono in due categorie: da un lato chi si lasciava andare a commenti il cui perché va forse ricercato in un rigurgito di maternità delusa (“caro” “dolce” “lo abbraccerei”); dall’altro chi, come la scrittrice Elena Stancanelli, con un classismo malissimo dissimulato (anzi, forse ostentato) si lamentava della parlata romana del ragazzo.
Perché in effetti è strano che un ragazzino che cresce in una periferia romana, figlio di genitori romani, parli con una forte inflessione dialettale romana.
Alcuni, come Francesca Archibugi, sono subito corsi a fornire un’interpretazione autentica del pensiero (se così lo si può definire) stancanelliano: la scrittrice deplorava l’assenza di una forte scolarizzazione, l’abbandono, e chi più ne ha più ne metta.
Eppure, Simone, ha dimostrato di saperla usare bene la testa, cioè di saper fare proprio ciò che la scuola è deputata a insegnare, e di saper difendere con coerenza e ragionevolezza una posizione.
Di fronte all’attempato neofascista che dava tutta la colpa ai Rom, Simone ribatteva, risoluto ma non agitato, che prendersela con una minoranza è sbagliato e da vigliacchi, che non si può dare la colpa a poche decine di persone dei problemi, annosi, di un quartiere dove gli abitanti si contano nell’ordine delle centinaia di migliaia, e infine ha colpito il neofascista armato di megafono proprio nel punto più dolente: “Io so’ de Torre Maura, tu di dove sei?”.
Domanda intelligente, visto che pochi giorni dopo il personaggio in questione – al secolo: Mauro Antonini – lo si è rivisto ripetere il suo numero vincente contro i Rom: posizione virile, voce tonante, parole di fuoco, immancabile megafono.
Solo il posto era diverso: Casal Bruciato, un’altra periferia dura, con le stesse caratteristiche di Torre Maura, lo stesso numero di abitanti superiore a quello di città come Parma, o Modena, o Brescia o Verona, e soprattutto gli stessi problemi.
Un (altro) quartiere un tempo “rosso”, abitato da quello che una volta si chiamava “popolo”.
Un popolo che aveva un partito a cui potersi rivolgere, e quindi una coscienza e quindi una dignità che si era conquistato e che gli veniva riconosciuta; un popolo che aveva persino degli artisti che lo sapevano raccontare senza retorica, con durezza quando serviva e quando serviva anche con l’ironia, gente come Pier Paolo Pasolini e, in certa misura ancor di più, Mario Monicelli.
È vero, è sbagliato dare tutta la colpa dell’abbrutimento di molta, troppa gente, solo alle beghe interne e alla deriva destrorsa del Pd, con entrambi gli occhi strizzati al mondo di chi “ce l’ha fatta”. Pure, vogliamo credere a chi ci dice che, fra i pochi o molti che se la prendevano con i Rom insultandoli, minacciandoli e calpestando il pane gli abitanti del quartiere erano una minoranza.
Vogliamo crederci dopo aver visto in azione il giovane Simone, che ha agito e parlato come un figlio del popolo, come in effetti è, visto che suo padre, si è poi saputo, è un operaio.
Difatti, a un certo punto, il navigato Antonini si è reso conto che non conveniva alzare la voce con il ragazzo e allora ha giocato la carta del paternalismo, della pacca sulla spalla: “Io c’ho cinquant’anni”.
Un assist al ragazzo, che senza battere ciglio ha replicato: “Pure mi zio c’ha cinquant’anni”.

Insomma, grazie al giovane Simone, per aver mostrato a tutti, o almeno a chi ha occhi per vedere, che il “popolo” esiste ancora, basta cercarlo, basta andarci a parlare: è fatto di persone come lui, come suo padre, e anche come suo zio.

Vox Zerocinquantuno n.33, Maggio 2019

Foto:Euronews

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