Il treno dei bambini di Viola Ardone. Recensione di Matteo Scannavini

1946. Amerigo Speranza, anni sette, abbandona il suo rione di Napoli per salire su un treno alla volta del Nord Italia. Quel treno è parte di un’iniziativa del partito comunista per portare i bambini delle zone più disastrate del paese a vivere qualche mese presso le famiglie del centro-Nord. E quel viaggio è il momento in cui il piccolo Amerigo segna inconsapevolmente il percorso di una vita, il passo senza ritorno verso un destino che, per essere compiuto, richiederà un doloroso sacrificio. Ne Il treno dei bambini, Einaudi 2019, Viola Ardone racconta, con un’emotività spontanea, candida e mai stucchevole, il toccante vissuto di un individuo nel II dopoguerra italiano, intrecciando in un’esistenza narrativa il significato di scelta, di famiglia, di miseria e di solidarietà.

Furono oltre 70.000, ha raccontato alla presentazione del libro Pier Luigi Bersani, i bambini che presero i treni verso l’Emilia-Romagna e le Marche. Venivano dalle aree più povere e colpite dalla guerra, soprattutto dal Sud Italia (10.000 solo da Napoli) ma anche da Torino e Milano. Il progetto fu ideato da Teresa Noce, esponente dell’Unione delle Donne e del PC, e trovò un vivissima partecipazione da parte degli iscritti al partito, che accolsero in casa i bambini, sottraendoli alla povertà e permettendo loro di studiare. Si trattò a tutti gli effetti dell’applicazione di quel principio, cantato anche dai Modena City Ramblers in Pasta Nera, che afferma che “dos magna in sei, as magna anch’in set”.

L’Italia del II dopoguerra, povera e lacerata, attraversata da fermenti di comunismo e albori di femminismo, è lo sfondo storico e sociale in cui la Ardone racconta la storia del suo protagonista. Dopo anni d’infanzia vissuti nei bassifondi di Napoli, nella fame e nella miseria e senza padre, il piccolo Amerigo viene improvvisamente proiettato nellabenestante Modena. Lì trova una famiglia amorevole, una figura paterna, cibo, istruzione e importanti stimoli per sua passione musicale. Tutto ciò che gli è sempre mancato e, che, una volta sperimentato, non gli permetterà di guardare più la vecchia casa nello stesso modo.

Dopo il viaggio in treno, Amerigo resta così spezzato in due: da una parte il luogo natio, dove ha lasciato la madre Antonietta, una donna severa e chiusa (“parlare non è arte sua”) il cui amore per il figlio è spesso soffocato dall’incapacità di comunicazione; dall’altra la vita da sogno emiliana, con le sue opportunità e una nuova affettuosa famiglia, che il bambino sente di aver ricevuto senza merito, in modo gratuito e spontaneo da sconosciuti. Il senso di colpa del protagonista riecheggia spesso in riflessioni sulla differenza tra carità e solidarietà, tra donazione dall’alto e condivisione tra pari.

Forte del successo riscosso alla Fiera di Francoforte, Il treno dei bambini è in corso di traduzione in 25 lingue. Un lavoro che si prospetta difficile, perché uno dei segreti dell’efficacia romanzo sta proprio nella brillante scelta linguistica adottata da Ardone, l’italiano imbevuto di napoletanismi di un bambino non scolarizzato di 7 anni, con il suo sguardo curioso e genuino, ingenuo e furbo allo stesso tempo. Una mimesi narrativa del genere, eseguita in prima persona con frasi brevi dal lessico ristretto, rischiava di tradursi in una serie di banali pensierini infantili, ed è invece diventata un punto di forza e originalità del romanzo: Amerigo conosce e quindi narra il mondo secondo il principio d’identità e contrapposizione, procedendo per metafore cognitive mai banali, che collegano i ritagli di realtà conosciuti nel piccolo rione napoletano alle tante e mirabolanti novità dell’Emilia-Romagna. Il tutto si traduce in una serie di frasi esilaranti, come “In questa scuola la maestra è un maschio” o “nel Meridione la nebbia non ce l’abbiamo ancora”.

Il successo internazionale parla già da solo per un romanzo che conferisce meritato credito a Viola Ardone, autrice di una storia che comunica a più livelli, calando importanti temi ed ideali in una tela realista di vissuto umano dai personaggi sapientemente tratteggiati. Il treno dei bambini è il dolore della separazione di un bambino dalla madre, la scoperta della famiglia oltre il legame di sangue, l’affermazione di un io attraverso la recisione delle radici e la testimonianza di una dimenticata realtà di solidarietà in Italia. È, in altre parole, una lettura consigliata.

Vox Zerocinquantuno, 7 febbraio 2020

Foto: einaudi.it

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