Immigrazione, disinformazione e silenzio: le responsabilità di politica e giornalismo, di Matteo Scannavini

La gestione dei flussi migratori è senza dubbio uno tra i temi più divisivi del dibattito pubblico italiano. Al di là della barbara semplificazione che separa i razzisti dai buonisti, con il fenomeno dell’immigrazione bisogna confrontarsi e qualunque opinione e linea politica deve, in un sano dibattito democratico, nascere da una corretta informazione. In Italia, politici quanto giornalisti hanno spesso peccato di generare sul tema una narrativa distorta, faziosa e lacunosa, in altre parole, disinformazione. E se dagli esponenti di partito è più lecito, entro una certa misura, attendersi un’interpretazione di propaganda della realtà, schierata per giustificare una certa linea di azione, i giornalisti non possono, per dovere professionale, concedersi questo lusso. Ogni volta che l’opinione precede, altera o nasconde il racconto di un fatto, il giornalismo muore. Vale per l’immigrazione, come per tutti gli altri temi. Per non scadere in un marcio gioco delle parti, l’informatore deve essere responsabilizzato a produrre con il lettore una conversazione civile, basata sui fatti e che sia il più possibile rispettosa della grammatica della complessità della realtà che descrive, accompagnando a ciascuna idea personale la dovuta argomentazione. La sintesi di un giornalismo così concepito è ardua e rara, ma perseguirla è fondamentale. Non per promuovere a priori una certa linea di pensiero e azione, ma per favorire un esercizio consapevole della democrazia stessa.

Un primo passo per fare corretta informazione sull’immigrazione è senza dubbio sfatare quei luoghi comuni, che, grazie a gloriose cavalcate di hashtag, sono stati ormai integrati dalla cultura mainstream italiana, anche quando privi di fondamento. Un’opera di fact-checking sul tema è stata svolta dal blog d’informazione Valigia Blu, che il 30 novembre ha sintetizzato i lavori di anni sull’immigrazione nell’incontro a Roma Il giornalismo è conversazione. Rifacendosi agli studi del ricercatore ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) Matteo Villa, il team di giornalisti ha confutato ad esempio la correlazione tra la presenza delle ong in mare e il numero di partenze. In base ai dati raccolti, il vero “pull factor” ad incidere sul volume delle traversate risulta essere il clima: in pratica, un trafficante salpa dalla Libia solo se il Mediterraneo gode di condizioni favorevoli, incurante della possibilità di trovare o no una nave a soccorrere i propri passeggeri. Inoltre, tutte le inchieste aperte per verificare rapporti di collaborazione tra ong e trafficanti hanno finora dato esito negativo.

Continuando la demolizione di slogan, Valigia Blu ha anche ricostruito come le morti in mare che Salvini vantava di aver ridotto siano invece aumentate, sia in termini assoluti che di rischio percentuale (tasso di morte nelle traversate da 2.05% a 6.04%) nel suo periodo al Viminale rispetto a quello di Minniti, dove erano drasticamente scese a causa del blocco delle partenze. Quanto ad altre teorie fantasiose, come il disegno per la cancellazione dell’identità nazionale voluto da speculatori che finanziano l’immigrazione clandestina a discapito di quella regolare, le fonti restano ancora ignote. Si noti come la tesi sopracitata, anche chiamata “sostituzione etnica”, non proviene da un blog estremista ma da un intervento di Giorgia Meloni su la7.

Smontare con le argomentazioni dei numeri questo tipo di disinformazione diffusa da Salvini e soci è una pratica relativamente facile e comune da parte delle testate. Ma quando i bersagli delle inchieste si allontano dalla destra sovranista, ecco che molti giornalisti si fanno più silenziosi. Il caso della trattativa Italia-Libia fa scuola: quest’ottobre, Nello Scavo ha pubblicato per Avvenire un’inchiesta in cui denunciava un incontro segreto avvenuto nel maggio 2017 tra rappresentanti delle istituzioni italiane, allora governo Gentiloni, e una delegazione libica. Nella foto esclusiva del servizio è identificabile Abd Al-Rahmam al-Milad, detto Bija, uno dei vertici della guardia costiera libica, descritto in numerose indagini internazionali come trafficante di esseri umani, torturatore dei migranti nei centri di detenzione e importante tassello della mafia libica. Bija è stato intervistato successivamente da Francesca Mannocchi per l’Espresso e ha confermato la propria partecipazione a una fruttuosa visita d’affari in Italia, in cui è entrato con visto regolare. Riguardo agli esponenti politici presenti, ha dichiarato di non ricordarne i nomi. Interrogato sul caso, Minniti ha negato ogni coinvolgimento.

Due mesi dopo l’incontro, il numero di partenze è crollato. Perché i migranti, con la complicità e i finanziamenti del governo italiano, rinnovati anche da Lamorgese nel Conte bis, vengono ora bloccati e trattenuti in carceri, luoghi in cui i rapporti ONU e le testimonianze degli evasi certificano sistematiche violazioni di diritti umani. Luoghi che, racconta Mannocchi, le stesse firme di giornali progressisti hanno chiamato “centri di accoglienza” sotto Gentiloni e “prigioni” sotto Salvini.

Il 30 novembre, ospiti all’incontro di Valigia Blu, Scavo e Mannocchi hanno raccontato le complessità delle personali esperienze sul campo ed evidenziato il poco eco ricevuto dalle loro inchieste sui media nazionali (il video girato da Francesca all’interno delle prigioni libiche non è nemmeno stato trasmesso nel paese). È forse azzardato ipotizzare che se fosse stato Salvini a tenere un incontro istituzionale segreto con un personaggio sanzionato per crimini internazionali dall’ONU, il caso avrebbe avuto una risonanza diversa? Che molte più penne sarebbero state in prima linea per denunciare un accordo tra l’Italia e quella che viene descritta come una vera e propria mafia?

Se come Stato intendiamo accettare soluzioni di realpolitik, come risolvere la questione dell’immigrazione con accordi con criminali, dobbiamo farlo consapevolmente, da elettori consci dei rappresentanti che inviano a stringere quelle mani. E, poiché la politica tace per interesse, questa consapevolezza può nascere solo da un’informazione approfondita e intellettualmente onesta. È una missione a cui il giornalismo non può sottrarsi.

Vox Zerocinquantuno, 30 dicembre 2019


Matteo Scannavini, 19 anni. Studente di Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa

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