In ricordo di Fatima. Associazione Anassim

“Quando un’amica se ne va…non ci lascia né sole né indifferenti.
Fatima era una “extracomunitaria” fuggita dalla povertà e dall’isolamento di un piccolo villaggio fra le zone desertiche del Marocco, dove ancora si può morire per il morso di uno scorpione o perdere un braccio andato in cancrena per una lieve ferita non curata.
Fatima in Italia cercava lavoro ma anche un luogo “libero” dove potere studiare, conoscere altre donne, capire il valore della democrazia, poter affermare le sue idee, rispettare, riconoscere, essere rispettata e riconosciuta. Assieme ad altre donne.
E’ stata un esempio di perfetta integrazione, nel senso profondo di convivenza nel reciproco rispetto delle persone e delle regole, senza mai rinunciare alla sua identità, alle sue radici, alla cultura del paese di provenienza….”

Così la ricordano le le amiche di “Annassim” che l’hanno conosciuta ed hanno fatto “pratiche sociali” con lei:
Hend, Mariem, Lella, Maria Rosa, Daniela, Zorha, Olfa, Alessandra, Donatella-Fatima, Giada, Sara, Hajiba, Fousia, Vincenza… e le altre.

Di seguito riportiamo alcune notizie, che ci ha fornito Antonella Selva dell’associazione “Sopra i ponti”, della quale Fatima faceva parte, riguardo il suo paese di provenienza Foum Zguit nel sud del Marocco, e i piccoli progetti mirati nella cooperazione internazionale. Progetti pensati con la popolazione locale e seguiti, in genere, da migranti che continuano a vedere la loro migrazione come un’opportunità culturale e politica per i loro paesi di provenienza e i paesi che li accolgono.

Foum Zguid è un comune della provincia di Tata, nel sud-est del Paese, vicino al confine con l’Algeria, nella regione desertica della catena dell’Anti Atlante; il clima è arido, piogge quasi inesistenti, l’acqua proviene da falde sotterranee e corsi d’acqua a regime torrentizio che un tempo erano secchi per la maggior parte dell’anno oggi sono secchi ormai per interi anni consecutivi, salvo però essere interessati da piene improvvise e distruttive, come è successo nell’inverno 2014/15.

Fino a 20 – 30 anni fa era il centro amministrativo e commerciale di un’ampia area “oasiana” che però ormai è ridotta al lumicino per la crisi idrica. Oggi il comune, comprendente i numerosi villaggi agricoli disposti ai bordi dell’antica oasi, conta sulla carta circa 13.000 abitanti, molti dei quali però, pur risultando residenti sono in realtà emigrati; la crisi idrica è stata sicuramente innescata dal cambiamento climatico (che, nella situazione di equilibrio delicato e fragile dei sistemi oasiani, è divenuto evidente ben prima che non nelle nostre zone temperate e irrigue), ma è stata poi aggravata e resa drammatica dall’abbandono degli abitanti: l’equilibrio dell’oasi infatti era basato sulla cura dei contadini, che manutenevano le canalizzazioni sotterranee per l’irrigazione (chiamate “khettarat” e in uso in tutte le aree desertiche del mondo, sfruttano il dislivello naturale tra le falde acquifere e le zone a valle da irrigare) e calibravano sapientemente l’uso dell’acqua (ciascun piccolo contadino poteva usare l’acqua in misura della partecipazione della sua famiglia ai lavori comuni di manutenzione dell’oasi). Con l’esodo migratorio questi equilibri sono saltati; le khettarat si sono insabbiate e nessuno le ha più ripulite; le palme hanno cominciato a seccarsi e in questo modo il terreno diventa sterile per l’eccessiva esposizione all’irraggiamento solare causa mancanza di ombra (nelle oasi la coltivazione è su 3 livelli: le palme, alte, fanno ombra e producono datteri, fibre e combustibile, protetti dall’ombra delle palme crescono gli alberi da frutto, sotto questi si coltivano cereali, spezie e henné; se muoiono le palme anche il resto si perde); le esigue comunità residue dei villaggi contadini, ormai a prevalenza femminile vivono delle rimesse dei membri emigrati; anche il capoluogo, dove viveva Fatima, vive una drammatica decadenza trovandosi ad essere centro non più di un comprensorio agricolo oasiano ma un pugno di villaggi morenti e improduttivi; in queste condizioni di degrado del territorio anche i saperi contadini stanno andando perduti tra le giovani generazioni e aumentano gli speculatori che, utilizzando potenti pompe a motore pompano acqua per irrigare produzioni intensive di primizie (i cocomeri!) per i mercati europei, consumando la poca acqua esistente.
Questo avviene nel silenzio della popolazione che ormai non ha più consapevolezza della necessità di un equilibrio nei consumi e si limita ad aspettare che lo stato dia risposte con soluzioni tecnologiche.

Numerosi emigrati dei villaggi di FZ vivono a Bologna, Cento – Castelfranco Emilia e vicino a Firenze; una comunità proveniente da un solo villaggio, vill. Tabia, il più povero e privo di acqua, è concentrata nella bassa modenese, verso Nonantola.

Molti dei nostri soci sono (o meglio erano perché diversi sono rientrati al paese) di FZ e questo ha determinato l’attenzione di “sopra i ponti” per quella località.

Abbiamo conosciuto Fatima in gennaio 2008 quando portammo là due autobus dell’ATC in dono: lei si presentò per chiedere aiuto per sua sorella senza un braccio.

Successivamente abbiamo realizzato diversi progetti di cooperazione sempre centrati su FZ: realizzazione di un ostello per turismo responsabile nel villaggio smira; diverse azioni di formazione delle associazioni femminili per la valorizzazione dei propri prodotti artigianali, turismo responsabile, collegamento con reti nazionali e internazionali di agro-ecologia; lancio del festival nazionale dell’henné (vill. Smira); con un finanziamento della tavola valdese, insediamento di piccoli allevamenti ovini familiari, in capo alle donne, con formazione a cura dei Veterinari Senza Frontiere: questo progetto ha insistito sul villaggio Tabia, ma ha compreso un piccolo gruppo di giovani donne disabili a FZ centro, tra cui la sorella di Fatima.

Vox Zerocinquantuno, n.2 Giugno 2016

(7)

Share

Lascia un commento