Il punto di Jacopo Bombarda sulle elezioni 2018

Con le dimissioni di Matteo Renzi da Segretario del Pd che esclude per ora qualsiasi disponibilità alla formazione di un governo prefigurando una legislatura di opposizione, si chiude l’agonizzante tornata elettorale del Partito Democratico.

In effetti, se era prevista la sconfitta del Pd e degli alleati, non così si può dire delle sue proporzioni.

Il Pd scende (e non di poco) sotto la soglia “psicologica” del 20%, la quale comunque si posizionava ben al di sotto financo delle meno buone affermazioni elettorali del partito.

Seggio di Casteldebole, Bologna

La debacle nei collegi uninominali è pressoché totale, e riguarda addirittura l’Emilia Romagna e un pezzo di Toscana: si salvano pur a fronte di sostanziali perdite di consensi solo le ultime ridotte fedeli al partito e al suo gruppo dirigente, ossia grossomodo le Provincie di Firenze e Siena (a cui va aggiunto l’Alto Adige, nel quale il Pd e l’alleata SVP hanno dovuto sacrificare molti voti pur di garantire l’elezione in un collegio uninominale a Maria Elena Boschi).

Viceversa si afferma fragorosamente il M5S, che sfonda di parecchio la quota del 30% dei consensi in entrambi i rami del Parlamento e ottiene un clamoroso cappotto nei collegi uninominali del Sud, ma anche in Provincia di Roma, assurta al rango di autentica roccaforte del Movimento.

I 5S si giovano anche in questo caso dei difetti degli avversari e capitalizzano senza fatica e senza particolari patemi lo scontento montante in larga parte del Paese.

Il Sud che più forte di tutti ha patito gli effetti della crisi accorda ai 5S una fiducia massiccia, la stessa che concedeva in passato alla Dc prima e a Forza Italia poi.

Ma l’affermazione del M5S, riguarda anche ben precise classi sociali, oltre che ben precise aree geografiche: sul punto, occorre registrare come la classe operaia (ebbene sì, io continuo a chiamarla così) abbia votato in fortissima maggioranza per il MoVimento, i cui esponenti di punta peraltro non paiono ad essa troppo vicini, né come storia personale né con riguardo alle iniziative politiche messe in atto nel corso della legislatura appena terminata.

Un tipico voto di protesta, insomma, da parte di un segmento di elettorato che ha inteso catalizzare il proprio scontento verso un ben preciso soggetto, il Pd ed in particolare il Pd renziano.

In questo senso si spiega anche il chiaro insuccesso di LeU, formazione nata proprio con l’obiettivo di recuperare alla sinistra elettori da tempo sfiduciati: la missione è fallita almeno in larga parte, a causa della tardività dell’operazione, della non troppo convincente leadership di Pietro Grasso, e del timore latente circa la possibilità di un futuro “mini-inciucio” fra LeU e Pd.

Il Centrodestra si afferma come prima coalizione, eppure, a ben guardare, non sfonda.

Una lettura attenta dei dati rende chiaro infatti come a un risultato molto positivo nelle Regioni del Nord, e superiore alle attese in quelle un tempo “rosse”, si affianca un sostanziale arresto a Sud, in territori (si pensi alla Sicilia, ma non solo) un tempo granai di voti per il Centrodestra.

Quello a cui si assiste è allora un chiaro spostamento nei rapporti di forza: l’“azionista di maggioranza” diventa Matteo Salvini, alla guida della Lega (non più Nord).

Un Salvini premiato da una campagna aggressiva, spesso carica di messaggi violenti e razzisti, che hanno fatto breccia in un elettorato assai meno propenso di un tempo a vergognarsi di certe pulsioni e di conseguenza a nasconderle, magari votando Forza Italia, il partito “moderato”.

Ma è probabile se non certo che, votando Salvini, gli elettori di Centrodestra abbiano voluto mandare un forte segnale anti inciucio e anti larghe intese.

Ora dunque, come si sul dire, “la palla è nelle mani del Presidente della Repubblica”.

A poche ore dalla fine degli scrutini, la situazione sembra di stallo alla messicana.

I 5S incaricati dai numeri del tentativo di formare un nuovo governo (ciò di cui si dovrà occupare giocoforza il “candidato premier” e “capo politico” Luigi Di Maio) e Centrodestra e Centrosinistra irremovibili, almeno in apparenza; più chiare indicazioni si potranno ricavare in seguito all’elezione dei Presidenti di Camera e Senato ed, ancor prima, alla formazione dei Gruppi Parlamentari (come ricordava un maestro in materia come Denis Verdini a Piazzapulita di giovedì 1 marzo 2018).

Infine è giusto far notare che, mentre il Pd tracolla ovunque in Italia e in particolare in Lazio (diviso tra i 5S che fanno il pieno a Roma e il Centrodestra che domina nelle altre Provincie) alle Elezioni Regionali svoltesi lo stesso giorno Nicola Zingaretti strappa per i capelli una riconferma sudatissima quanto fondamentale e a suo modo clamorosa.

Un politico piuttosto solidamente di sinistra, esperto ma non (ancora?) “bollito”, amministratore tutto sommato capace: forse al Pd non serve nulla di più.

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

 

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