Il voto sulla piattaforma Rousseau: nuova espressione della democrazia o irresponsabilità politica? Di Riccardo Angiolini

Fin dall’antichità la politica è stata considerata come un’arte. Se da un lato è vero che questa nobile attribuzione è andata sbiadendosi sempre più, è anche vero che, come tutte le presunte arti, questa innata pratica umana è influenzata dallo scorrere del tempo. Lo spirito della Storia e le sue peculiarità permeano costantemente la sua anima fluida, modellandola secondo le forme e i volti del momento in cui la si osserva.
Si usa spesso dire che in Italia ci si trova sempre un passo indietro rispetto al resto del mondo. Eppure, a prescindere da ogni pessimismo, anche la nostra politica ha da poco compiuto un passo storico. Che si tratti di un cambiamento in bene o in male ancora non è dato stabilirlo, possiamo soltanto discuterne le effettive modalità. Quel che invece possiamo dar per certo è che non resterà ignorata tale deviazione, né tantomeno l’unica del suo genere.

Parliamo del caso Diciotti e dei risvolti che ha apportato all’odierna politica italiana. Tralasciando il racconto della cronaca dei fatti è interessante osservare alcune tappe susseguitesi nel corso del suo sviluppo che mai avevano trovato riscontri in passato.
Il M5S sotto l’egida di Luigi Di Maio si è trovato nell’incomoda situazione di decidere le sorti riguardo al processo infamante il proprio alleato-avversario Matteo Salvini, primo ministro e capogruppo della Lega. Com’è facile intuire le tensioni createsi attorno a tale contesto non potevano passare inosservate, specialmente in un clima di incomprensione e indecisione che lasciava presagire prossime fratture fra i due schieramenti governativi. Tuttavia, prima delle consultazioni designate per i senatori Cinque Stelle a Palazzo Madama, il partito pentastellato ha utilizzato un espediente assolutamente unico nella cronistoria politica nazionale: ha permesso che, a indirizzare le decisioni dei senatori, fossero proprio i militanti di partito.

Le “urne” virtuali sono state aperte al pubblico il 17 febbraio scorso mediante l’utilizzo della piattaforma Rousseau, il portale informatico di casa Cinque Stelle che già in passato era stato utilizzato perché i sostenitori di partito si esprimessero.
La singolarità di ciò che è avvenuto poche settimane fa tuttavia, risiede nel fatto che i seguaci del Movimento siano stati chiamati in causa riguardo ad un procedimento giuridico di ordine nazionale a titolo pressoché decisionale, poiché il voto virtuale avrebbe preceduto (e naturalmente influenzato) quello in Senato. E in questo inedito scenario, contornato da innumerevoli polemiche e condito dai più esasperati commenti dell’opposizione, il popolo rappresentato dai Cinque Stelle si è espresso a favore del ministro Salvini, scoraggiando così l’idea che il processo al leader della Lega venisse appoggiato dai suoi stessi alleati.
L’opinione dei senatori M5S si è mostrata conforme all’opinione del 59% dei votanti Rousseau, sostenendo una posizione di non intervento nei confronti del ministro Salvini e rinsaldando la traballante solidarietà fra i due gruppi governativi.

Sorvolando sul risultato alle “urne”, da non considerarsi sorprendente, sono altri i fattori che rendono questo provvedimento assai insolito e probabilmente discutibile.
La situazione aveva dell’incredibile in partenza e, forse giustificata dallo spirito carnevalesco del periodo, ha conosciuto uno scambio di maschere e costumi che non ha precedenti: un partito al governo affidatosi al voto dei propri sostenitori, precedendo la decisione di un Senato che, su richiesta della Magistratura, avrebbe voluto proseguire un’azione legale verso un ministro. Se non ne uscisse così maltrattata e confusa la divisione fra i tre grandi poteri di Stato, una situazione omologa avrebbe del comico.
Va inoltre specificato che i partecipanti complessivi alla votazione tenutasi il 17 febbraio sono stati 52.417, pressappoco lo 0,4% del totale dei votanti pentastellati nelle scorse elezioni di marzo. Un risultato insomma che, malgrado il record di affluenza registrato da Rousseau, restituisce un’opinione complessiva dei sostenitori Cinque Stelle piuttosto limitata e relativa, sicuramente non sufficiente ad influenzare in questo modo uno snodo così cruciale.

Infine, e questo è il quesito che più dovrebbe far riflettere, cos’ha rappresentato realmente tale procedimento operato dal Movimento? Di Maio, affiliati e collaboratori l’hanno proposto ed interpretato come il varo della democrazia diretta, come l’inaugurazione della reale presenza del popolo all’interno degli scenari istituzionali più spinosi.
Se in un certo senso tale proposito appare coronato di nobili propositi, il numero effettivo dei votanti, l’ambiguità della domanda posta al voto, il condizionamento operato dalle forze politiche coinvolte e la superficialità con cui tale tematica è stata affrontata ne minano l’immagine.

In una democrazia parlamentare il popolo elegge degli uomini che li rappresentino all’interno dell’ambiente politico, incarnando nella propria persona la volontà dei propri sostenitori. Questo è necessario al fine che professionisti preparati affrontino con la dovuta esperienza questioni complicate come questa, e la risoluzione dei Cinque Stelle, in questi termini, potrebbe apparire come un “lavarsene le mani”.

Ma, anche se questi sono i tempi che corrono, l’arte politica non può far altro che assecondarli e lasciarsi influenzare?

Vox Zerocinquantuno n.31, marzo 2019

(22)

Share

Lascia un commento