Il ruolo degli outsiders nella politica odierna, di Riccardo Angiolini

 

Tutto si può dire di questo 2020 tranne che sia un anno privo di sorprese. L’ultima rocambolesca notizia che ha fatto il giro del mondo è senza dubbio la possibile candidatura di Kanye West, affermato rapper statunitense, alla corsa per la presidenza USA. L’annuncio del cantante afroamericano ha sortito effetti contrastanti, fra chi si è fatto una grassa risata, chi si è fatto andare di traverso il boccone e chi invece ha reagito entusiasticamente alla proposta, ad esempio l’imprenditore Elon Musk. Divergenze a parte, questa presa di posizione ha senz’altro scaldato gli animi dell’opinione pubblica globale. Vero che, proprio in virtù della sua peculiarità, questa candidatura apre tanti spunti di riflessione davvero interessanti da affrontare rispetto alla politica contemporanea.

Per introdurli bisogna soffermarsi brevemente sul candidato, Kanye West, che definire inusuale risulterebbe eufemistico. Lo sgomento che lo ha riguardato non dipende soltanto dalla sua immagine professionale, totalmente incoerente rispetto all’ambito in cui vorrebbe inserirsi, ma in gran parte anche dal personaggio in sé. Attorno a West infatti fumano dense nubi di scandali, accuse di misoginia, smanie di grandezza e dubbi sul suo disturbo bipolare. Stridono all’orecchio anche molte dichiarazioni rilasciate dallo stesso rapper presso la redazione di Forbes, inerenti in modo specifico alle sue posizioni politiche. Fra quest’ultime è bene segnalare una diffidenza nei confronti dei vaccini, l’ammissione di un interesse pressoché nullo nei confronti delle istituzioni e dell’economia americane, una serie di promesse elettorali che sfiorano il limite del ridicolo e una decisa connotazione religiosa riguardo gli obiettivi della sua candidatura.

Ciò su cui, tuttavia, è molto più interessante soffermarsi sono le modalità con cui attori completamente estranei alle istituzioni, almeno sulla carta, decidono di partecipare alla lotta politica. Queste figure, a causa della loro estraneità rispetto alla sfera delle decisioni pubbliche, vengono indicate col termine inglese di Outsiders. Ciò che di insolito vi è in queste personalità è l’origine, la provenienza non istituzionale, comune invece alla maggioranza dei soggetti investiti di cariche pubbliche. In parole povere è di gran lunga più probabile trovare al governo personaggi provenienti dall’ecosistema politico di riferimento, giunti al potere dopo un periodo di militanza all’interno delle istituzioni. La figura dell’outsider gioca dunque un ruolo fortemente destabilizzante all’interno del “gioco” istituzionale, intromettendosi di fatto in un contesto di cui, in linea di massima, ignora le regole interne.

Di esempi celebri ve ne sono numerosissimi, alcuni dimostratisi davvero validi e dalle ottime capacità, e soprattutto in tempi recenti i casi si sono moltiplicati. Guardando agli Stati Uniti verrà spontaneo pensare all’attore Ronald Reagan, al body builder Arnold Schwarzenegger, nonché all’attuale presidente e imprenditore edile Donald Trump. Anche in Italia, specialmente dopo il “crollo” della Prima Repubblica, abbiamo avuto degli esempi celebri di cui il campione indiscusso è sicuramente l’imprenditore, ex Cavaliere del Lavoro e irriducibile bonvivant Silvio Berlusconi. Insomma, la costellazione degli outsiders politici è stata irradiata dalla comparsa di numerose nuove luci che, nel bene o nel male, hanno determinato l’andamento politico, sociale ed economico di numerosi Stati. La domanda che sorge spontanea è dunque perché queste figure decidono di invischiarsi nelle maglie della politica e, soprattutto, come mai riescono ad entrarvi con tanta sorprendente efficacia.

Risposte semplici purtroppo non ne esistono, essendoci una miriade di ragioni che potrebbero spingere una personalità ad avvicinarsi alla sfera pubblica: interessi personali, interessi del gruppo di riferimento, vocazione ecc … Altrettante ne esistono poi per giustificarne il successo, ad esempio il carisma, la validità delle idee, la capacità di convincere e via dicendo. Il filo rosso che lega tutte queste ragioni è uno solo e, a ben vedere, sempre presente: prendere le distanze, più o meno deciso, rispetto alla politica “sfornata” dalle istituzioni. Questo fattore di dirompente insoddisfazione, rifiuto e rigetto dell’operato dei politici di professione, definiti da alcuni “poltronari incalliti”, tenta di rubare consensi agli schieramenti tradizionali a favore della propria immagine, esterna alla corrotta e burocratica politica, vicina all’uomo comune. Lo snodo critico di queste dinamiche riguarda però l’effetto prodotto da queste figure, alle volte completamente incongruenti e incompatibili col ruolo da ricoprire. Perché se da un lato è vero che alcuni vengono denigrati e messi alla gogna mediatica, si veda il caso di West, altri ancora hanno successo e, contro ogni aspettativa, vincono.

La politica ha dunque raggiunto un livello di  malattia tale da rendere la strada spianata a soggetti completamente esterni e incompatibili con essa? Ciò che conta ormai per affermarsi in politica è davvero solo l’immagine, il solo e sbandierato disprezzo per la macchina istituzionale già presente? E soprattutto cosa possiamo fare noi, sia in veste di civili che di politici, per restituire alla politica una serietà vera e competente, che non dipenda né da una classe dirigente stagnante né da leader improvvisati che finiscono per sguazzare nella medesima pozza? Questo dovremmo chiederci ogni volta che un Kanye West qualsiasi si candida alla presidenza di una potenza mondiale, in Italia e non solo.

Vox Zerocinquantuno, 11 luglio 2020

Foto: Facebook 

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