Il punto politico di Jacopo Bombarda

Un mese o poco meno è trascorso dalle elezioni politiche, e non si può dire che sia possibile individuare con chiarezza uno scenario futuro; le principali forze politiche, quelle vittoriose e quelle sconfitte, stanno ciascuna a loro modo preparandosi agli eventi.

La Lega (e quel che resta dei suoi alleati)

Senza dubbio, il partito che meglio di tutti sta capitalizzando il già ottimo risultato delle politiche è la Lega di Matteo Salvini. Il quale sin dal giorno dopo le elezioni ha continuato a tessere la sua tela su due fronti, da un lato per prendere una volta per tutte quella leadership del centrodestra che è già nei numeri, scalzando definitivamente Berlusconi, dall’altro per portare il suo partito al governo costringendo i 5S all’”abbraccio mortale”. In questo senso si spiega la mossa, spregiudicata ma azzeccatissima sul piano politico, di votare un candidato di Forza Italia alla Presidenza del Senato, diverso da quello indicato da Forza Italia stessa, ossia da Berlusconi: una prova di forza e di astuzia con cui Salvini ha dimostrato di essere ormai in grado di “comandare anche in casa d’altri”. Parimenti astuta si sta dimostrando la linea tenuta nei confronti del M5S, all’insegna di una moderazione e di una prudenza insolite: Salvini sa che un lungo stallo è potenzialmente molto più dannoso per i 5S che per lui. La scaltrezza politica esibita dal leader della Lega permette di spazzare via l’equivoco in base al quale saremmo in presenza di un politico “nuovo”. Al contrario, si tratta di un politico navigatissimo ed esperto. La stessa decisione di abbandonare molti dei tratti originari e secessionisti della Lega, trasformandola da movimento locale a partito nazionale, portatore di contenuti esplicitamente fascisti, non è stata una pensata estemporanea, bensì una scelta meditata, frutto di un’esatta analisi del quadro politico di importanti paesi d’Europa (si pensi ai successi della Le Pen in Francia, di Afd in Germania, e di movimenti simili in Olanda, per non parlare dell’Europa dell’Est o anche di Donald Trump in America).

Il M5S

Come si suol dire, arrivato a questo punto e forte di questi numeri, il M5S deve “giocarsi bene le sue carte”. Il “capo politico” Luigi Di Maio deve dimostrare di saper dare prova di equilibrio e saggezza politica. Da un lato un’affermazione così massiccia gli impone di cercare di andare al governo con la massima determinazione, rivestendo il ruolo di Presidente del Consiglio. D’altro canto tale determinazione non deve però sfociare in una ricerca del governo e della premiership “a tutti i costi”. Come detto, Salvini si sta muovendo abilmente, e ha fatto sapere di essere disposto a rinunciare ad alcuni punti del suo programma nonché alla corsa per la Presidenza del Consiglio, e ad accogliere alcune istanze programmatiche grilline in vista di un’intesa per il governo. Tuttavia, se Salvini ha ben poco da perdere da un’alleanza coi grillini, non così può dirsi per questi ultimi, i quali hanno raccolto buona parte dei loro consensi da un segmento elettorale ben preciso, che potremmo qualificare come “i delusi dal Pd”, in particolare dal Pd renziano. Un atteggiamento più equilibrato e realista del M5S nei confronti dello stesso Pd sarebbe salutare e vantaggioso per il MoVimento, consentendogli di legittimarsi presso i suoi “nuovi” elettori e di scoprire nel contempo l’insensatezza dell’atteggiamento del Partito Democratico.

Il Pd

Sovrano regna il caos. Renzi infine si è dimesso, dopo tre anni di sconfitte su tutti i fronti e a tutti i livelli, laddove altri si erano dimessi molto prima e per molto meno (persino Walter Veltroni, pure il dirigente politicamente a lui più affine, ebbe la saggezza di rassegnare le proprie dimissioni con il Pd reduce da un’affermazione importante in termini di numeri alle politiche del 2008, ove pure non vinse, e all’indomani della sconfitta alle elezioni Regionali in Sardegna, eventualità tutt’altro che remota in un’epoca in cui il Centrodestra guidato da Silvio Berlusconi aveva il vento in poppa). Tuttavia Renzi non ha più la forza di comandare il partito, ma ancora quella di impedire che altri possano imporre la propria linea, sempre che ve ne sia una. Il risultato è una scelta “aventiniana” imbarazzante e inconcludente, un rinunciare a giocare le proprie carte nella speranza che gli altri si schiantino. Renzi spera che M5S e Lega alla fine si accordino, cosa non impossibile né improbabile, costringendo molti elettori che li hanno votati “per delusione” a ravvedersi. Di per sé si tratta di un calcolo tattico di bassa lega rivelatore di scarsa intelligenza politica. Inoltre, quand’anche M5S e Lega davvero dovessero allearsi e poi mal governare (cosa che non ci si sente di auspicare) il Pd non può pensare di capitalizzare un probabile futuro malcontento restando così com’è. All’opposto, sarebbe necessaria quella che, in politichese, si definisce una “profonda riflessione”, che coinvolga in toto la fallimentare linea politica sposata in questi anni, all’insegna di un liberismo fuori tempo massimo. Ciò non può che implicare un cambio altrettanto radicale di gran parte del gruppo dirigente, che in questi anni non si è dimostrato all’altezza, non mostrando mai un minimo di spirito critico nei confronti del segretario e dei suoi metodi. La sconfitta non è mai figlia solo di chi pone in essere determinate azioni, ma anche di chi, pur potendo, non fa nulla per impedirle. Avrà il Pd la forza di ripartire da zero? Per ora, è difficile dirlo.

Vox Zerocinquantuno n.21, aprile 2018


Jacopo Bombarda, classe ’88, laureato in legge

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