“Jobs”, Steve Jobs cade sempre in piedi di Fabio Bersani


Sappiamo tutti chi è Steve Jobs? Il fondatore di Apple, stay foolish stay hungry, maglioncini a collo alto neri, il classico genio simpatico a tutti, no? È così che lo ricordate vero? Dopo la visione di “Jobs” di Joshua Michael Stern, sono sicuro che avrete la sensazione che qualcosa sulla vita dell’informatico di San Francisco vi era sfuggito.

Un’inaspettata performance, quasi teatrale, di Ashton Kutcher ci ricorda che il metodo Stanislavskij non è ancora passato di moda, il sempre giovane ragazzo dell’Iowa ci regala la miglior interpretazione della sua carriera, in un ruolo che esula dalle sue solite interpretazioni. La camminata, la postura, le scarpe che gli stanno strette e il buddhismo…quante cose che non si conoscevano dell’imprenditore californiano, come soprattutto il suo carattere davvero difficile che certamente non attirava simpatie.
Kutcher recita a ritmo costante, incalza nel modo di ragionare e pensare tipico degli inventori, mostra il coraggio di Jobs, il suo genio, ma soprattutto mostra il suo essere uomo e tutte le sue debolezze. Steve Jobs prima di essere il motivatore dell’ormai noto discorso all’Università di Stanford, prima di poter dare consigli ai più giovani, era un auto-sabotatore, un filantropico idealista che si scontrava con il materialismo della società americana degli anni 70. Era emotivamente instabile, vedi il tormentato riconoscimento della figlia e le litigate con Wozniak.

Il film racconta tutta la sua vita, dall’avversione verso il mondo universitario considerato “chiuso” nel modo di insegnare, al suo viaggio in India accompagnato dall’amico di una vita, dagli acidi all’amore, in particolare quello finito con la sua ragazza ai tempi dell’università e quello ritrovato con la figlia riconosciuta legalmente solo parecchi anni dopo la sua nascita.
Un film biografico perfettamente riuscito, una vita di successi ma anche di fallimenti come l’espulsione dalla sua Apple voluta dall’ex tecnico pubblicitario della Pepsi.
Quello che rimane del film è un perfetto ritratto di Jobs. Grazie alla grande cura dei dettagli, l’attore ci regala momenti di alta recitazione in cui sembra riesca a pensare e ad arrabbiarsi esattamente come Steve avrebbe fatto. Trucco ed abiti perfetti che offrono un fedele spaccato della California anni 70 ed 80: il vero mito americano, dal garage dei genitori alla più grande azienda di Cupertino con successi e disfatte, con dolore e tanta gioia….

Vox Zerocinquantuno n 5 dicembre 2016

Fabio Bersani, 25 anni da San Giorgio Piacentino, laureato in scienze politiche sociali e internazionali all’università di Bologna, attualmente iscritto al corso di specialistica in comunicazione pubblica e d’impresa. Cinefilo, interessato alle dinamiche sociali e politiche presenti nei film.

(23)

Share

Lascia un commento