Il valore umano della Rivoluzione d’Ottobre, di Riccardo Angiolini

Ottobre è tipicamente il trionfo dell’autunno. La foschia mattutina avvolge campagne e città, il buio cala sulle giornate, il freddo incomincia ad allungare le sue dita gelide, le foglie brune e dorate ricoprono le strade come un manto, trasportate indolenti dal vento. Il “vecchio” perde ogni vigore e, senza poter opporre alcuna resistenza, si lascia andare per lasciar spazio al nuovo. Un concetto che, nello stesso mese di Ottobre un secolo fa, a San Pietroburgo, avrebbe assunto un significato completamente diverso.
Nei vicoli e nelle piazze dell’allora Pietrogrado non era il profumo delle caldarroste che si respirava, ma aria di rivoluzione. Esattamente 101 anni fa, nella notte fra il 24 ed il 25 ottobre russo, le milizie bolsceviche realizzarono la tanto agognata insurrezione che li avrebbe portati al potere, rovesciando di fatto il precedente governo provvisorio e assumendo il controllo del principale Soviet della nazione.

Già nel marzo della stessa annata si era compiuto un colpo di mano rivoluzionario, che aveva spodestato lo Zar Nicola II e la dinastia dei Romanov dal potere, affidato ad un governo provvisorio. Questo esecutivo, incaricato dal primo grande Soviet di Pietrgrado, era formato principalmente da Menscevichi e Socialrivoluzionari, rappresentanti delle classi piccolo borghesi e contadine.
L’altra ala separatasi dall’ex partito socialista, i Bolscevichi, non venne praticamente inclusa nel nuovo ordinamento, a causa della diffusa diffidenza nei confronti delle sue idee. Il celeberrimo leader del partito altri non era che Vladimir Il’ič Ul’janov, alias di Lenin, che in aprile, di ritorno dall’esilio, infiammò la folla di seguaci bolscevichi con un discorso dove esprimeva le linee principali del partito. La via della rivoluzione non doveva passare per la borghesia, ma per le masse operaie, il cosiddetto “proletariato”, ed il governo provvisorio rappresentava un ostacolo dinanzi a questo scopo.
Dopo un’estate di agitazioni, quando il governo passò sotto la direzione di Kerenskij (che pur non promise l’uscita dalla Grande Guerra), Lenin e i seguaci bolscevichi intuirono che la rivoluzione era maturata, che il momento di agire era giunto. Così, nella fredda notte di quei giorni d’Ottobre, i corpi armati del partito occuparono con la forza posizioni strategiche di Pietrogrado, entrarono nel Palazzo d’Inverno, arrestarono i ministri e rovesciarono con successo il governo di Kerenskij, spianando la strada alla successiva (e sanguinosa) ascesa di Lenin e del futuro Partito Comunista.

Questo, come tanti altri fatti, ha tutto il diritto di essere ricordato e annoverato fra gli eventi storici che hanno segnato irreversibilmente il volto geopolitico del mondo intero. A seguito della Rivoluzione Russa, con l’ultimo colpo di mano di Lenin, la fondazione del Partito Comunista e dell’URSS, si è andato a creare il primissimo esempio di ordinamento statale completamente comunista. I fatti e le personalità che sono seguiti non hanno bisogno di troppe introduzioni e, col georgiano Stalin a capo dell’Unione, il modello varato col piano quinquennale è stato esportato e ha fatto parlare di sé in molti altri stati.
La realizzazione pratica e politica dell’ideologia comunista si è opposta al modello capitalista sbandierato dagli Stati Uniti, dando vita ad un conflitto tenace come la Guerra Fredda che, nel bene o nel male, ha influenzato e modificato le sorti dell’intero pianeta.

La cosa più straordinaria è capire da dove è iniziato tutto.
Gruppi di uomini armati che conquistano, con l’uso della forza, il potere centrale di una nazione. Quest’ultimi non erano esclusivamente soldati o milizie addestrate legate ai bolscevichi. In gran numero si trattavano di uomini comuni: lavoratori e operai di fabbriche, membri e rappresentanti di quella classe sfruttata che anelava rispetto e potere di partecipazione.
La cosiddetta “Guardia Rossa” era la dimostrazione fisica e tangibile che una vasta fascia di popolazione, assolutamente sfavorita e tenuta sotto controllo fino a quel punto, aveva il modo e la consapevolezza per esprimere la propria volontà politica. Naturalmente, senza la guida di leader carismatici ed esperti come un Lenin o un Troçki, la classe operaia non avrebbe conseguito gli stessi risultati. Tuttavia, senza necessariamente avere capacità o esperienze in campo politico, si è realmente resa partecipe del cambiamento a cui aspirava: è questa la vera conquista.

Ecco dunque perché, a distanza di un secolo, è ancora importante ed attuale ricordare certi fatti. Non è necessario commemorare la Rivoluzione d’Ottobre come evento di particolare lustro o giustizia: ognuno è libero di avere le proprie opinioni a riguardo, e va inoltre detto che le idee animanti quelle rivoluzioni hanno perso, se non tutto, parecchio del loro smalto passato. Perciò, dato che la Storia mal sopporta le idee “fuori tempo”, sarebbe opportuno analizzare soltanto il valore umano delle azioni di quei giorni cercando di trovare spunti di riflessioni anche sulla situazione attuale del nostro Paese.
Il 2018 è stato per l’Italia un anno complicato, caratterizzato da un cambio d’assetto governativo che sta varando nuove proposte oggetto di critiche e controversie. Lo scorso marzo siamo stati chiamati ad esprimere il nostro parere sulla direzione che il nuovo esecutivo avrebbe dovuto prendere: una decisione non certo superficiale. Eppure, sebbene l’affluenza alle urne sia stata superiore a quella indicata dalle previsioni, circa il 23% della popolazione italiana con diritto di voto si è astenuta dal prendere una posizione. Il fenomeno dell’astensione non è da ricercarsi e da giustificarsi nella sola indecisione, ma piuttosto in una sfiducia generale nei confronti della politica. Di conseguenza, e se possibile ancora peggio, è la più chiara manifestazione del disinteresse per questo ambito e, per un Paese in difficoltà, non vi è rischio più temibile.

La politica è l’arte del possibile” asseriva Otto Von Bismark, o per meglio dire l’arte della miglior cosa possibile. Ma chi definisce dove risieda il meglio per una nazione, se non i suoi cittadini? Il politico di successo, oramai, è quello che si presenta davanti all’elettorato come risolutore di tutti i loro problemi, incarnazione della soluzione definitiva. La sua idea rispecchia, e deve rispecchiare, quella che è la volontà popolare e, così facendo, l’annulla, facendo “gravare” tutte le responsabilità sulla sua persona. Ma non è questo il fine della democrazia, così come cent’anni fa non era questo lo scopo della rivoluzione.
Il proletariato russo non si sollevò affinché qualcun altro si prendesse carico della loro classe, ma per detenere loro stessi il controllo sulle loro vite, sui loro diritti e sui frutti del loro duro lavoro. E per fare ciò, pur senza un’adeguata educazione, svilupparono una coscienza politica collettiva, un’opinione che avrebbe rappresentato ogni singolo fra di loro. E oggi, che le condizioni di vita e le libertà dovrebbero essere alla base dell’esistenza di ciascuno di noi, ci si tira indietro, si diffida e ci si allontana dalla sfera politica. Chi per noia e chi per rassegnazione, perché non comprende il valore effettivo della propria opinione.

Ecco dove l’esempio, dove i valori che infiammarono gli animi di quei rivoluzionari trovano posto nella nostra vita. Ed ecco perché la loro storia, le loro gesta e le motivazioni che li spinsero a riscuotersi sono tanto importanti, tanto preziosi da conservare e ricordare.
È solo mediante l’affermazione di un proprio pensiero, di una propria coscienza politica che avremo voce in capitolo nella costruzione del nostro futuro. Non partecipare o delegare quest’opportunità a qualcun altro, significa al contrario abbandonare ogni volontà propria, lasciarsi andare come le foglie in ottobre.

Vox Zerocinquantuno n.27, ottobre 2018


In copertina foto da larousse.fr

(25)

Share

Lascia un commento