Il veleno dei ricordi, di Matteo Fontana. Recensione di Francesca Cangini

“È per lei che sono tornato. È lei la mia splendida donna dai capelli dorati, è lei che mi lega a questo luogo, col suo amore radioattivo fatto di ricordo e di rimpianto.”

Il protagonista del nuovo libro di Matteo Fontana, “Il veleno dei ricordi”, pubblicato l’8 febbraio con Feltrinelli ha temporaneamente perso la memoria a causa di un trauma. Ricoverato in una clinica in Alaska, durante degli esami vengono ritrovate in lui tracce radioattive e il dottor Mills, lo psichiatra che lo ha in cura, capisce che l’uomo sia sopravvissuto al disastro nucleare, di cui l’unico indizio rimasto è scritto nel suo corpo. Grazie ai dialoghi con lo psichiatra un po’ alla volta riaffiora in lui il volto di una donna: “Sapevo di averla amata. Ma non ne ricordavo nemmeno il nome, così come non ricordavo il mio.” In seguito gli torneranno in mente voci e suoni di una città distrutta -che nel romanzo non ha nome, ma si tratta molto probabilmente di Pipyat, la città più vicina al reattore di Chernobyl. È una città fantasma, una città cancellata, ma è lì che è intrappolata la sua memoria, ed è lì che sa di dover tornare per recuperarla. E così preso dal bisogno di recuperare la propria identità e nell’illusoria speranza di rincontrare quella donna misteriosa, fugge dalla clinica e va a cercare le risposte alle sue domande. Lì incontrerà persone che, come lui, sono in cerca del loro passato o da esso non sanno staccarsi. Gli torneranno in mente frammenti di un tempo perduto, un ricordo dimenticato, un dolore sempre crescente.

Il libro si manifesta come la pubblicazione da parte dello psichiatra Mills del diario ricevuto dall’ex paziente. Nel testo sono presenti anche tantissimi richiami letterari: il tentativo di recuperare la memoria, la riflessione sul tempo e sull’identità di Proust, più volte citato nel testo. Il testo riprende molti spunti anche dal mondo fisico e chimico, riferimenti a atomi e a particelle nucleari sono continui, ad indicare come la mente del pazienta abbia rimosso i ricordi rilevanti del passato e ogni riferimento a esso, perfino il suo nome, eppure riesca a ricordare precise informazioni studiate chissà quanti anni prima. In questo libro c’è una visione di fondo che contrappone la natura alla Centrale nucleare, visione dichiarata nel risvolto di copertina: “Matteo Fontana prende il disastro più tragico di tutti i tempi e ne estrae il nucleo fondamentale: il tradimento nei confronti della natura, degli uomini e delle loro relazioni, di se stessi.”

Vox Zerocinquantuno n.20, Marzo 2018

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