Italia nella UE: il paradosso del sovranismo in Europa, di Matteo Scannavini

Immaginando di scattare un’istantanea dell’Italia nell’UE oggi, avremmo il seguente ritratto politico: un governo ibrido, privo di precedenti storici e di opposizione, eccetto quella che fa ed è in grado di fare a se stesso, che ringhia contro le istituzioni delle vecchia Europa, dalle fibre liberal-conservatrici e socialdemocratiche. Un governo che si definisce del cambiamento ma che, in virtù dei debiti accumulati con la stessa Europa, non ha margine di manovra economica per poter cambiare; un governo in perenne campagna elettorale che  cerca nemici nuovi ogni giorno.

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Un governo di un paese che rappresenta la terza economia d’Europa, ma che non ha superato i livelli di pre-crisi ed è appena entrato in recessione tecnica, che vuole più potere nazionale, ma come membro dell’Unione, e che cerca alleati dello stesso pensiero, senza vedere il paradosso di un’unione nata per dividersi.

Un governo, infine, con due anime diverse, per cui si sono sprecati aggettivi di inquadramento: sovranista, populista, nazionalista, illiberale, talvolta anche fascista. Sono tutti termini con un denominatore comune: essere anti-sistema.

Adesso, con l’imminente arrivo delle elezioni, questa volontà anti-sistemica sembra destinata a divenire, attraverso tutte le sue diversificate incarnazioni di partito, proprio il nuovo sistema dell’Unione Europea, con probabili conseguenze di indebolimento economico e, forse, di disgregazione.
La strada per realizzare questo scenario è stata fortemente battuta, e l’Italia ha giocato e continua a giocare un ruolo da protagonista per raggiungere il risultato. Presumibilmente fino a fine maggio, il bel paese continuerà ad isolarsi dai tradizionali alleati cogliendo ogni occasione buona per scagliarsi pubblicamente contro le istituzioni europee e, soprattutto, contro la Francia di Macron.

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È dalla sofferta nascita del governo Conte che si registrano frizioni tra Parigi e Roma, episodi di reciproca ostilità dai toni accesi e privi della tradizionale diplomazia consona alle alte sfere politiche. Polemiche sul caso Aquarius, sulla manovra economica, sui migranti di Claviere, sulla questione libica e sulla presenza di latitanti italiani in Francia hanno riempito i giornali di ambo le parti negli ultimi mesi.

Più di recente Di Maio si è messo in mostra per il tentativo, dall’esito infelice, di strizzare l’occhio ai gilet gialli, e, poco dopo, per le accuse gratuite di neocolonialismo. Il vicepremier ha invitato l’Europa a sanzionare la République, rea di battere una propria valuta in Africa, il franco coloniale, con cui finanzierebbe il proprio debito pubblico a danno delle popolazioni locali, spinte quindi all’immigrazione. Una formula perfetta, che concilia in un unicum i due principali nemici dei gialloverdi: colpa dei francesi se arrivano dall’Africa i profughi, se smantellassero le colonie potremmo aiutarli a casa loro.

Per quanto esistano tutt’ora controverse forme di neocolonialismo da cui sicuramente la Francia e non solo trae beneficio, stupisce il neonato interesse dei 5stelle per le vittime di queste situazioni, che con l’Italia hanno a che far ben poco: gli stati del franco non sono infatti quelli da cui muovono i principali flussi migratori.
Anche questo intervento, e il relativo caso diplomatico, è dunque da collocarsi nel clima di eterna campagna elettorale che pervaderà l’atmosfera fino a maggio.

Nel frattempo, in assenza del Regno Unito impegnato dalle nocive conseguenze della Brexit, la Francia ha rinforzato la propria alleanza con la Germania, attraverso il rinnovo degli impegni del trattato di Aquisgrana. La mossa ha ricevuto interpretazioni opposte: c’è chi ha visto il patto a due come la definitiva pietra tombale dell’UE, e chi come una spinta all’intesa internazionale, una scintilla per riaccendere l’ideale di europeismo. La percezione comune che resta è che per Macron e Merkel, gli attuali volti del vecchio sistema europeo, ormai sia troppo tardi per salvaguardarsi dalle prossime elezioni. Le crisi intestine (gilet gialli, Front National e Alternativa) unite ai modelli esterni di opposizione, Italia, Polonia e Ungheria per citarne alcuni, sono indicazioni del chiaro fatto che l’Europa abbia già cambiato pelle. Nonostante l’ottimismo dei sondaggi di liste come Siamo Europei di Calenda, si tratta ora di ufficializzare un risultato che sembra già scritto.

L’Europa, così come immaginata da Spinelli, è fallita perché non è mai esistita. L’unione del vecchio continente ha funzionato per 30 anni come area liberale di scambio con moneta unica, dove i singoli interessi nazionali sono sempre stati più forti di una prospettiva federale comune. La fragilità delle sue premesse culturali non ha pertanto retto ai grandi terremoti del 2008 e 2015, la crisi economica e l’emergenza del flusso migratorio. Mancava e manca quella coesione tale da permettere un’accorta gestione comunitaria di fenomeni globali di così vasta portata, a cui si sono trovate risposte inefficienti, come l’austerity e la chiusura delle frontiere. Queste politiche hanno spianato la strada all’ascesa di forze nazionali demagogiche di varia natura, che dall’aggressiva opposizione passano ora al comando, in apparenza prive di una visione a lungo termine di governo.

Per lo meno sembra che la crisi della Brexit sia stata un segnale d’allarme per tutti i partiti euroscettici, che hanno assunto posizioni più miti sull’uscita: non più la volontà di abbandonare l’UE ma quella di cambiarla radicalmente dell’interno. Ormai in discesa libera su questo piano inclinato, entriamo così nella nuova era del sovranismo europeo. Per il vecchio continente è un nuovo inizio, che sa paradossalmente di tramonto.

Vox Zerocinquantuno n.30, febbraio 2019

Foto:Nev.it

 

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