Dialogo con Serena Luna Raggi, nutrirsi d’arte e umanità in queste benedette strade sociali, di Alexia Raule

Dietro termini che diventano moda c’è il rischio che il significato venga svuotato, travisato o in certi casi sprecato. Le Social Street e le feste di strada, sia storiche che organizzate dalla spinta di un recente movimento, rappresentano una realtà che non è scontata e che nasconde molteplici spunti e svincoli. Certo, pensare che sia dovuta nascere una moda o un movimento che riassume quello che in ogni città dovrebbe essere routine ha il suo retrogusto amaro, ma curiamoci del bello che nasce da questa spinta di socialità e di reciproco scambio, dove sotto la barriera arida dell’era tecno-virtuale, batte reale un fiumicello propulsivo che sta al centro di due poli opposti e quando un fenomeno dilaga e si espande vanno poi ricercate le vie di mezzo e i punti di incontro.

“Zoommando” sulla situazione circoscritta degli eventi non è così semplice scovare l’ occasione doc: da un lato il paravento di locandine ed eventi facebook che con “Street” e “Social” spesso vogliono solo dare un tocco diverso e “cool” alla sagra della polpetta e alle notti bianche-rosa-gialle-magenta-a pois, dal lato opposto il marketing pastello e illeggibile degli eventi hipster, dove, con giri di parole e obbligati termini anglofoni irritanti, si paventa il recupero di uno spazio, un giardinetto, la rampa del garage di zio Attilio con tanto di conferenza stampa e alla fine però ti ritrovi il banalissimo Dj set con led fluo cangianti sull’alberello o sulla grata del seminterrato e l’immancabile mercatino vintage.

A Bologna di fiumicelli in piena ne troviamo molti, basta saperli scovare, però è divertente mettere una lente di ingrandimento su una strada reale divenuta virtuale, social e “famosa” tramite un gruppo facebook, così usciamo dai nostri gusci e questa benedetta strada sociale la possiamo trovare ancora lì pure senza l’hastag: via Fondazza.
E come lei ci sono molti altri esempi, simili non tanto nel percorso ma nell’essenza, sarebbe assurdo pensare ad un fenomeno così complesso in modo lineare, è l’ uovo o la gallina? E’ il mezzo virtuale che stimola la curiosità o sono i riflettori che non fanno altro che mettere in luce realtà costantemente presenti?

Intanto parafrasiamo la rete ed ecco di seguito una breve lista di alcune strade bollate o meno dal marchietto “Social Street” e in particolare delle annuali feste di strada in pieno TripAdvaisor style, risparmiando le stelline per clemenza.
Tra le svariate attività di Fondazza è piacevole far presente nel mese di maggio la giornata Muri Di Versi, dalle grate delle finestre, sui portoni, dalle volte dei portici piovono letteralmente poesie. Esili fogli inchiostrati che attendono solo di venir adottati, con un gesto.
La festa di strada di via Orfeo – Rialto e Coltelli – ritornata dopo 6 anni di pausa il 9 Aprile di quest’anno – mantiene sempre la sua forza e mescola con fantasia le antiche arti e le nuove tendenze, dando spazio alle più svariate forme espressive nei luoghi di aggregazione storici, improvvisati o reinventati.
Negli ultimi anni, ai primi di ottobre, è nata nella zona universitaria -via del Guasto e Belle Arti- una giornata non scontata, chiamata Festa Rossa, in un luogo dove nel quotidiano avviene un “minuetto hardcore”. È bello vedere la metamorfosi di luoghi e persone che scendono in strada, e non solo ci passano, in ogni angolo hai spunti e momenti intensi, magari semplici ma l’ energia è forte: il bimbo che impasta la pizza mischiata a colori, la tavolata che improvvisa pic-nic con i vini e le birre dell’osteria, il concertino punk, poi cantautori mescolati. I cani dei “punkabbestia” si ritrovano ad annusare barboncini delux che nella loro routine sarebbero passati di sfuggita, strappati da padroni frettolosi, ma la festa e altri ritmi ne rallentano il passaggio.
Doveroso citare la giornata a settembre di via Broccaindosso, #socialstreet ante litteram, che ha fatto scuola e chi l’ha frequentata sa di cosa parlo: la signora che mette a disposizione il suo bagno ai passanti, le bancarelle sparse senza l’ansia delle postazioni, se hai bisogno il tavolo te lo presta il pakistano e lo tira fuori dalla retrobottega, infilato in un cortile interno di un antico palazzo.
Non importa nemmeno più quale via sia, se filtrata dalla rete o empiricamente collaudata, è bello di sera poter entrare nelle botteghe artigiane, fare quattro chiacchiere con qualcuno, anche con l’artista che espone. I filtri non esistono più, non importa se la bottiglia di chianti la portano i curiosi o fa parte del vernissage. Questa sinergia si mantiene anche fuori dall’evento annuale ufficiale, ad esempio negli spazi che danno modo di esporre arte fuori dai circuiti convenzionali.

Infatti è in un placido pomeriggio del rosso luglio bolognese, che decido di glissare le grosse mostre, le file, i pur freschi imponenti saloni, per girare l’angolo di Strada Maggiore, stanca e in confusione, ed immergermi nei bassi e nostalgici portici di via Fondazza. Schemi che finalmente si sciolgono, l’arte non è più un astratto concetto o uno schermo incantevole da ammirare, in pochi metri in una piccola strada c’è il retro della medaglia, la radice che troppo spesso viene dimenticata: l’essere umano e il suo delicato involucro del quale aprire una maglia e sbirciare dentro per assaporarne la luce.

Grazie al poco traffico si intuiscono note di pianoforte che vengono inghiottite quando si mette piede nel portone di casa Morandi, il muro di plexiglass protegge la camera-studio e il tocco dell’aria immutata nel tempo lo trapassa con facilità. La semplicità degli oggetti quotidiani fa scattare un “click”, non è la sindrome di Stendhal, ma pur non avendo un nome famoso è un ingranaggio interno profondo che comincia a fare un primo passo. L’ artista prima delle sue opere, l’uomo, la donna, la ragazza, l’anziano ormai miope, i loro strumenti, la loro casa, la loro bottega. Come sono fatti? In che nido, con che odori, con in mano quale calice poterci fare una banalissima chiacchierata? Dietro il palco delle conferenze stampa, dei link delle pagine facebook, delle riviste dedicate, delle gallerie e dei musei. Il calice è di miele ed è proprio a pochi passi dai miei pensieri, dalle vetrine di una bottega di restauro. Il mio sguardo viene rapito da un gruppetto di persone in fermento. Spesso mi son fermata di fronte alle vetrine di Fantomars – Atelier Carmen Avilia- per capire che succede, è una mostra, un reading, una bottega? Non ci sono schemi, è tutto questo ed altro, in continuo divenire, seguendo i ritmi di Carmen e della vita di Fondazza.

Perle (foto serenalunaraggi.tumblr.com)
Perle (foto serenalunaraggi.tumblr.com)

Oggi le pareti sono illuminate dalle opere di Serena Luna e della sua personale “Calice di caldo miele”. Tra sorrisi, citazioni, sguardi luminosi, stralci di poesie e abbracci le persone formano un perfetto balletto di emozioni in sincronica follia con le immagini appese alle pareti.
In un momento di calma riesco a godere dei quadri a tecnica mista, mi muovo lentamente tra queste ipnotizzanti icone materiche, il loro sguardo lungo e intriso di kajal, grafiche e colori in continuo contrasto alchemico. Viene voglia di sfiorare e riconoscere la materia ma allo stesso tempo si resta in composta ammirazione, sospirando di fronte all’aura spirituale che avvolge le opere. Volto le spalle dalle pareti per riprendere contatto con la realtà e urto involontariamente – e con mia sorpresa – una delle artiste esposte che si manifesta in carne ed ossa, gioielli argento e veli colorati.
Serena Luna Raggi e le sue labbra scarlatte mi sorridono calme, l’ ingranaggio di poco tempo prima torna a muoversi e così sorseggiando del vino leggero lancio qualche sassolino dentro al nido dell’artista.

  Che valore ha scegliere di stare in diretto contatto con il pubblico, in un contesto di strada dove è possibile che una persona, girando lo sguardo, si possa trovare a tu per tu con le opere e con chi le crea?

Il valore del diretto contatto con le persone è fondamentale, nella mia vita come nel lavoro. La maggior parte dei miei quadri infatti ha come soggetto ispirante una o più donne conosciute durante i miei viaggi all’estero o per le strade di Bologna. Sono inoltre convinta sia fondamentale lo scambio: l’artista si prodiga nella realizzazione di un messaggio, in immagine ma con profondi significati, scoprire poi ciò che arriva effettivamente alle persone è la seconda parte del lavoro, oltre alla ricerca, la parte più interessante.

  I tempi di creazione e quelli di rielaborazione- precedenti e posteriori all’opera- che proporzione hanno nella tua vita artistica?

Nella mia quotidianità la ricerca è costante. La ricerca la faccio in viaggio oppure a casa, per librerie, mostre, musei. Per ogni porta che si apre se ne aprono altre cento, la mia aspirazione massima è percorrerle tutte.

  Nell’era del conteggio dei “mi piace”, visualizzazioni e di followers come gestisci la rete di conoscenze, ammiratori, haters, se mai ci fossero?

Jat Tribe (foto serenalunaraggi.tumblr.com)
Jat Tribe (foto serenalunaraggi.tumblr.com)

Facendolo ho imparato ben presto che nessuno, almeno per ora, lo farà per me. Quindi, con dispiacere perché a volte lo trovo davvero una perdita di tempo, spesso creo eventi, pubblico post, sorte di piccoli spot pubblicitari per “vendermi” ecc. Constato comunque con piacere di essere parecchio seguita, con molti riscontri dall’estero -soprattutto Germania, Nord Europa e U.S.A.- paesi con i quali collaboro parecchio.
Fortunatamente non ho “haters” al momento e me ne guardo bene, mentre comunico sempre molto volentieri con chiunque abbia voglia di scrivermi, per una curiosità, per propormi mostre o anche solo per un affettuoso saluto per aver ricevuto in regalo una delle mie opere!

  Qual è il bagaglio d’andata e di ritorno ideale nei tuoi viaggi?

L’essenziale, mi agghindo sempre di una quantità non indifferente di gioielli, ma in viaggio tento di essere più agile. Mi porto dietro sempre tanta curiosità e la voglia di parlare con le persone.
Bagaglio non materiale è la curiosità, torno sempre con tanti racconti, tante forme “nuove”, colori e persone da raccontare. Materialmente invece moltissimi tessuti tradizionali che utilizzo poi nei miei lavori.

  Con le tue opere illumini di luce e liberi archetipi antichi e potenti, credi che oggi in alcune parti del mondo, compresa l’ Italia, ci sia una tendenza alla sessuofobia e una chiusura mentale o è solo una finestra su una realtà ingigantita da alcuni media?

Credo che in primis la Donna debba essere in grado di comprendere e amare se stessa. I miei lavori per me sono come uno specchio, nascono interiormente e poi osservandoli scopro sempre qualcosa di me che prima mi era stato celato. Il mio lavoro vuole essere un invito a scoprirsi, ad abbattere stereotipi e ad intrecciarsi con altre culture, altre estetiche, altri credo. Spaziando, ma in profondità.

Elisabetta d'Oriente (foto serenalunaraggi.tumblr.com)
Elisabetta d’Oriente (foto serenalunaraggi.tumblr.com)

  Dalle tue creazioni traspare un’ armonia e un ritmo di forme e colori molto ricercato, come entra la musica nella tua arte? Hai delle influenze e passioni musicali in particolare che ti ispirano per creare?

La musicalità e l’armonia meritano un’attenzione perenne. Anche in questo campo la ricerca è continua, molte immagini sacre posseggono lo stesso vocabolario di una preghiera, la preghiera della musica. Adoro i canti religiosi ortodossi, le litanie a noi più vicine come la musica tradizionale dei Sufi e dei grandi maestri persiani.

I calici, le chiacchiere, gli incontri e gli scambi tintinnano e faranno da eco certamente ad altre strade, rendiamole #social con la nostra curiosità e partecipazione. La genesi del fenomeno è stata una dei pochi esempi in cui uno strumento virtuale è entrato in simbiosi con linearità e semplicità nel reale, ora se facebook e locandine abusano del termine saranno dei confusi appunti in agenda, ma le strade sono sempre lì e la loro socialità la creiamo con la nostra voglia di confronto e la fame di metterci in gioco .

Vox Zerocinquantuno, n 3 Settembre 2016


BLOG-PORTFOLIO serenalunaraggi.tumblr.com


Alexia Raule, da sempre alla ricerca dei punti d’incontro tra l’arte materica e volatile, dal pensiero allo sporcarsi le mani. A Verona (città natale) dal 2009 al 2013, in contemporanea alle esperienze di artigianato come creatrice di gioielli e restauratrice lapidea, ha collaborato a diverse realtà creative, ad esempio al festival Verona Risuona con la performance “Morte Vita e Pericoli di un Viaggiatore ben equipaggiato (2009) e negli anni successivi nel libero “delirio creativo” dei Distorti. A Bologna dal 2013 continua le sue incursioni nel teatro e nella musica ( mini rassegna al Circolo Vizioso “Cavalcando Farfalle di Cera). In procinto di raccogliere gli svariati scritti, idee e progetti nell’indipendente e libera Tana del Gatto.

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