“Immuni” ma con meno privacy, di Chiara Di Tommaso

 

“Dichiaro di aver letto e compreso l’informativa sulla privacy e acconsento al trattamento dei miei dati personali”. Quante volte per finalizzare un pagamento o un’iscrizione online abbiamo cliccato su questa casella, senza aver letto né tanto meno compreso alcuna informativa. Il diritto alla riservatezza è tra i più antichi riconosciuti all’uomo, fa parte dei diritti fondamentali della persona e in quanto tale è protetto dalla legislazione internazionale, dalla Costituzione del nostro paese e dalla normativa europea, tuttavia sembra essere il diritto più sfuggente e difficile da comprendere e quindi da tutelare, soprattutto nell’era contemporanea in cui la digitalizzazione ha reso quasi ogni scelta, ogni azione, potenzialmente un “dato”.

 

Non sono mancati negli ultimi decenni scandali e dibattiti sul tema della privacy, nonché necessari aggiornamenti della normativa che ne regola il trattamento. E oggi, nel pieno dell’emergenza sanitaria, è inevitabile tornare sul tema. Davanti ad una crisi di questa portata, in cui ogni mossa sembra poter essere un passo falso, l’utilizzo della tecnologia potrebbe essere l’unica arma efficace contro il virus a nostra disposizione in questo momento. Per questo i politici, nell’attesa che medici e ricercatori facciano il loro mestiere trovando il vaccino, si sono rivolti  agli informatici per chiedere aiuto. Seguendo l’esempio precoce di altri paesi quali la Corea del Sud e Singapore, anche l’Europa ha iniziato a pensare ad un’app per il tracciamento dei contagi come soluzione che possa permettere una riapertura in sicurezza. È da più di un mese che politici, tecnici e opinione pubblica discutono sui pro e i contro di questa modalità innovativa, e tra i problemi principali e più controversi spicca ovviamente quello della tutela della privacy. Nel creare un’applicazione per i cellulari che abbia lo scopo di monitorare i contatti interpersonali tra i cittadini così da poter individuare prontamente il percorso che il virus fa di persona in persona e fermare il contagio, inevitabilmente si deve affrontare il tema di quali saranno le informazioni effettivamente raccolte dai dispositivi, da chi saranno analizzate, per quanto tempo e con quale scopo. A metà aprile sembrava ormai ufficiale che l’app Immuni, prodotta dall’azienda Bending Spoons e selezionata dal governo italiano, sarebbe stata attivata in concomitanza dell’inizio della fase 2, nonostante le perplessità di molti e i diversi aspetti ancora da chiarire. Invece, nel discorso del premier Conte alla nazione, in cui ha annunciato una parziale riapertura dal 4 maggio, di Immuni non si è fatto neanche cenno. I passi indietro su questo fronte sono spiegabili alla luce del generale dissenso espresso da quasi tutte le parti politiche, dal Pd alla Lega, da Forza Italia a Fratelli d’Italia: i leader dei principali partiti hanno espresso diversi dubbi e hanno richiesto a gran voce una discussione parlamentare a riguardo. Ma altrettanto ha influito l’incertezza degli altri paesi europei e la discussione a livello comunitario di quale sia la modalità migliore per risolvere le controversie sui dati personali. Alla tavola rotonda, oltre ai governi nazionali e alla Commissione UE, si sono aggiunti i due colossi del digitale Apple e Google, che hanno deciso di collaborare, tra loro e con le istituzioni, alla creazione di questo sistema all’avanguardia che ha lo scopo di tutelare la salute dei cittadini. Quasi tutti concordano sull’anonimato, garantito da codici criptati, e con l’utilizzo del Bluetooth anziché del GPS, così da non avere informazione sugli spostamenti ma solo sugli incontri. Nonostante questi punti comuni, le proposte e gli schieramenti in campo al momento sono due: da una parte una struttura centralizzata, gestita dal Ministero della Salute, che riceve i dati (anonimi) dei singoli e ha il compito di avvisare coloro che sono entrati in contatto con soggetti positivi; dall’altra un sistema decentralizzato, in cui lo Stato non riceve alcun dato e tutto si svolge “tra i cellulari” che automaticamente avvisano il proprio proprietario se è entrato i contatto con un potenziale soggetto infetto. Questa seconda idea è stata avanzata proprio da Apple e Google (che non scordiamoci, insieme ai social network, sono esperti nel collazionamento dei nostri dati) e accolta favorevolmente dalla Germania, mentre altri paesi come la Francia preferirebbero il sistema centralizzato così da poter anche fornire dati di studio a tecnici e scienziati. Non è ancora chiaro quale sarà la scelta dell’Italia, ma è indiscutibile l’urgenza con la quale dovrà essere presa, come spiega anche Colao, guida della task force per la ripresa post coronavirus: sarà necessario avere l’app disponibile entro la fine di maggio se si vuole che abbia una qualche utilità.

 

In tutta questa confusione, per quanto lecita vista la straordinarietà della situazione, avrà di fatto un ruolo decisivo la scelta dei cittadini. I paesi europei infatti concordano sulla base volontaria che questa app dovrà avere, proprio per tutelare le libertà fondamentali degli individui. Sarà quindi dalle percezioni, dalle convinzioni, dalle priorità dei singoli, che dipenderà la riuscita o meno di questo progetto.  Ci si chiede se gli italiani saranno disposti a fornire “l’autorizzazione al trattamento” di questi singolari dati, se sarà ritenuta una cosa giusta per la salute e la libertà di tutti o un’intrusione pericolosa nelle proprie vite private. Sarà alla coscienza di ciascuno decidere, e ci sono poche certezze, poche verità assolute. Chissà, forse ha ragione Baricco a dire che “la privacy è sopravvalutata”.

Vox Zerocinquantuno, 29 aprile 2020

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