Il settimo giorno, di Yu Hua – Recensione di Francesca Cangini

A fine agosto è arrivato in libreria Il settimo giorno, il nuovo romanzo di Yu Hua edito da Feltrinelli.

feltrinelli.it

L’idea dell’autore parte da una credenza cinese secondo la quale le persone, una volta morte, si trovano in una fase intermedia che non è più “aldiquà” ma nemmeno “aldilà”. Nei primi sette giorni dopo la morte l’anima del defunto non può allontanarsi dai familiari e dagli amici. L’anima è costretta a rimanere nelle vicinanze delle case di amici e parenti e si aggira da quelle parti.

Un telefono squilla per avvisarti che sei in ritardo per la camera ardente; sei morto, non ricordi come, sei in ritardo anche nell’altra vita e trovi un usciere speciale con una tuta blu sdrucita e i guanti bianchi che ti accoglie dicendoti: “Eccoti”; l’usciere smista chi arriva indirizzando i VIP verso le poltrone e gli uomini comuni verso le sedie di plastica. Anche dopo la morte continuano le distinzioni di classe, chi era ricco non rimarrà tanto in questo limbo e avrà una sepoltura sfarzosa, invece chi era povero, continuerà ad esserlo anche da morto. È in questa sala di aspetto che Yang Fei capisce di non avere nessuno nel mondo che gli avrebbe comprato una tomba in cui riposare eternamente in pace, quindi sarebbe stata inutile anche la cremazione. Così esce, la neve e la pioggia scendono silenziose, quasi fossero morte anche loro.

Vagabondando in una sottile linea tra vita e morte, portando al braccio il segno del proprio lutto, senza nessuno che si dia pena per lui, inizia a raccogliere sprazzi di memoria ripercorrendo momenti di vita vissuta. Ecco i binari del treno, l’istante della sua nascita, abbandonato per una casualità sbagliata su “…quei binari che paiono raggi di luce, mentre la neve brilla…”, rivede se stesso e il suo amato padre, suo salvatore, con il quale condivise una vita così lunga eppure così veloce nel ricordo.

Ed ecco che continua a perdersi inseguendo le tracce di una vita già vissuta, in interminabili sofferenze: il ricongiungimento tardivo con la madre biologica, un matrimonio perfetto sfumato piano piano nel nulla. I pensieri vagano verso il caos del mondo, quella realtà così orrendamente cruda. Vagabonda così senza pace mentre le sue gambe continuano a camminare nel nulla e nel totale silenzio. Volti conosciuti, qualcuno ignoto, riaccendono i ricordi di ciò che è stato. I sentimenti ricongiungono storie finite in vita, che non potranno rivevere nemmeno nella morte.

Dopo giorni di cammino il protagonista viene portato nella terra di chi non ha avuto sepoltura.

thescriptroad.com

Il libro si presenta come una feroce critica al disastro antropologico della Cina contemporanea, demolizioni forzate, corruzione, feti di 6 mesi che galleggiano su un fiume gettati come rifiuti a seguito di aborti indotti per la politica del figlio unico, una bambina di 11 anni ignara di essere rimasta orfana a seguito di un’operazione di demolizione forzata, miriadi di poveri che popolano bunker sotterranei come se fossero topi, traffico di organi, consumismo.

I pensieri, i ricordi e i racconti galoppano in quella realtà così orribilmente cruda. Questo libro racconta una società crudele, ma allo stesso tempo piena di calore. Parla della crudeltà del mondo, ma parallelamente al calore dei rapporti umani, dell’emozione di essere umani. La penna dell’autore non esita a descrivere un scenario che ci mostra questo disastro, i politici fanno sempre più fatica a insabbiare disastri, incendi, catastrofi e miseria. Yu Hua ci consegna un viaggio della morte estremamente vivo, in cui i sentimenti, spogliati delle relazioni fallimentari riacquistano una semplice verità, la profondità di relazioni umane autentiche.

Il romanzo è scritto in uno stile nuovo, dinamico e sperimentale, ci sono però molti buchi nel susseguirsi dei tempi; una buona idea quella dell’autore di saltare negli anni, ma non è riuscito creare un filo conduttore che sarebbe stato necessario. Il disorientamento che l’autore ha cercato di produrre molto spesso è eccessivo e spiazzante: cambia continuamente direzione dando sì l’idea del viaggio nella memoria del protagonista, ma mancano dei punti fermi che invece sarebbero stati necessari per non far sentire il lettore confuso e senza riferimenti. Vale la pena però seguire il protagonista fino alla fine delle scoperchiature senza pudore del romanzo. Ne vale la pena, più che per la qualità della scrittura, per aprire gli occhi su una realtà che si può e si deve conoscere e narrare, sempre.


Vox Zerocinquantuno n.15ottobre 2017

(31)

Share

Lascia un commento