Italiani faccia a faccia col virus, di Riccardo Angiolini

Non è certo un segreto che la recentissima emergenza sanitaria scoppiata a causa del Coronavirus stia mettendo a dura prova l’Italia ed i suoi cittadini. Ognuno deve fare i conti con una realtà quasi surreale che, con tutta probabilità, non avrebbe mai pensato di trovarsi a vivere. Così, in questo momento di attesa, incertezze e speranze, abbiamo deciso di sottoporre un breve questionario ad un piccolo campione di intervistati, di diversa età e provenienza, che ha scelto di condividere le proprie sensazioni e le proprie abitudini in questa situazione.

È innanzitutto molto interessante notare il climax ascendente di consapevolezza e apprensione nei riguardi dell’emergenza Covid-19. Praticamente l’intero campione ha mostrato di vivere in maniera distaccata il preludio all’emergenza, reputando esagerati e allarmisti i comportamenti dei media e di molti compatrioti. Poco cambia in seguito ai primi contagi: coloro che erano già in allarme hanno affermato di aver messo in atto comportamenti precauzionali, ma ancora la maggioranza degli intervistati considerava il virus non più di una comune influenza, un pericolo che sarebbe sfumato a breve.

Le ferree misure di sicurezza prese dal governo nei giorni successivi al 9 marzo hanno rappresentato invece un punto di incontro per tutti gli intervistati. Sia per quelli in stato di forte apprensione che per quelli più sereni, i decreti sull’isolamento precauzionale sono stati accolti come un “male necessario”, talvolta da adottare addirittura in anticipo. Ciò su cui il campione si è spaccato è invece il come vivere questa temporanea atipicità e, grazie alle risposte degli intervistati, è possibile distinguere sostanzialmente due differenti approcci.

Nel primo rientrano tutte le persone che, di fronte a questa precaria normalità, hanno saputo reagire in qualche modo. Fra lavoratori, studenti, adulti con e senza figli e pensionati c’è chi ha saputo mettere a frutto il tempo a sua disposizione. C’è chi cucina per i propri cari, chi si gode una ritrovata intimità familiare, chi si dedica alla cura della propria casa o del proprio orto. C’è anche chi sta rispolverando qualche passione lasciata in un angolo, chi si gode un buon libro o una serie tv, chi si dedica alla propria arte (come la musica) o chi semplicemente riesce a combinare un po’ tutte queste cose a seconda delle proprie preferenze.
Ciò che accomuna questi soggetti è la volontà di dedicarsi a qualcosa, per sé stessi o per altri, che possa rendere degna, utile o semplicemente piacevole questa anormalità, nonostante le onnipresenti apprensioni.

Il secondo approccio si basa invece sui presupposti inversi. Gli intervistati che rientrano in questa categoria si sono infatti mostrati spaesati, incapaci di reagire e succubi dello stesso tempo che altri magari sanno impiegare. Oltre alle lecite e comuni preoccupazioni riguardanti gli effetti del Covid, l’impressione che si trae da questi profili è quella di persone completamente assuefatte dall’assurdo e totale stravolgimento del nostro quotidiano. Diversi affermano infatti di non riuscire a far nulla durante le giornate, di non trovar la forza per impegnarsi in qualche attività o, più semplicemente, per stare con sé stessi.
Una sorta di apatia generata dall’anormale quantità di tempo di cui si è ora proprietari: una libertà, seppur con delle limitazioni, che pone le sbarre della propria prigionia.

Da entrambi questi approcci, così tristemente generalizzati per necessità editoriali, si possono trarre conclusioni estremamente serie e interessanti. Quella che probabilmente emerge con maggior spinta è però portatrice di una dolorosa realtà riguardante il nostro modo di vivere.
Il Coronavirus e le sue severe restrizioni hanno soltanto messo in evidenza quanto sia tenace il nostro legame con una routine dove non c’è spazio per nulla: non per ciò che ci circonda, non per gli altri, non per noi stessi. La nostra concentrazione e le nostre energie sono impiegate in attività che riempiono meramente il nostro tempo come se fosse uno sterile contenitore. I rapporti col mondo in cui viviamo, con le persone cui veniamo a contatto e col nostro io interiore vengono perciò trascurati. Risulta faticoso dirigere i nostri sforzi verso qualcosa che richiede attenzione, cura e pazienza quando la maggior parte delle nostre azioni viene diretta da qualcuno o qualcosa che non siamo noi stessi.

Il vuoto che molti di noi si trovano ora a fronteggiare risponde perfettamente all’assenza di tale direzione, all’aridità che ha preso piede dentro e attorno a noi. Per questa ragione, nonostante l’abbondanza di tempo materiale per fare, lo spaesamento regna sovrano sopra ogni volontà, sopra ogni germoglio di passione o  desiderio.

Il Covid-19 in fondo non è altro che una sorta di rapitore che, per ancora qualche tempo, ci terrà ostaggi di normative e precauzioni. Tuttavia dovremmo iniziare ad accorgerci di quello che la nostra “prigionia” ci comunica: ciò che abbiamo e ciò di cui siamo privati, ciò che non avvertiamo più e ciò che, dopo tanto tempo, torniamo improvvisamente a percepire. Chissà se, ad emergenza finita, saremo vittime di una sorta di “Sindrome di Stoccolma”. Una traccia nostalgica di un evento totalmente straordinario che ci ha dato l’opportunità per riflettere su molto della nostra piccola esistenza.

 

Vox Zerocinquantuno, 18 marzo 2020

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