Il salto nel buio del DEF 2019, di Riccardo Angiolini

 

Se c’è una cosa che non si può dire del nuovo esecutivo italiano è che il suo operato stia passando in sordina. L’Italia è da mesi al centro delle attenzioni della stampa nazionale ed internazionale, e le nuove direttive imposte da questo governo vengono discusse dagli anziani nei bar come dalle autorità di fama mondiale.
Le ultimissime contestazioni si sono sviluppate attorno alla presentazione del nuovo DEF, che dovrà entrare in vigore nel 2019. Dunque un argomento non di secondaria importanza, considerando che il Documento di Economia e Finanza racchiude tutte le principali misure economiche che uno Stato si impegna a realizzare. Il compimento pratico di tutte le promesse elettorali si trova sostanzialmente in questo documento, dove il governo indica con precisione i dati riguardanti le manovre da attuare. Ed è un fatto appurato che, quando si parla di soldi, tutti perdono la voglia di scherzare.

In questo caso particolare non ci si poteva aspettare altro che una vera e propria valanga di commenti, critiche, dissensi e minacce da qualsiasi fronte immaginabile, persino all’interno del governo.
Tralasciando il goliardico scandalo della “manina”, che ci si augura essere piuttosto un malinteso, è impressionante vedere come gli altri partiti italiani (e non solo d’opposizione) si siano scagliati contro le manovre previste dal DEF. Se le catastrofiche previsioni del PD non fossero abbastanza per smantellare la fiducia nei nuovi provvedimenti, ci si è aggiunta, senza fare troppi complimenti, anche l’UE.
Essendo l’Italia inserita in questo importante contesto, è normale che le misure economiche proposte dall’esecutivo vengano prese in esame dalle commissioni europee delegate a tal compito. Tuttavia, più che una valutazione, si è trattata di una carica armata senza alcuna esclusione di colpi. Sebbene il nuovo DEF redatto dal governo italiano possa suscitare dubbi ed incertezze, va anche però sottolineata la scarsa diplomazia dimostrata dalle cariche europee, della quale vengono spesso accusati i politici nostrani. In questo nuovo contesto italiano, dove le insofferenze e le diffidenze europeiste non sono certo tenute nascoste, al fine di cercare un dialogo col nostro Paese sarebbe stata opportuna una dose maggiore di accortezza da parte dell’Unione. In questa sconvolta e agitata marea l’esecutivo giallo-verde sembra però procedere con risolutezza, premurandosi di rassicurare (con toni e modi ben diversi) tanto la comunità europea quanto l’elettorato italiano. Il bombardamento mediatico si è intensificato oltre misura, e giornalmente veniamo inondati dai teleschermi da numeri, deficit/PIL e spread, questa bestia nera che tutti temono senza nemmeno sapere di cosa si tratta.
Nonostante ciò, le riforme promesse in campagna elettorale e studiate negli ultimi mesi sono ormai pronte ad essere messe in atto, con tutti i rischi e le conseguenze che comportano. I miliardi di spesa previsti dal DEF per promuovere reddito di cittadinanza, sistema pensionistico “quota 100” e Flat Tax sono nel complesso 17, una cifra che fa tremare i polsi soprattutto agli scettici.

Ma facciamo un momentaneo salto indietro nel tempo, nella Gran Bretagna di metà Ottocento quando, nel 1867, venne approvato in Parlamento il Second Reform Act che avrebbe esteso il diritto di voto agli abitanti delle città che percepivano un salario e pagavano un affitto: in sostanza, gli operai. Allora il primo ministro nonché leader conservatore era Benjamin Disraeli, illustre mentalità politica, la cui manovra venne tuttavia definita “A leap in the dark”, ossia “un salto nel buio”, dagli stessi esponenti del suo partito.
Con modi e tematiche ben diverse, ma soprattutto con protagonisti assai differenti, è quello che ci stiamo accingendo a fare: un salto nel buio. Una manovra che, per quanto il governo possa non farlo trasparire, desta numerose inquietudini e preoccupazioni, poiché comporta un cambiamento notevole. Che sia nel bene o nel male, purtroppo, non ci è dato ancora saperlo. Quello che invece è ormai certo è che, al momento, tornare indietro è pressoché impossibile.

Non è infatti azzardato affermare che l’esecutivo incentrato sulle figure di Salvini e Di Maio sia disposto a caricarsi sulle spalle una notevole dose di rischi pur di proseguire con le manovre programmate. Da un certo punto di vista è un fatto positivo, che denota la solida sicurezza di chi ha fra le mani le sorti del nostro Paese. Inoltre, fatto non così comune in Italia, la responsabilità di questi provvedimenti è fortemente legata alla loro persona, non lasciando perciò dubbi in sospeso riguardo la provenienza della volontà riformatrice. Tuttavia vi è un’altra prospettiva grazie a cui si può valutare questo atteggiamento marmoreo ed inamovibile, che rivela tutti i limiti della politica contemporanea.
Si immagini uno scenario nel quale il nuovo governo ritiri le manovre previste da DEF, si immaginino le conseguenze mediatiche e la reazione dell’elettorato. Si prospetterebbe una situazione tutt’altro che pacifica, e non vi sono dubbi che in maniera quanto mai celere il “governo del cambiamento” verrebbe delegittimato, prima che politicamente, a livello popolare.

Per le modalità e le dinamiche con cui si è svolta e conclusa la campagna elettorale 2018 è stata determinante, come in ogni momento storico di insoddisfazione, la matrice populista. L’attacco frontale alle istituzioni precedenti, la proposta di qualcosa di nuovo, la declamazione pubblica della propria trasparenza e della propria onestà sono tutte classiche componenti riferite a questo tipo di politica. Ad esempio, in occasione delle elezioni presidenziali in Brasile vinte dall’ex militare Jair Bolsonaro, durante una manifestazione in piazza il figlio, al fine di silenziare tutte le controversie legate al padre, ha affermato: “Nessuno ha mai accusato mio padre di essere un corrotto e un disonesto”.
I tratti tipici di questa propaganda fanno leva, per forza di cose, sul risentimento popolare, e la loro ascesa al potere è da ricondursi principalmente all’appoggio che ne deriva. Se poi in questo frangente si inserisce un gioco di alleanze estremamente precarie o improbabili, il tutto assume un carattere decisamente preoccupante.
Giunti a questo punto e consapevoli delle ragioni che hanno portato Lega e Cinque Stelle al successo, pur ammettendo delle carenze o dei punti deboli nel loro programma di riforme, sarebbe disastroso, e non solo per la loro immagine, pensare di fare un passo indietro. Il loro peso politico sarebbe irrimediabilmente compromesso, poiché privo di quell’appoggio popolare di cui godevano in precedenza, ma l’intero Paese risentirebbe di una ricaduta simile allo stallo verificatosi dopo le elezioni. Come se non bastasse, si verificherebbe una riorganizzazione di assetti e di alleanze, un altro fattore che non giova di certo alla fiducia popolare riposta nella politica.

L’Italia si è espressa, il processo democratico ha designato i suoi campioni e ora, come ci si aspettava, stanno facendo il possibile per mantenere le promesse fatte ai loro sostenitori. A cosa porteranno i cambiamenti da essi propugnati lo scopriremo solamente in futuro, nonostante le avvisaglie a favore o contrarie che ci giungono all’orecchio. Nell’interesse dell’intera comunità possiamo solo augurarci che le manovre inserite nel DEF vadano a buon fine, smentendo le profezie apocalittiche che circolano ora a riguardo. Ancora una volta però abbiamo modo di constatare quale sia la grande fragilità dei populismi, con l’amara consapevolezza che sono, e saranno sempre, una tentazione di cui non ci potremo mai liberare.

Vox Zerocinquantuno n.28, novembre 2018


In copertina foto da: corriere.it

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