Intervista a Antonella Selva di Rosalinda Bruno

Rosalinda Bruno, laureanda in Sociologia a Bologna, ha raggiunto l’autrice del libro a fumetti “Femministe”, Antonella Selva, rivolgendole una serie di domande che di seguito proponiamo.

Io mi sono imbattuta nel tuo libro nella fase di ricerca dei materiali per la mia tesi di laurea in cui, tra l’altro, penso di parlare del tuo lavoro perché lo reputo nuovo, come riflessione e genere di comunicazione, e interessante. Ti porgo alcune  domande anche per capire meglio il fenomeno.

    So che Femministe, sta girando bene, almeno a Bologna, dove  è ambientato e dove  vivono le protagoniste. Oltre la narrazione dell’esistente, quali reali  elementi che riguardano l’immigrazione femminile delle donne musulmane intendi mettere in evidenza ?

Bè, i piani di lettura possono essere molteplici: sicuramente in evidenza c’è il tema dei pregiudizi e della difficoltà di liberarsi dalle rappresentazioni stereotipe. Ad esempio Hayat, la protagonista principale, personaggio ispirato a una nostra carissima amica in carne ed ossa, non viene riconosciuta nel suo valore e nella sua straordinaria forza neanche dalla professoressa che pure è mossa dalle migliori intenzioni. Poi c’è il tema della presa di parola delle e dei giovani di seconda generazione: un tema, credo, che sta appena cominciando ad affacciarsi allo spazio politico. Sullo sfondo le condizioni di vita dei migranti in quanto ceto popolare. Tra questi poli si gioca il confronto tra diverse visioni “femministe”.

   Come mai a questo punto della tua vita, dopo esperienze politiche e culturali di altro genere, sei  approdata  al fumetto?

In realtà ho sempre disegnato e il fumetto è un antico amore. Forse però a vent’anni non avevo ancora trovato storie forti e importanti che chiedessero di essere raccontate, poi l’impegno politico e la frequentazione della comunità migrante del Marocco me le hanno fatte trovare.

  Credi nella sua forma di comunicazione o nel fumetto  come arte?

Non ho una teoria in merito, semplicemente il fumetto è il modo più congeniale per me per raccontare. Tuttavia va aggiunto che il fumetto come linguaggio ha ormai raggiunto una piena maturità e può efficacemente comunicare qualsiasi contenuto con qualsiasi registro.

Ritieni la parola consumata o insufficiente per comunicare e creare oggi?

Assolutamente no! Non credo che la parola potrà mai consumarsi, ma trovo bello che linguaggi un tempo ritenuti “bassi” conquistino nuovi spazi. Semmai è il pubblico ad essere sempre meno attrezzato per leggere, immerso e compresso com’è in un mondo di immagini e comunicazione iperveloce ed effimera. Anche il fumetto ormai è troppo lento e “libresco” per un pubblico di massa.

   Il tuo interesse per la  storia raccontata è determinato  dall’essere tu una italiana laica o  una nativa italiana che ha fatto scelte religiose e culturali islamiche?  Fra donne la convivenza e’ piu’ facile?

Di base c’era la voglia di raccontare il valore di Hayat, avatar della nostra amica, e più in generale dare il mio piccolo contributo a inserire le storie del l’immigrazione nell’immaginario dell’Italia di oggi. Frequentando la comunità marocchina di Bologna da più di vent’anni posso dire di essere una testimone privilegiata e partecipe. Non so se il genere renda più facile la comprensione o meno, personalmente mi trovo bene in mezzo alle diversità.

   Il tuo essere musulmana, oggi, ti crea difficolta’ nella comunita’ musulmana e/o in quella italiana ?

In un modo o nell’altro io mi trovo ad essere in una posizione eretica ovunque mi collochi. Mi sento – e vengo percepita – vagamente fuori centro in ciascuna comunità, ma non è un problema: mi piacciono i territori di frontiera.

   Sentiamo che il problema della comprensione e della condivisione fra native e migranti ancora è indietro, cosa pensi possa essere più utile  per migliorare politicamente lo stato delle cose?

“Politicamente”? Farla finita con una “legge razziale” come la Bossi Fini (in vigore dal 2002) aiuterebbe: la vita degli stranieri è una continua assurda corsa ad ostacoli. Poi c’è il grande tema del riconoscimento della cultura di cui i/le migranti sono portatori: lingue, religioni, esperienze, cibi, stili di vita, storie! Oggi senza muovermi dal mio quartiere posso incontrare mondi diversissimi, una cosa impensabile quand’ero giovane.

   Sento che c’è una islamofobia diffusa, tra non conoscenza e paura… come spieghi che nello stesso tempo molte persone scelgono la fede musulmana e qualche musulmano viene addirittura eletto sindaco? Mi riferisco ovviamente all’elezione del sindaco di Londra.

I due fenomeni sono speculari: proprio all’indomani dell’11 settembre 2001 è cominciato il boom dello studio dell’arabo nelle università, per fortuna c’è gente che vuole capire, che nei momenti di crisi non si accontenta della versione ufficiale delle cose. Il fenomeno delle conversioni all’islam forse è riconducibile semplicemente al fatto che, se non altro come “nemico”, il mondo islamico è diventato improvvisamente visibile: per secoli la visione colonialista della supremazia bianca l’aveva schiacciato nel guazzabuglio indistinto di “arretratezza” e “primitivismo” che comprendeva tutto ciò che non rientrava nella “civiltà” (bianca).
Il nuovo sindaco di Londra porta con sé un forte impatto simbolico per l’ovvia importanza della città, ma in realtà non è il primo musulmano a capo di una città europea e soprattutto non sarà l’ultimo: perfino in Italia, con un’immigrazione più recente, comincia ormai ad esserci una massa critica di giovani figli e figlie di migranti che rivendicano con determinazione il loro posto nella società, anche in quanto cittadini/e di fede musulmana.

   Si parla tanto, “mistificando”,  di scontro religioso e di culture  – secondo te le culture possono entrare in conflitto o lo scontro è fra  persone portatrici di altri valori e altri interessi?

I conflitti sono sempre o quasi tra portatori di interessi contrapposti, le ideologie servono a rivestirli di valori più o meno nobili (Dio, patria, onore, sangue, identità, tradizioni…). Purtroppo in questo modo riescono a dividere e a mettere uno contro l’altro gruppi che in realtà avrebbero interessi coincidenti, come ad esempio lavoratori e precari italiani e stranieri.

Lo scontro, i conflitti, secondo te sono connaturati ai processi storici,  e soprattutto emergono in periodi di crisi come fisiologici e come e’ possibile accelerare il processo di superamento e ricomposizione sociale, accelerandone i tempi?

Oddio, se lo sapessi avrei la chiave per prendere il potere! Che dire? Con la rivoluzione?

Antonella Selva, nata a Bologna nel 1960, è stata consigliere comunale dal ‘92 al ‘99. Da anni si occupa di progetti di sviluppo in Marocco e di integrazione interculturale in Italia con l’associazione italo-marocchina Sopra i Ponti. All’attivo ha due pubblicazioni collettive con il gruppo Expris Comics dove usa il fumetto per raccontare storie di migrazioni e di viaggio.

Vox Zerocinquantuno, N.2 Giugno 2016


Rosalinda Bruno studentessa di Sociologia e Ricerca Sociale presso l’ Università di Bologna è impegnata e interessata allo studio dei fenomeni migratori, con un focus sul genere. Collabora con associazioni di donne native e migranti attive sul territorio bolognese e con il Centro interculturale Zonarelli a Bologna.

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